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Dubbi

18

Lug
2018

No Comments

In Dubbi
Soluzioni

By Barbara

In a Zimmerman Mood

On 18, Lug 2018 | No Comments | In Dubbi, Soluzioni | By Barbara

Sono nel mio momento Dylan, decisamente. Ed è molto difficile essere nel momento Dylan, per come la intendo io. Significa che lo penso spesso e che mi faccio molte domande a proposito di cosa deve aver pensato lui in questa o in quella situazione. Magari sto riflettendo su un concetto o sto prendendo una decisione, processi che per me durano diversi giorni, a volte settimane, e mi sbuca dal nulla la sua faccia. Mi è successo nel tempo anche con altri. Un po’ come accadeva a Rob in Alta Fedeltà, con Bruce Springsteen. Solo che nessun di questi che ogni tanto penso ha mai risposte o messaggi per me, come invece Bruce ne aveva per Rob. Senza motivo, semplicemente mi metto a pensare a loro . Ricordo di quando per esempio mi ero fissata con quella domanda a proposito di “Chissà come ci si sente a essere Iman e a ritrovarsi nel letto, la mattina, David Bowie”. Poi David Bowie è morto. Poco dopo eh, tipo due settimane, quindi forse è meglio che smetta di pensare chiunque. Comunque Iman avrebbe ribattuto che lei nel letto non si ritrovava David Bowie ma David Robert Jones e bla, bla, bla.

Stavo dicendo: è difficile essere nel momento Dylan perché neanche Dylan, io temo, abbia mai capito bene cosa voglia dire. Non sono una grande appassionata della sua biografia, a parte le cose che tutti sanno, o almeno che quelli che fanno il mio lavoro sanno, come : che c’entra Woody Guthrie, chi è il Thin Man della ballata e le citazioni tipo ” I don’t believe you, you’re a liar”. Non conosco a fondo la sua intera produzione, inclusi i bootleg, ma Il mio disco preferito, dei suoi,  è Blood on The Tracks. Mi dispiaccio sempre molto per Joan Baez e il documentario girato nel tour inglese del 1965 in cui la tratta come Harry avrebbe trattato Sally se non si fossero mai messi insieme, me lo rende detestabile. Anche se ho sempre pensato che Harry e Sally insieme in realtà fossero una coppia terribile e che Nora Ephron lo sapesse ma che ci abbia volutamente ingannati per vedere se ci saremmo cascati. Ci siamo cascati tutti e quindi , in fondo,  aveva ragione Dylan e Joan Baez s’è salvata la vita. Mi fa molto ridere l’episodio di Urban Myths in cui si racconta la leggenda della sua visita a Dave Stewart che finì nella visita a un Dave qualunque. Dal 2007 mi commuovo sempre quando ascolto I Want You perchè mi viene in mente Heath Ledger. If You See Her, Say Hello è la canzone d’amore più bella della storia del mondo e anche di altri mondi, probabilmente. Questo è quanto a proposito di quel che so di Dylan. Però qualcosa della sua enigmatica espressione mi si deve essere attorcigliato da qualche parte nel lobo frontale, e, quando meno me l’aspetto, allenta le sue spire e fa capolino.  Ieri ero sul terrazzo a prendere il sole su una delle sdraio che il proprietario della nuova casa ci ha lasciato a disposizione. Il terrazzo è condominiale ma l’ha arredato lui. Gli altri condomini, forse gelosi del fatto che fosse toccata proprio a noi quella casa, sfitta per lungo tempo,  con l’affaccio sul terrazzo condominiale, hanno iniziato a pisciare sul territorio come i cani, già dal mese di febbraio. Gente che abita al terzo piano e s’è impegnata l’oro di famiglia per comprare il terriccio per i vasi su all’ottavo piano, ricordandosi improvvisamente dopo forse trent’anni di quello spazio che tanto somiglia al terrazzo de Le Fate Ignoranti. Peccato che in casa nostra di ignorante non ci sia neanche il cane, e anche lui sia poco socievole coi paesani. In questi giorni li vedo farsi gli spaghetti aglio e olio al secondo piano e portarseli fumanti su per sei piani per mangiarseli, già incollati, su quello che praticamente è il balcone di casa mia, sudando più per il sali-scendi che per i trentacinque gradi. Del resto disturbare il prossimo è un obiettivo impegnativo, ci vuole costanza e sacrificio. Rimandando la scrittura  del trattato sulla frustrazione del farsi i vasi con le fragole al Tuscolano, sperando di dimenticare il cemento e la puzza di topo morto, ho pensato che potevo anche sedermici io, per una volta,  sull’affollatissimo balcone di casa mia. Ero in una posizione che conciliava la presa di coscienza: salda dai gomiti ai polsi sui braccioli, con i piedi ben piantati a terra , la schiena accomodata fino al collo e la testa appoggiata sul cuscino. Dopo anni di posizioni precarie del tipo: “Sono solo di passaggio, anzi, fammi andare che ho da fare” credo di aver per un istante indugiato, trovandomi immobile sotto il sole, a frenare le fantasie degli occhi socchiusi prima di aprirli un secondo e visualizzare la domanda del qui e ora, quella che mi ha fatto pensare a Dylan per l’appunto. Me lo sono rivisto nella scena finale del penultimo episodio del David Letterman Show. Già dalla prima visione, lì in diretta, di quel momento così storico per la tv e per un uomo di tv, qualcosa mi aveva disturbato. Non solo me ovviamente, visto che anche David Letterman pareva imbarazzato per l’apparente totale disinteresse di Dylan nei confronti di quello che stava succedendo intorno a lui. In quell’immagine di silenzio e goffe posizioni, m’è apparso finalmente il fumetto con le parole scritte dentro, e le parole erano «Ma che cazzo ci faccio qui?». Ho avuto un sussulto e mi sono detta che poi avrei fatto la prova su Google cercando quante più immagini di Dylan e abbinandole al fumetto in questione, ma ero già certa della bontà di questa intuizione. Il mio momento Dylan è quello di un “Ma che cazzo ci faccio qui?” finalmente convinto, fermo, con la giostra che non gira mentre mi pongo la domanda. Ricordo di essermi chiesta questa cosa più volte negli anni: quando avevo sedici anni, seduta al banco di scuola durante la lezione di Eneide, all’ultima ora del sabato; quando ne avevo venti sul letto della mia camera, aspettando una telefonata che non arrivava mai; a venticinque servendo ai tavoli del pub; a trenta nei lunghi pomeriggi in consolle al Mecs Village, indovinando canzoni per chi passava sulla battigia e poi negli inverni freddi quando diventavano consolle di locali pieni di fumo di sigarette. Ho sempre avuto una risposta, tutte quelle volte. Che ci faccio qui?

Studio per diplomarmi così poi potrò andare all’Università, anche se quel che conta è che domani non ci sia scuola.

Aspetto che mi chiami, così potremo uscire, anche se non so se alla fine gli hanno dato la licenza o se è rimasto a Torino perchè l’hanno messo di corvè.

Porto questo al tavolo 32, così poi posso andare a vedere se è pronta la comanda per il 46, e visto che è l’ultimo tavolo, tra mezz’ora me ne vado a fare colazione con gli altri.

Ora gli metto questa, perchè avrà più o meno quarant’anni e nel 93 avrà di certo comprato questo disco quando era al liceo. 

Non riuscirò mai ad andare davvero a tempo ma punterò sulla selezione. E poi questa piace al banco, così i ragazzi si ricordano che sono qui e mi mandano da bere. 

Risposte del qui e ora che danno un senso, incompiuto e provvisorio forse, di quel che sto facendo. Ecco cosa mi manca da dieci anni a questa parte. Il fatto è che a un certo punto i progetti e speranze e pensieri e avventure devono essere diventati troppi, si sono mischiati e non ci ho capito più niente. Come in uno di quei film dove a un certo punto ti fanno sbirciare un epilogo di vent’anni dopo, prima di raccontarti come ci si sia arrivati.

Ma che cazzo ci faccio qui?

Vuoto totale e frasi sconnesse farfugliate anche ad alta voce che non possono essere una risposta, perchè sono solo inviti a nuove domande.

Sono qui perchè stiamo ricostruendo casa daccapo. Sì il Big ranch. Da tre anni ormai.

Conduco show di televendite e so cosa è l’acido ialuronico a diversi pesi molecolari.

So anche cosa è la Trap.

Papà è morto. Oddio, pare impossibile che sia morto proprio lui.

Ho avuto un’azienda e l’ho chiusa.

Ah no, quello è successo prima. Prima della Trap dico.

Farò i bagni in resina cementizia.

Ecco. D’un tratto l’espressione di quello che ormai chiamerò The Zimmerman Mood deve essere comparsa sul mio viso. Non c’era nessuno a confermarmela ma non c’ero nemmeno io , perchè per una volta non mi guardavo da fuori, come fossi una spettatrice di passaggio, troppo indaffarata per avere opinioni. No , no, ero proprio io, da dentro, perduta e sconnessa, come probabilmente un Dylan qualunque a cui hanno chiesto, in un qualunque momento della sua vita, dal Greenwich Village in poi, «Chi sei e che ci fai qui?». Chissà se questo giustifica il mio esser diventata, agli occhi di chi mi conosce da tempo, così sfuggente, fredda e cinica. Cioè stronza. No, infatti, non mi giustifica, anche perchè nessuno cambia mai, tutti sono come sono da sempre. Ecco, di questo, per esempio, me ne farò in fretta una ragione.

Fatto.

Ho preso il sole ancora quindici minuti e sono rientrata a preparare il riso alla cantonese. Però mentre la frittatina tagliata si freddava accanto ai cubetti di prosciutto cotto, perchè è importante freddare tutto a parte prima di mischiare, ho cercato su Google tutte le foto di Dylan che potevo trovare, e con una App ho messo il fumetto parlante “Ma che cazzo ci faccio qui?” a tutte le immagini. Perfetto. Calzante. Illuminante. 

Che dici, Joan Baez, possiamo perdonarlo ora che sappiamo del suo smarrimento?

No.

Ah sì, in tutto questo, “a parte” è ancora fondamentale per me.

 

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