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Esperienze Archivi - Barbara Venditti

08

Mag
2018

One Comment

In Esperienze

By Barbara

Quella cosa lì che si fa con il latte.

On 08, Mag 2018 | One Comment | In Esperienze | By Barbara

Una volta per tutte: sì, esistono fobie alimentari. Sì,  alcuni di noi ne soffrono dalla nascita. No, non possiamo spiegarle in un modo comprensibile a voi che non ne soffrite. Vessati da continue domande, sottomessi alle frasi spesso minatorie dei padroni di casa cucinieri, derisi dagli amici commensali e terrorizzati dagli sputi nel piatto che chissà quante volte abbiamo ricevuto come risposta al nostro divieto d’improvvisazione allo chef, abbiamo imparato a formulare frasi che pongano fine ad ogni discussione e insensata tortura. Sono allergica e potrei morire. Ho una rara malattia. La mia religione non me lo consente. Preferisco digiunare. Ho un chip nel cervello che a contatto con l’enzima attivato da quella sostanza mi fa esplodere. E ogni volta non vediamo l’ora di tornare a casa da mamma. Perchè lei sola sa. Persino la nonna insiste da quando siamo piccoli e si rifiuta di capire. E’ tempo che qualcuno te lo dica, e lo farò io, con parole semplici e povere. Io non mangio formaggio, non posso stargli vicino, non lo tocco e preferisco non vederlo, quindi se tu ne mangi preferisco sederti lontano, perchè potresti contaminarmi. Pensa che non mangio nemmeno la maionese perchè gli somiglia. E quando me lo nascondi appositamente e io ne mangio per sbaglio, mi fai il torto peggiore che si possa fare a una persona. Vuoi sapere perchè? Ottimo, eccoti la risposta. Per me è cacca. Ma se pensi che questa sia una frase da bambina capricciosa, sappi che non uso questo termine come quando a tre anni ti fanno “le ttottò” sulle mani. No, è proprio cacca. Ma non quella carina di Arale. La mangeresti tu? E perchè no? Sei allergico? Ma se non hai mai provato come fai a dirlo, scusa? Nessuno è morto per questo, no? Forza, assaggia e se non ti piace poi puoi sputare. Vedi, per noi è così. Non ti piace come paragone, me ne rendo conto, ma credimi se ti dico che, almeno nel mio caso, ricordo benissimo i pianti per la sola vicinanza di “quella cosa che si fa con il latte” e che faccio fatica persino a nominare, a meno di tre anni di età. Sei sconvolto, lo so, perchè nessuno di noi ha mai avuto il coraggio di dirtelo, ma era tempo che qualcuno lo mettesse nero su bianco, così chi si trova nella mia condizione da sempre, ha finalmente modo di inviarti questo link e metterti a tacere. Un po’ come nel circolo della fiducia, ora sappiamo di essere in molti, e tutti abbiamo lo stesso perenne problema.  Che siano banane, pomodori, spaghetti, insalata, semi per  pappagalli o cocce di pomodoro noi non le mangiamo e facciamo fatica a sopportarne l’esistenza. Così se alcuni turofobici come me sopportano la mozzarella sulla pizza, lo fanno solo ed esclusivamente perchè a un certo punto non ce l’hanno fatta più e hanno ceduto pur di non dover inventare una nuova malattia mortale,  tentando di non immaginarsi nell’atto di mordere la cosa peggiore che si possa pensare. Io no, per me sei tu che sei matto a mangiare una cosa non commestibile. Così se mi chiedi cosa farei se stessi morendo di fame e intorno a me ci fosse solo “quella cosa lì che si fa col latte”, io ti risponderò “E tu, cosa faresti se stessi morendo di fame e intorno a te ci fosse solo “quella cosa lì che…?”… insomma hai capito. Non ho altro da aggiungere. Ah, e non ho nessuna intenzione d’ora in avanti di inventare altre fantasiose spiegazioni, perchè la verità è bellezza. Quando mi invitate a cena dico di no per questo motivo, così almeno voi potete mangiare la lasagna senza che la spiegazione che fornirò rifiutandola  vi ferisca troppo. Buon appetito a tutti.

 

 

01

Mag
2017

5 Comments

In Convinzioni
Esperienze
new

By Barbara

13 Reasons why i didn’t like 13 Reasons Why. Ovvero i miei 13 motivi.

On 01, Mag 2017 | 5 Comments | In Convinzioni, Esperienze, new | By Barbara

Il primo motivo è che sono in un periodo “no” della mia vita. Non so bene di quale vita, delle tante che ho vissuto fino ad ora, ma sono certa che sia un “no”. Sono la Barbara peggiore che ci sia mai stata fino a questo momento. Mai così cinica, mai così arrabbiata, mai così lucida, severa, e soprattutto mai così antipatica. Mi sto talmente antipatica in queste settimane che mi sta venendo voglia di diventare amica di me stessa. E qui arriviamo al secondo motivo, legato al tema e non alla serie in sé: a tutti capita prima o poi di farsi pena da soli. Io non conosco nessuno che non si sia crogiolato nel ruolo della povera vittima indifesa almeno per una volta, ma quel trucchetto dei “passivo-aggressivi” è anche tempo che venga smascherato, dopo esser sopravvissuti allo sdoganamento dell’adolescenza come ricatto morale, no? Nel mio, a lungo cercato e faticosamente raggiunto, “periodo no” mi sono data una sola regola: prima l’onestà intellettuale poi l’empatia. Obiettivo: un’ empatica onestà. Quindi Hannah Baker non mi fa pena perchè per troppo tempo ho puntato tutto sulla mia capacità di far pena a me stessa e, sebbene in qualche occasione sia stata anche credibile, il siparietto lo conosco bene e la verità è che è solo un altro modo di dar sfogo alla propria vanità. Smettiamola di farci pena da soli,’ché tanto agli altri, giustamente, davvero non gliene frega niente. Punto. Se nel 2017 all’ highschool della provincia americana va così, nel 1992 al liceo di provincia romana, andava allo stesso modo. Non lo chiamavano bullismo e nemmeno me lo ricordo come lo chiamavamo, ma credo che fosse sufficiente dire che eravamo degli stronzi. Visto però che siamo in aria di progresso e che ci siamo evoluti al punto di dare una parola alle sventure quotidiane dell’adolescenza, è anche arrivato il momento di fare un ulteriore saltino in avanti e capire che è poi Hannah Baker a vincere la coppa dei campioni di bullismo. E questa è la terza ragione per cui le fondamenta psicologiche della serie traballano: non la definirei mai, come ho scioccamente sentito fare, diseducativa, dico solo che urlando ai quattro venti la pericolosità del bullismo, ne diventa portavoce mediatico e addirittura invito, quindi più che diseducativa è contraddittoria. Ah la vanità nel credere di sapere cosa “educa” ad una sana vita in società e cosa no, quando la vita in società non può in alcun modo essere sana, perchè non consente la liberazione individuale dell’energia data dalle pulsioni più basse! Finito, ora divento buona. Il quarto motivo per cui non poteva assolutamente piacermi è che ho visto troppe serie tv per farmi fregare così. Suvvia, non siamo ragazzini che scoprono Lost nel 2016, noi nerd dei tempi non sospetti. La cassettina gne-gne, con le cuffiette della Philips, il numero 13 per stare due passi avanti a Undici di Stranger Things, la bici di Elliott a E.T, il recupero di Donnie Darko, che già aveva a sua volta provato il recupero degli anni ’80… Santa Madonna Luisa Veronica Ciccone, che palle! Allora, tanto per essere chiari: se per ogni volta che avessi dovuto riavvolgere una cassetta con la matita pur di non sprecare le batterie, avessi avuto un lettore mp3, col tastino rewind e ffw, avrei detto subito: “sì, grazie, datemelo e ripigliatevi ‘sta monnezza.” La bici ce l’ho pure adesso, anzi è meglio perchè da Decathlon costa 200 euro il super-modello maxi-sprint. La comitiva del tipo “chi ha mai più avuto gli amici di quando aveva 12 anni?” è un’opinione perchè io non ho mai più avuto quelli che avevo a 30. Basta con questa atmosfera, fotografia, ambientazione anni ’80. E se anche non bastasse: basta con la mercificazione degli anni ’80 rivolta alle generazioni che si stanno immaginando una cosa diversa da quella che era. Noi nati nei primi anni ’70 siamo stati molto nostalgici, abbiamo pianto perchè proprio quando avremmo dovuto iniziare a contare qualcosa, ci hanno tolto tutti i soldi, i sogni, il pane di bocca e, ancora piangendo, abbiamo iniziato a morire di fame. Poi a un certo punto qualcuno deve aver capito che era inutile recriminare contro quelli più vecchi di noi, e ha scoperto che per iniziare a guadagnare qualche spicciolo dovevamo vendere la nostra nostalgia dei tempi andati a chi non potesse controbattere perchè non li aveva vissuti quei tempi. Che infatti sono andati. Questo è bullismo! Quindi se il quarto motivo è la banalità, il quinto è l’astuzia disonesta.
Sesto e settimo motivo sono legati a una cosa fondamentale nelle serie tv: i dialoghi sono terribili e i personaggi non hanno spessore. Una citazione su tutte: «Non sei tu, Casco, sono io. Sono io che non ti merito.» Lo sciopero degli sceneggiatori a Hollywood nel 2007 ha fatto danni incommensurabili. E’ da allora infatti che, quella che doveva essere una situazione d’emergenza, in cui dilettanti allo sbaraglio si improvvisarono sceneggiatori, si è trasformata in una consuetudine. Durante lo sciopero degli sceneggiatori, How I Met Your Mother si fermò. E se lo sciopero fosse durato per sempre non sarebbe più ripartito. Questa è onestà, bellezza, purezza. I dialoghi di How I Met Your Mother insegnano agli angeli a sorridere. E ai dilettanti che scrivere è un’altra cosa.
L’ottavo motivo per cui 13 Reasons Why non mi è piaciuto è che a un certo punto inizierai a pensare: «Forse si riprende». E invece no. Non sapevano come farlo finire. Questa è la prima cosa che penserai. Quando invece la cosa evidente è che s’è imposta la necessità di creare aspettative per un seguito. Quanti motivi mi mancano? Ecco, cinque.
Non sto affatto menando il can per l’aia pur di rubare tempo, sto solo dimostrando, con una lista di 13 motivi in un post solo, che tredici ore di serie tv sono lunghe come la merda. A meno che tu non sia JJ Abrams, oppure non utilizzi alla grande la linea narrativa verticale. Come in The Big Bang Theory. La lunghezza ingiustificata, era il nono motivo, comunque.
Il decimo è per forza legato a Twin Peaks ma questo, ormai, lo sanno tutti. Dopo Twin Peaks nulla è stato lo stesso. Portare il simbolismo in tv, in prima serata, in Italia addirittura come alternativa alle partite del mercoledì sera, invitando alla visione quelle stesse famiglie che in apparenza potevano essere la famiglia Palmer, fu geniale, folle, ironico ovviamente. Poco importava se molti non avrebbero capito, se il tormentone “Chi ha ucciso Laura Palmer?” sarebbe diventato più importante del vero significato della serie, lui, David, l’aveva fatto. Chi nel tempo si sarebbe occupato ancora di quell’arte un po’ oscura che è il cinema l’avrebbe capito, avrebbe imparato. Avrebbero tutti reagito in futuro al consueto taglio della programmazione per motivi di audience, ispirandosi al suo colpo da maestro: tornare solo per un’inarrivabile conclusione di stagione, che fosse uno sberleffo, uno schiaffo morale. «Non l’avete voluta la terza stagione? E ora beccatevi ‘sti ventisette anni di dubbi.» E invece no, è andata nel peggiore dei modi possibili, perchè le atmosfere cupe, i dettagli distribuiti ad arte, i colori, le frasi-rebus diventate tormentone, erano solo la coperta che, essendo ovviamente troppo corta, faceva intendere che ci fosse altro a cui prestare attenzione. Così invece di concentrarsi fosse anche solo, che ne so, sulla tecnica di far capire una cosa, mostrandone un’altra, hanno preferito ripetere a pappagallo quelle suggestione per far sentire intelligenti gli spettatori che le avessero riconosciute. Si sono svenduti la coperta di Twin Peaks, ma noi no, non ci avranno mai.
L’undicesimo motivo è un fraintendimento generazionale. A quindici anni dicevo, come tutti i quindicenni, che gli adulti avevano dimenticato come è sentirsi a quindici anni. Eccomi qui, ne ho quarantatré, e non solo non l’ho dimenticato, ma voglio credere di essere migliore dei quindicenni del 2017, come in effetti i miei professori erano migliori di me. Così quando ero ragazza io, noi eravamo quelli che dovevano imparare la vita da chi l’aveva iniziata a vivere da più tempo di noi e ora che gli adulti, dal latino, “adolesco” mi “sono già nutrito”, contro l’adolescente che si “sta ancora nutrendo”siamo noi, veniamo dipinti come dementi che non distinguono una storia di stupro da una di cazzeggio. Paranoici, ossessivi, superficiali per di più. Insomma, sono io che sto sempre dalla parte sbagliata, o forse è tempo che si torni parlare di Brenda e Brendon come di quelli che poveretti, devono ancora mangiare qualche chilo di sale?
Il dodicesimo motivo è la scena in cui Hannah si taglia le vene. Non l’ho vista. Un istante prima mi sono coperta gli occhi perchè ero sicura del fatto che l’avrebbero mostrata cruda come è cruda una scena di vene tagliate. Così poi se ne parla, no? Becero.
Infine 13 Reasons Why è una brutta serie tv, perchè nessuna serie tv davvero bella ha bisogno di un hashtag tanto di moda quanto #13reasonswhy. E mi rode un po’ del fatto che l’uso di questo hashtag renderà questa mia recensione, nemmeno scritta tanto bene, più popolare del mio post precedente, in cui ho messo un racconto breve scritto un anno fa, che trovo molto più bello di questi tredici, sporchi, tuttavia ragionevoli, motivi per dire che, no, 13 Reasons Why tutta questa attenzione, inclusa la mia, non la merita.

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27

Ott
2016

No Comments

In Esperienze
new

By Barbara

Rimorso!

On 27, Ott 2016 | No Comments | In Esperienze, new | By Barbara

La vita non è perfetta, le vite nei film sono perfette. Ecco una storia imperfetta: facevo radio da pochissimo tempo e siccome al tempo i corsi per diventare conduttore radiofonico non c’erano e si imparava prendendo i calci da colleghi e ascoltatori, non ero capace. O meglio: non avevo quel talento naturale che hanno alcuni in dizione, impostazione della voce e intonazione, in più di tempi radiofonici non sapevo niente. Ma ero più simpatica di adesso. Non c’erano i social, dove tutti sono amici di tutti, e così presi un indirizzo email e scrissi a un conduttore già mediamente affermato per un consiglio. Mi rispose che la radio era un’altra cosa da quella che facevo io, che dovevo studiare ma che probabilmente quell’impostazione così necessaria per fare quel lavoro non l’avrei mai avuta. « Però “sei carina”, prova in altri campi. Hai un’idea vecchia e romantica, che suona un po’ “popolare” e troppo confidenziale… anzi, scommetto che ti piace il film Radiofreccia.» Touchè. Decisi che forse in qualcosa si sbagliava. Non dimenticherò mai quelle parole così insipide. O meglio, adesso capisco quanto lo fossero, al tempo mi ferirono. Non so bene come ma ho imparato quelle cose così difficili da imparare, tanto che i provini più importanti della mia vita sono persino andati malissimo perchè ero troppo poco “confidenziale” e troppo precisa. Però ho lavorato molto. Lo dico sempre: la vita fa ridere. Radiofreccia in tutto questo tempo è sempre stato il mio film preferito, sì. Ma ho trovato estremamente rassicurante poter fare questo lavoro senza dover intaccare di un centimetro quel mio solido totem. Come un segreto prezioso da custodire, che non è che dai via così.
La maschera da Mary Poppins, se sei Freccia te la puoi mettere. Ma il punto è che se sei Mary Poppins, Freccia non ci diventi.
In un mondo crudele dove tutti per anni hanno gridato al miracolo ogni volta che sentivano cinguettare Mary Poppins, improvvisamente va di moda essere Freccia.
Mi sta un po’ sulle palle ‘sta cosa, ma se ci penso bene, fa più ridere che altro. Per fortuna “sono carina”, e il grande vantaggio in questo è quello di sembrare anche scema. Così è più facile continuare a essere se stessi, mentre il mondo intorno, che è un brutto mondo, fa i suoi giri. Io delle mie canzoni mi fido ancora adesso, credo davvero che non puoi sapere un cazzo della vita degli altri e quelle come me sposano sempre Ilaria. O la versione maschile di Ilaria, che si fa i fatti suoi e nelle cose di radio non c’entra perchè sa che sono cose grosse.
Ah, e il Rimorso l’ho passato tempo fa. Che se ce l’avessi ancora, questa sì sarebbe stata una grossa occasione.

02

Lug
2016

No Comments

In Esperienze

By bellatrix74

La vera storia dei pimientos ibicencos.

On 02, Lug 2016 | No Comments | In Esperienze | By bellatrix74

2016-06-28 17.32.43

Non è una scoperta il fatto che lì dove la natura abbia dato il meglio di sè, l’uomo si sia impegnato a dare il peggio. Così Ibiza, el paraìso del mundo, è del tutto simile al peggior girone dantesco nei tanti luoghi, del territorio e dell’anima, in cui quella natura meravigliosa ha perso, schiacciata dal peso della barbarie. I barbari, apparentemente estranei agli equilibri dell’universo, eppure in esso previsti e forse necessari, incedono veloci dalla costa fino al cuore dell’isola e, anno dopo anno, la consumano di sogni di plastica venduti a caro prezzo. La vacanza di chi ancora approda qui per l’alone di mistica energia che riesce ad avvertire, è una vacanza difficile perchè vissuta alla continua ricerca della preziosità sempre più sepolta, mai tuttavia pentendosi di aver accettato la sfida a ogni nuovo avvistamento di bellezza, anche fortuito. Oggi io ho trovato questi pimientos e l’isola m’ha parlato. Aspetta, devi sentire la storia prima di ridere della mia scoperta. Dopo tre giorni in un qualunque posto di mare, chiunque si rompe un po’ le palle: mare, mare bello, tramonto, tramonto, cena, paella, tramonto, sangria e vestiti di cotone bianco. Io no. Come un monaco tibetano, immobile davanti al mare per ore, con la musica nelle orecchie mischiata alle onde, io sono felice. Ricarico le pile e quando dalla contemplazione torno alla vita, riesco poi a non fermarmi per mesi. Ora, questo a Ibiza è possibile. Anzi, la carica dura molto di più perchè qui è tutto amplificato. Quando scendendo nelle cale sperdute trovi il punto di blu più bello e più isolato non è solo emozionante: è paralizzante. Quando vedi il sole rosso sulla linea dello stesso orizzonte di Es Vedrà e non ci sono altri esseri umani a parte te, non è meraviglioso: è commovente. Quando sali a piedi tra i sentieri dell’entroterra e scopri tra le conifere quelle piccole farfalle blu che popolano distese di limonyum cresciuto selvaggio dove la terra è più brulla non pensi solo allo splendore, alla magia piuttosto. Ma è faticoso. Potresti capitare a Sant Antoni solo per fare benzina e senza accorgertene finire nelle vie del centro di sera, in un quadro di terrore, sgomento e  non tanto vago odore di birra, vomito, piscio e forse morte. Mentre fuggivo senza dare nell’occhio, dopo aver per caso ascoltato l’esortazione del sosia di Gary dei Take That, quando era ancora ciccio, “ok guys, let’ fight. Have fun!”, ho pensato che forse mi avevano sparato e l’odore di morte fosse colpa mia. Per fortuna no. E per fortuna dopo pochi chilometri mi sono ritrovata stesa tra i cuscini sulla spiaggia a guardare il cielo stellato più bello mai visto. Quindi Ibiza devi amarla proprio tanto per andarci in vacanza. O devi odiarla, magari. Ma io la amo e qui mi ci sento così a casa che ho fatto un po’ la sbruffona e mi sono meritata i pimientos di cui ancora non sapevo nulla. In quel posto scoperto per caso qualche anno fa, nascosto tra le cale, a pranzo servono la parillada libre, libera, a mo’ di sfida: «Più ne vuoi, più te ne porto». Tu penserai di batterli ma loro vinceranno sempre, perchè ti porteranno quella un po’ più grassa che ti sazierà subito e non ne chiederai ancora. Insomma dei furbitos ibicencos. Oggi però è stato diverso. Non avevo altra ambizione che mangiare. La caccia alla cala illibata ci aveva stavolta davvero stremati e avevamo sfidato, con successo,  la ripida scoscesa qualche chilometro dopo Cala d’En Serra. Seduti nel portico avevamo atteso birra fresca e parillada, ma ci aveva accolto stavolta una signora di mezz’età che potrei descrivere così: vigorosa, probabilmente harleysta, scattante, un po’ hippy, supersorridente, evidentemente più “furbitas ibicenca” degli altri mai incontrati prima nell’isola. Forse ha capito che avevamo scalato la cime dell’impossibile ricerca della meraviglia. Forse semplicemente le stavamo simpatici. Così senza saperlo ho fatto la richiesta magica. Anni di vacanza in Mexico mi hanno convinto della mia forse lontana discendenza azteca perchè io e i pimientos andiamo d’accordissimo. Più di quanto riescano ad osare i messicani stessi: crudi, assoluti, come spuntino. Portatemi un pimiento vero e vi solleverò il mondo. Ma che a Ibiza ce ne fossero di autoctoni così importanti m’era sfuggito. Stupida, presuntuosa, ignorante me. Alla nostra nuova amica la domanda “¿tienes de pimientos?” deve essere sembrata uno scherzo. Mi ha risposto che probabilmente ne era rimasto qualcuno in cucina, ma non ne era certa, ‘ché la mia era una richiesta un po’ strana. Chissà se a Ibiza ci sono i pimientos. Pensavo. Viso sorridente il mio quando mi ha portato un piattino con tanti peperoncini colorati. Uno strano ghigno sul suo volto.

Dopo l’immagine di quel ghigno ricordo di aver pensato “uh che fortuna, ne erano rimasti un po’ in cucina” e poi… solo l’euforia, il caleidoscopio, il calore diffuso e il senso di smarrimento. Mai mai mai avrei creduto. Mai. Ma quali funghetti? Fatevi portare i peperoncini ibicenchi se ne avete il coraggio! Quelli rossi tondi, mi pare di ricordare. Forse,  dico, perchè ne ho immagini confuse. Li ho mangiati tutti. Ma ci sono volute due parillade e lei, felice come poche altre volte devono averla fatta sentire degli stupidi turisti, ci ha portato la carne migliore, cotta a puntino, quella riservata solo ai coraggiosi, e m’ha strizzato l’occhio, se ricordo bene. Se.

Non so nulla di Ibiza. Ora certo ne so un po’ di più, ma non ancora abbastanza. Ho anche imparato una grande lezione. Da sempre mi dico che il modo migliore per affrontare la vita è camminare nelle scarpe di più persone possibili, prima di dare giudizi di qualunque tipo. Ora ho capito che è importante non solo camminare nelle loro scarpe ma anche percorrere le loro strade. Saremo sempre turisti in un posto che non è casa.

Anche perchè se Ibiza fosse casa, non farei la radio probabilmente, coltiverei pimientos piuttosto. E aspetterei turisti presuntuosi per prendermi gioco di loro.
E invece no: li farei sott’olio e li lascerei agli angoli dei vicoli a Sant Antoni, per punire i festaioli che hanno ridotto quest’isola un inferno.

Pace e amore. Torno a casa va’.

 

20

Ott
2015

No Comments

In Esperienze

By bellatrix74

Il lato oscuro della Forza

On 20, Ott 2015 | No Comments | In Esperienze | By bellatrix74

darth

La Forza è: l’odore del caffellatte appena sveglia nel primo giorno delle vacanze di Natale; l’acqua calda sotto i piedi nudi, giocando nei pomeriggi d’estate a stare in equilibrio sul muretto del viale, mentre mamma e zia innaffiano il giardino; restare svegli più a lungo il sabato, ma solo dopo aver fatto il bagno e aver messo il pigiama; aspettare la domenica mattina che arrivino Massimiliano e Michela; il colore verde scuro del trifoglio alle otto di sera nel mese di luglio, mentre appesa con le gambe a cavallo di un ramo, dondolo a testa in giù guardando il sole; dormire tutti insieme in camera di Cinzia; fare lezione d’inglese vestiti come gli indiani e seduti in circolo; aprire gli occhi e capire dal silenzio nella stanza che fuori c’è la neve; annoiarsi qualche volta; lavare i capelli a tutte le bambole e poi stenderle al sole; fare la lotta sul tappeto; imparare a usare il videoregistratore e fare le votazioni per decidere cosa vedere; fare i compiti solo a metà; mettere le calze pesanti bianche; avere la febbre e restare a letto a guardare la tv; ascoltare la musica con le cuffie grandissime insieme a papà; giocare alle olimpiadi sul Commodore e perdere sempre; giocare a palla avvelenata e perdere sempre; giocare a quel gioco inventato che Massimiliano aveva chiamato Palla a Uovo in omaggio alla testa di Michele, e perdere sempre; giocare a nascondino “buione buione” dicendo a Valentina, di anni cinque, che deve contare fino a cinquecento prima di cercarci; immaginare di girare un film e fare il “ciak” con una lavagnetta e un legnetto; aspettare che zio porti dentro la legna per vedere come si accende il fuoco; il coro dell’Antoniano prima dei cartoni animati; andare a fare spese con mamma, solo io e lei; invidiare mio fratello perchè papà lo porta a vedere il Ritorno dello Jedi; puntualizzare che non esistono cose da femmine, e voler fare anche le cose da maschio; fare le cose da femmina con Cinzia e Valentina e dire a Michele che lui non può farle; cucinare insieme a mamma, ma con delle pentole piccole dove come per magia, appena mi giro, compare del sugo già cotto; scrivere una petizione firmata da tutti e portarla a nonna dicendole che deve togliere i pomodori da lì e farci costruire una piscina; fare la torta e imburrare la teglia mentre fuori è già il tramonto anche se sono solo le sei; sedere sul divano e non toccare a terra coi piedi; aspettare la telefonata per sapere se è nato Marco; diventare cinque dopo essere stati quattro per tutto quel tempo; stare seduti dopo pranzo sotto l’albero di castagno con nonno che ci racconta di come si fa a prendere la volpe; sperare che per cena ci sia il pollo al forno; fare la conta; risolvere le espressioni con le parentesi graffe; guardare Fantastico il Sabato e Discoring la Domenica, dicendo “io voglio fare quello”, senza sapere bene cosa fosse “quello”, ma averne più o meno un’idea.
Il lato oscuro della Forza è: ricordare tutto questo, e soffrire un po’, ma poco.
A Natale uscirà il nuovo Star Wars.
Non avevo sentito così tanto male, da quando papà non c’è più, come oggi, guardando il trailer.

24

Giu
2015

No Comments

In Esperienze
Senza categoria

By bellatrix74

In uno strano periodo della mia vita…

On 24, Giu 2015 | No Comments | In Esperienze, Senza categoria | By bellatrix74

DSCN0405Diventavo un albero, una volta a settimana.
Mi avevano consigliato la teatroterapia per risolvere i problemi con me stessa, così, io e me stessa,  ne abbiamo parlato un po’ e poi abbiamo iniziato a seguire un corso in cui imparavamo a rotolare, a saltare, a camminare a respirare e infine a raccogliere le forze per diventare  albero. Io sceglievo sempre un albero strano, tanto che l’insegnante mi chiedeva perchè  non riuscissi mai a decidere che forma dare ai miei rami. Le rispondevo che era colpa di me stessa, che lo voleva bello e affascinante, eccentrico e ammirato, con la chioma tonda e ricca, un albero che andasse in tv. Questo ci faceva perdere un sacco di tempo e andava a finire che mentre gli altri del corso si godevano l’aria fresca della sera tra i germogli dei loro rami, noi, in bilico e senza radici, non riuscissimo neanche a capire se fosse inverno o primavera, se avessimo bisogno d’acqua, se fosse di qualche utilità la nostra presenza nell’ecosistema. Il corso è finito prima che io e me stessa potessimo scendere a patti. Il tempo è passato e io ho guardato il panorama da tente stanze, studiando gli alberi intorno alle colline e quelli dei giardinetti di periferia, imitandone le forme nel tentativo di cercarne una mia, sempre convinta che sarei stata un buon albero solo quando i passanti mi avrebbero notato. Mi sono arrabbiata e ho scavato presuntuosa la terra, facendomi sanguinare le unghie, urlando che non era giusto che non ci fosse posto per me.

DSCN0403
Stasera ho ritrovato questa foto, di quella volta che mi sono imbattuta in questo albero qui, in un parco che sembrava lontano dal mondo.  L’ho toccato. Tutti lo toccavano. Tutti scattavano foto. L’albero firmava autografi. Io ho chiesto a me stessa se davvero quello lì fosse migliore di altri, se fosse più felice, più sano, se avesse radici forti. Le ho chiesto se riuscisse a distinguerlo dagli altri che la mano paziente dello stesso giardiniere aveva scolpito tutti uguali e se davvero l’intenzione di quell’albero lì era di essere così.
Me stessa è stata finalmente zitta e io, ho ripensato alla fatica dei miei rami che in questi anni, senza che io potessi accorgermene, hanno preso la forma che volevano, che già c’era forse.
Non posso dire di me stessa che fosse stupida.
Posso dire solo che fosse giovane.
Ma è stato divertente capire cosa non andava, è stato divertente capire cosa voglio veramente, cosa davvero conta per essere felice.

Non è il successo, ma il sorriso. Le radici, la virtù, e i fiori a primavera per i passanti.

26

Nov
2014

No Comments

In Convinzioni
Esperienze
Soluzioni

By bellatrix74

Io quella volta che sono stata davvero felice.

On 26, Nov 2014 | No Comments | In Convinzioni, Esperienze, Soluzioni | By bellatrix74

thebeach

Me la ricordo benissimo. E quella volta che sono stata davvero felice me lo sono detto, ridacchiando tra me e me. Dicono che quando sei felice non lo sai e lo capisci solo dopo che la felicità è passata, ma é un inganno. Te lo dicono così pensi di essere stato felice anche quelle volte in cui non lo sei stato davvero, fai spallucce e ti racconti che in fondo la tua vita non fa poi così schifo. Eccerto. Se finisci con il ricordartela sempre meglio di come era in realtà, la vita, per forza che t’accontenti. No no, invece io, ve lo giuro, quella volta che sono stata davvero felice, lo sapevo mentre ero felice, non dopo. Non è che la presa di coscienza sia stata chissà quanto lunga. E’ durata qualche secondo, e poi ho continuato a essere felice facendomi i fatti miei e senza ripetermelo ogni minuto. Sennò mi rovinavo la felicità. Quando ci ripenso mi ripeto che io lo so quale è il segreto della felicità, ma non è che per questo posso ridiventare davvero felice quando mi pare. Io ora posso anche dirlo, non fa niente, mica è una cosa che non si può sapere, tanto poi dipende tutto dalla fortuna. Quella volta che sono stata davvero felice me lo sono detta, ma non ho mai pensato che se l’avessi detto a qualcun altro sarei stata ancora più felice. I social network ancora non c’erano, ma se anche ci fossero stati non ci avrei scritto che ero felice perché non mi sarebbe venuto in mente di accendere il computer, o il telefono. Questa è una cosa che so per certo: quando sei davvero felice il computer è spento e pure il telefono. Quando sei felice non sei mai felice da solo e le persone che sono felici con te, non è che te lo devono dire, ma se vogliono possono farlo perché stanno lì e te lo possono dire di persona. Poi soprattutto quella volta che sei davvero felice, a volte sei anche davvero stanco. Ma non  di quella stanchezza che t’addormenti pensando a come risolvere i problemi nella tua testa. Più di quella stanchezza fisica che ai problemi proprio non ti ci fa pensare prima che arrivino. Quando sai che sei davvero felice ha infatti un sacco di cose da fare insieme agli altri che sono felici e lo sanno come te.  Insomma se sei felice davvero lo sei almeno in tre. Quattro è meglio ancora. Se arrivi a dieci, funziona, ma già scricchiola. Quando ci sono i film in cui fanno vedere quale è il segreto per essere davvero felici, mi viene un po’ di invidia per quelli che stanno nel film. Perché funziona così: quando non fai parte di quelli che sono felici, allora fai parte di quelli  che sono invidiosi di loro. Ma a quelli che sono davvero felici non gliene importa proprio niente, anzi, non se ne accorgono nemmeno. Ripenso spesso a quella poesia che mi piaceva da ragazzina che dice quelle cose sulla felicità de “I Ragazzi Che Si Amano” , e adesso mi fa sorridere perché nessun Prévert al mondo ha mai avuto il coraggio di raccontare cosa succede dopo un po’ che i ragazzi che si amano si sono baciati in piedi contro le porte di un sacco di notti. Arriva la noia, e finisce che i ragazzi che si amano iniziano a farsi selfies mentre si baciano contro le porte della notte, per metterlo su facebook, così almeno a qualcuno sembrerà una cosa nuova. Due non basta, o forse basta ma solo se sono due dentro un altro numero di persone. E poi ci vuole una missione che non sia solo quella riproduttiva. Magari va bene anche quella, ma di questo non posso portare testimonianza diretta. Perché quella volta che sono stata davvero felice la missione riproduttiva era solo un elemento decorativo e non fondamentale. Quindi, per arrivare al punto, quella volta che sono stata davvero felice, lo sapevo io e lo sapevano quelli che con me facevano cose stancanti per una missione comune, in un posto comune, dove si stava insieme davvero e non su internet. Insomma è come dicono alla fine di quel brutto film con Di Caprio che di bello ha però il commento finale. La felicità è quando senti nella tua vita di fare parte di qualcosa. Ma è solo fortuna. Quando succede capita di solito per caso che ci si ritrovi insieme in quella situazione e in quel posto e con quello spirito. Già spegnere il computer e uscire di casa però aiuta. Ciao.

25

Apr
2014

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In Esperienze

By bellatrix74

Arturo

On 25, Apr 2014 | No Comments | In Esperienze | By bellatrix74

girl coffee arturoMi chiamo Arturo. Sono una donna simpatica. Non bellissima. Un tipo. Ma soprattutto simpatica. Almeno questo è quel che dicono più spesso gli uomini a proposito di me, perciò ho deciso di non offendermi quella sera in cui i miei amici mi hanno chiamata così per la prima volta. Ho un tatuaggio sotto la spalla sinistra, piccolo piccolo, che riporta una A ricamata alla maniera delle signore di corte. La A sta per “Arturo”, ma la decorazione sta per “donna”. In bagno ho messo uno specchio ovale accanto alla parete della doccia, così ogni volta che mi lavo i capelli resto fissa con lo sguardo sulla lettera, che è orgogliosa iniziale del mio nome. Non sono più in molti a chiamarmi Arturo, anzi, ora che ci penso, forse non c’è proprio più nessuno che mi chiama così. Non ha molto senso continuare a portare un nome se nessuno lo usa, ma io, se mi fermo a pensare a chi sono davvero, mi dico che non sono mai stata niente di diverso da Arturo. Quando sento dire “Buongiorno Denise” a volte neanche mi giro. Il lavoro che faccio adesso mi piace e sono contenta della mia nuova casa e di questa vita semplice. Lavoro in una radio locale. Ho un contratto a sei mesi, e l’ho firmato la scorsa settimana, quindi per i prossimi cinque sono tranquilla. E’ la terza volta che lo firmo e ogni volta è un’emozione sempre maggiore. Non ci chiamano più disc jockey, noi che scegliamo le canzoni, perché i dischi non li abbiamo più da anni, in radio. Nessuno li ha, per fortuna. Si rovinano, sono ingombranti e fanno perdere un sacco di tempo. Io incastro numeri, marketing, gusti del pubblico, generi, classifiche e popolarità, per definire algoritmi complessi che facciano fare ad un computer, in una frazione di secondo, quello che un disk jockey, avrebbe fatto molto più lentamente, dopo dieci anni d’esperienza. Grandioso: l’esperienza al servizio delle macchine per far lavorare comodamente giovani leve che di quell’esperienza non avranno bisogno. Ma hanno delle belle voci e riescono a contare le parole una per una, perché si incastrino perfettamente nei pochi secondi a loro disposizione tra un disco e l’altro. Io ogni tanto dietro il microfono ci vado ancora, ma il più delle volte conto i minuti che mi separano dalla fine della trasmissione perché mi annoio disperatamente. Così torno tra i miei codici e lì mi metto a fantasticare a proposito di cosa staranno facendo tutte quelle persone che ascoltano la radio. Li immagino nelle situazioni più disparate ed è solo allora che le canzoni iniziano a suonarmi in testa, come quando le sceglievo una a una per la gente del Bettilù. Non esiste neanche una canzone che non abbia una storia e non esiste neanche una storia che non abbia almeno una canzone. E questo è quanto c’è da sapere per fare davvero bene questo lavoro. Nel tempo si affinano le doti, si riconoscono i suoni e le emozioni, ci si affida a un colore , a una parola, si delineano contorni e situazioni. Si scelgono i personaggi, le loro intenzioni, le azioni e i cuori. Anche solo immaginarne i cuori è sufficiente. Il più delle volte si indovina. Di tutti quelli che accendono la radio in quel momento, ce ne sarà anche solo uno con quella storia lì. E la missione sarà compiuta. Per la legge dei numeri bisogna puntare a tutti gli altri naturalmente, non a quell’unico scemo che in quel momento guarderà la radio come se quella gli stesse parlando. Ma, con un po’ d’attenzione, si potrà cogliere il momento esatto in cui tutti gli altri saranno distratti e mandar su la canzone per quell’unico ascoltatore senza nome né faccia. Oggi è come allora. Quasi. Un po’ più complesso e senza dischi veri. Ed esattamente come allora, funzionerà meglio, se prima ti sarà morto il cuore. Un cuore che muore è morto. Basta. Finito. Va in un posto dove stanno tutti i cuori morti e da lì spara sentenze su quello che ha preso il suo posto, spettegolando con i compagni ex-cuori, morti anche loro. Hai visto? Hai visto cosa ha fatto? E lei! Guardala là, non ci si crede! Ferma , impassibile, come se lui fosse stato messo lì proprio per non farle sentire più niente. E il bello è che lei si vanta pure, di averci il cuore nuovo, tutto bello pulito e comodo, comodo.
Quando a qualcuno muore il cuore succede in un istante. Dopo quell’istante ha, nel petto , due o tre giorni di vuoto e poi, finalmente, gli nasce un cuore nuovo. Il modello Cuore Personal 2.0, confrontato all’originale in dotazione alla nascita, è molto più efficiente. Non si dispera, è un buon consigliere, valuta con attenzione, raramente sobbalza e soprattutto è studiato per la costruzione di relazioni interpersonali sane, futuribili e stabili. Sistema frenante ripartito per una maggior sicurezza e doppio airbag. Insomma, il nuovo cuore funziona che è una bellezza. E solo quando si è in possesso di questo nuovo modello, si può giocare davvero bene con le canzoni, perché nessuna di quelle che si conoscono, né di quelle che si ascoltano per la prima volta, potrà farti a pezzi. Il giorno in cui il mio cuore è morto non ho sentito dolore. E Arturo è morta con lui. Quella sera me ne stavo a bere nel locale di un amico, mentre la band cantava canzoni pericolose e ridevo con lui tra una canzone e l’altra pensando che qualcuno, i ragazzi della band, doveva averli avvertiti se stavano suonando in quel modo. Come fosse un test. Il mio amico mi chiese: «Come va?»
E io gli risposi : «Credo bene, perché non fa affatto male.»
Lui disse «Bene.»
E io aggiunsi «Già.»
Poi siamo andati a fare colazione coi cornetti caldi come se niente fosse. Non so con esattezza quando poi il modello Personal 2.0 si sia auto-attivato, ma fino ad ora non ha sbagliato un colpo. L’unica noia è data dai commenti fastidiosi di quelli che avevano conosciuto il vecchio cuore e ora compiangono lo scomparso, per egoismo. Io sto una meraviglia, dico. Lo dico perché fa parte del protocollo, che va seguito alla lettera dal momento dell’autogenesi del 2.0. Insomma, mi trovo bene, ce l’ho ormai da quasi dieci anni e pare che sia ancora in garanzia. Non sono una persona diversa, sono sempre io, solo molto meglio. Arturo non ce l’avrebbe mai fatta in una vita così. Una vita felice. Sono sposata da cinque anni. Ho sposato un altro deejay. Anche a lui deve essere morto il cuore qualche anno fa, per questo ci siamo innamorati e ancora lo siamo. Sono felice di andare il sabato a pranzo da mamma e di incontrare i nostri amici il venerdì sera per una birra in centro, una sola. Mi va bene tutto e non mi lamento mai, perché io ho il massimo che si possa desiderare, dopo tutte quelle peripezie e avventure strampalate. Lo ripeto sempre a me stessa, ogni volta che guardo quella A. Nessuno dei ragazzi del Bettilù, me compresa, s’è mai chiesto dove fosse finita Arturo. Eravamo tutti troppo impegnati ad essere felici e a traslocare ciascuno in una casa di cui pagare il mutuo, in quarant’ anni di comode rate, intestate ai nostri genitori. Arturo non li avrebbe voluti mai quaranta anni di rate e poi si sarebbe ubriacata troppo spesso per ricordarsi di andare in banca a coprire il conto in rosso. Non penso a lei così tanto come potrebbe sembrare, ma in questi giorni è quasi estate e quando la vedo arrivare così all’improvviso, le immagini di quei giorni in cui ero lei, mi si piantano davanti ad ogni cosa che faccio. L’estate del 2004 è una specie di magia: a volte sembra che non sia mai finita, ricompare per un secondo in un odore, un rumore, quasi a dire “Buh! Indovina chi è?”. Sospesa nel tempo, resto immobile a meravigliarmi della sua persistenza. E’ come se lei fosse rimasta esattamente dov’è sempre stata e tutto il resto le sia passato attraverso. Così mentre il mondo passa, l’estate del 2004 rimane. E anche il mio nome, Arturo, come la A sulla mia pelle, non va via.

(Da “Cento Giorni al Bettilù” di Barbara Venditti)

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Disperato, gassato ed ero(t)ico stomp.

On 03, Apr 2014 | No Comments | In Convinzioni, Dubbi, Esperienze, Soluzioni | By bellatrix74

Consegna a domicilio non prevista. Stop.
Ho detto stomp, non stop.
Non c’è tempo per uno stomp adesso, devi lavorare.
Roger. Ma necessito con urgenza di gassata scura in versione Zero. Tre supermercati sprovvisti. Stop
Mettere naso fuori di casa e ricorrere ad alimentarista di fiducia. Concesso. Stop.
Roger. Infilo scarpe. Passo e chiudo.
CocaColaZeroCocacolaZeroCocaColaZero. Ti amo. Ti bramo. Ti soffro. Faccio al volo la conta delle mie dipendenze del passato e orgogliosamente mi vedo al pari di gente che sta simpatica a tutti, tipo Keith Richards. Decido di non dar peso al fatto che la dipendenza da CocaCola Zero sia molto meno rock’n’roll di quella da rum, da un tale che non mi voleva, da quell’altro che non mi voleva pure, dalle gomme alla cannella, dal fumo, dai minestroni della Knorr, da certi dischi, da quel tizio che in fila dopo gli altri due continuava a non volermi. Mi sono umiliata molto più così. Piglio il cane che mi guarda terrorizzato, chiedendosi dove cazzo andiamo malvestiti e spettinati, dopo tutti questi mesi tappati in casa tra un lavoro e l’altro, e si va. A giudicare dal tepore e dal fatto che alle sei sia ancora giorno, dovremmo essere ad Aprile. Sì infatti, lo dicevo stamattina in radio che era “qualcosa Aprile”. L’ultima cosa che ricordo , prima della “nuova condizione” era la striscia di mezzeria della strada su cui stavo facendo jogging un sabato mattina. Era Agosto. Mi ricordo che all’improvviso ho pensato che non volevo più fare le cose che facevo, che ne volevo fare altre, che le volevo fare tutte e tutte insieme. E che mi piaceva solo Radio Rock. Ma cosa mi viene in mente  di mettermi a pensare? Finisco sempre per combinare un sacco di guai. E invece io penso. Maledetta. Ho impilato ore, impegni, files, canzoni, format, spot, lanci, radio, tv, web. Casa solo per il computer e per il letto. A volte. Disastri coniugali e relazionali di cui Michael Douglas sarebbe stato invidioso.  Ora mi ritrovo con questa bella torre che ogni volta che la guardo dico “cade cade cade”. Penso a delusioni, a grandi imprese, a una thailandese, ma l’impresa eccezionale, dammi retta è non essere asociale. Saluto la cartolibraia. Mi ha riconosciuto, o forse è solo gentile con tutti. Il cane dopo tre passi fa per tornare verso casa, pensando che sia la solita pisciatina sotto il portico. Quando capisce che scendiamo giù tra la gente reale, cioè non quella che sta dietro allo schermo, dove lui crede che ci siano tutti quei canetti simpatici che gli faccio sempre vedere su Youtube, ha un sussulto e si mette a correre. Per stargli dietro, tenendo il guinzaglio con il braccio teso vado a sbattere contro il palo della bacheca delle affissioni funebri. Leggo di un signore che conoscevo ai tempi del Liceo. Ne danno il triste annuncio i familiari e bla bla bla. Mi spiace molto. E all’improvviso mi viene in mente quella cosa fastidiosa della morte, che uno, magari mentre sta facendo cose importanti, piglia e se ne va. Mio padre è ancora tra noi, grazie al cielo. O grazie alla terra, dipenda da in cosa si crede. In famiglia sono impazziti tutti. Io no. Lo ero già da prima quindi nessuno nota la differenza, anzi gli amici di famiglia dicono che sono l’unica a non aver perso la bussola. Vedi che vantaggio a non averla avuta mai? CocaCola Zero. La apri e fa Fruushhhh. Ne ho bisogno. Vorrei fermarmi da Marcello ma va a finire che poi resto tutto il pomeriggio. E devo lavorare su quelle puntate nuove da consegnare. Me lo andrei a sentire un disco con Marcello e  a bermi una birra con lui. Gli amici mi mancano tutti. Quelli del bar dove sta Vale, tanto. Ma il punto è che  qualche mese fa ho scoperto di aver perso quarantamila euro con quell’idea meravigliosa di fare l’imprenditore e mi sono dovuta concentrare su altro che non fare le cinque del mattino ridendo e bevendo rum.  CocaCola Zero. Se non ce l’hanno nemmeno al bar del circoletto mi metto a urlare. Proprio mentre cerco di superare l’impasse del conto degli zero nella cifra quarantamila, immaginando il rumore di quando la versi nel bicchiere che è tipo CtohlCtohlCtohl, mi imbatto in un capannello di negozianti. Mi fermo a salutare e ascolto i discorsi come il vecchietto che guarda i lavori stradali. Quando sento dire “piccoli commercianti” dal più arrabbiato di loro nel difendere la categoria, inizio a immaginarli come come Umpa Lumpa.  Il tizio, con cui sono tutti d’accordo, dice che è giusto che il supermercato abbia chiuso, che l’abbiano espropriato e che siano stati tutti licenziati, perchè da quando ci sono i supermercati gli Umpa Lumpa, cioè i “piccoli commercianti” non lavorano più. Vorrei far notare che non è giusto per i poveri cavalli, che si sono fatti un mazzo tanto per avere un posto nella storia dei mezzi di locomozione, che adesso con questa storia dei motori su ruote, non ci sia più lavoro per loro nel trainare carrozze. E anche che con questa mania del telefono dobbiamo smetterla  e restituire ai piccioni viaggiatori la loro dignità. E scrivere le lettere a mano, perché la canzone Mr Postman torni ad essere una hit. Fingo approvazione, anzi mi scappa anche un “Che tempi Signora Mia” nei confronti della fruttivendola. Accanto a lei sono esposte delle bellissime mele Granny Smith. Quasi, quasi… Con la CocaCola Zero, non ci starebbero male. Quattro euro e sessanta al chiilo. Per le fragole le faccio un bonifico più tardi? Che prezzi, signora mia, speriamo che riaprano il supermercato, va’, sennò quelli che ci lavoravano e ora sono disoccupati come fanno a comprarsi le sue mele? Pochi passi e il mio alimentarista-fornaio di fiducia mi sorride dicendo che, anche se non mi vede da mesi,  la CocaCola Zero ce l’ha. Una sola. Ed è mia, se la voglio. Ce l’ho fatta. L’afferro. La pago tre euro, sempre per il discorso del supermercato, ma l’alimentarista-fornaio mi guarda e non mi dà il resto. Dice che sono magra. Troppo. Quindi perché Zero? Perché l’altra non mi piace. Ma ti ci vuole lo zucchero. Anzi i carboidrati. Compra un po’ di pane. No, non lo mangio più il pane. Guarda tu queste ragazze. Va a finire che stanno male malissimo e invece bastava che comprassero un po’ di pane. Compro il pane. Ne stacco un pezzetto e lo mangio per convincerlo a darmi il resto, ‘ché devo andare a bere la mia CocaCola Zero. Il pane è terribile. Davvero. C’è da volergli tanto bene all’alimentarista-fornaio che da quattro anni ci vende il pane e le CocaCola Zero. Perché a farlo non è proprio capace, ma ha un talento unico nel riuscire a farlo tutto uguale, dalle rosette al lariano, al francese. E’ una cosa che fa lui. Solo lui. Come Astariti che fa l’Urlo della Notte nel film La Scuola. Risalendo verso casa decido di fare la strada più lunga. La metafora mi colpisce e rallento il passo per rifletterci. Se ne accorge anche il piccolo e si gira a guardarmi come per perdonarmi di essere così. Mi abbasso ad accarezzarlo e ripenso a quando un paio di mesi fa eravamo sul divano a piangere mentre lo operavano e sapevamo che forse non l’avremmo rivisto più. La CocaCola Zero mi sta raffreddando il pane e pesa anche. La voglia ce l’ho ancora ma non riesco a muovere più un passo. Resto ferma, di sasso, sotto il sole d’Aprile a chiedermi come ci sono arrivata  fino a qui. Valla a capire la vita: la guardi come fosse quella di un altro e poi all’improvviso ti accorgi che eri tu. Sei tu. Tremendo sospetto. Mi vengono in mente, nell’ordine: Il Papa, David Bowie e una mia compagna di scuola al liceo. I primi tre avatar a cui sono riuscita a pensare. Era un test. Il sospetto è confermato. Dico il nome di una persona qualunque. Tac. La immagino come nella foto del profilo. Tremo ma devo farlo: mio marito. Tac. Foto del profilo. E soprattutto: io. Foto del profilo e immagine di copertina! Aiutateci. La società distopica paventata da Philip K. Dick! Eccoci. L’apocalisse del sè. Cosa è reale? Riprendo a camminare a testa bassa, come se qualcosa m’avesse colpito alla testa. Ho tanta voglia di CocaCola Zero. Ah già. Ce l’ho qui. Devo solo infilare la chiave nella toppa. Signora scusi ma le sembra normale che la luce delle scale resti sempre accesa? Qui dobbiamo chiamare l’amministratore. Simpatico vecchietto della porta accanto. Taglio corto e dico che io non so nulla, io pago l’affitto. Ma come non sa nulla? E qui dobbiamo parlarne. Non adesso. Non mi va. Non riconosco la foto del suo profilo, quindi lei non esiste. Nella vita reale, in questa vecchia vita qui, dove il vicino ti ferma per le scale senza chiederti se hai da fare, non puoi chiudere la chat dicendo che stai uscendo. E’ terribile. Rivoglio subito la mia scomoda società distopica fatta di profili, e avatar, e hashtag. Dove controllo io tutto. Dove esiste la contemporaneità delle azioni. Dove il multitasking è praticato anche dagli uomini, non solo dalle donne. Dove tutti questi lavori, doveri, impegni, obiettivi di cui ho riempito le mie giornate, possono convivere con la  nostalgia di una vita diversa e con l’idea di averla ancora, come quando suonavo i dischi in spiaggia da mattina a sera. Mi sono impuntata , lo so. La felicità che sto cercando è come questo Fruushhhh. Ma sono troppo arrabbiata per rinunciare a questa stupida, gassata, inutile CocaCola, che è pure Zero, quindi senza calorie, zucchero e contenuti. Ho fatto la strada più lunga per portarla a casa, e mi rendo conto che il piano può risultare poco chiaro a qualcuno, mentre per me lo è, eccome. Non so bene con chi o con cosa sono arrabbiata, ma è andata così. Metto il culo sul divano, solo per un momento. Non so se inviarlo, quel provino. Un altro guaio.  E’ tardi. Faccio le mie scale tre alla volta verso lo studio, afferro la tastiera, guardo il file del romanzo messo da parte, resisto alla tentazione di aprire vecchie foto o riordinare i dischi che volevo mettere dentro Wasabi e con dolcezza, mi chiedo se è o no il caso di premere Enter… ma è già partita la mia mano.

14

Lug
2013

No Comments

In Esperienze

By bellatrix74

Non è un paese per tacchi a spillo.

On 14, Lug 2013 | No Comments | In Esperienze | By bellatrix74

todd-burandt-photography-1-600x399_large Troppe strade in sampietrini. Mi preparavo, per uscire di casa stamattina, correndo come solito, e così ho messo su il primo paio di sandali pescati nel mucchio di vecchiume, che non riesco a rinverdire per colpa della crisi. Ho maledetto quel pescaggio sventurato ad ogni passo. Primo sampietrino centrato: tac! Secondo sampietrino centrato: tac! Terzo sampietri.. stunk: fessura e incastro. Il look “Sex and The City” da Fiano Romano a Velletri, non ce lo possiamo proprio permettere. Carrie, con gesto grazioso e sicuro, si sarebbe liberata delle scarpe, voltando poi la testa per sorridere ad un operaio, risalito da un tombino,  che l’aveva ammirata nello strip-tease del piede, e avrebbe continuato dritta per la sua strada, dimenando felice la  sua borsa riutilizzabile della Coop, per fare la spesa al Simply. Certo, al Simply. La borsa brandizzata riutilizzabile, per sfuggire alla busta di mais,  mi costa un occhio quasi ogni volta, perché la dimentico troppo spesso, quindi, quando me la ricordo, la uso dove mi pare. Quella del Simply alla Coop e quella della Coop al Simply e quando mi chiedono se voglio comprare la busta da tre euro io dico: “tie’, l’ho comprata altrove”. Non è un paese per buste di plastica monouso, infatti, questo l’abbiamo capito. Non è un paese per Carrie perché l’operaio nel tombino non ci lavora quasi più, visti i tagli alle opere pubbliche. Pare che i tombini li abbiano sigillati col silicone pur di non rischiare che qualcuno li apra con l’intento di mettersi a lavorare. Lavorare?? Pussa via! Se tu lavorare qualcuno dovere pagare! Via: tombino chiuso. Prima di andare al Simply mi sono detta che, giacché non è un paese per tacchi a spillo, almeno un reggicalze potevo permettermelo e sono entrata dal “sempre sia lodato” tutto-costa-poco-intimissimi. Ho scoperto che questo non è un paese per lingerie sexy. La puoi comprare solo su internet a prezzi stellari. Quel che la grande distribuzione, non cinese, offre è: 1) basic mutanda e basic top. Non lo chiamano nemmeno più reggiseno, poichè potrebbe indurre in tentazioni da perditempo. Che ti metti a pensare a tette e culi con tutti i guai che abbiamo? Mi sono risposta che sì, è un paese per tette e culi, ma solo per alcune tette e alcuni culi, non per quelli che entrano da Intimissimi. 2) pizzo finto per spose novelle rigorosamente in bianco. Non è più un paese per singles: la vita monoporzione è costosissima. 3) varie forme di pigiamoni con orsi. Giustamente il riscaldamento costa, meglio coprirsi bene. Anche in estate , così ci portiamo avanti col lavoro. Io ho giurato sulla testa dei Duran Duran che giammai indossero’ alcun orso su alcun pigiamone. Quindi non è paese per orsi, come le cronache dal Parco Nazionale D’Abruzzo ci mostrano ogni giorno nell’ultimo mese. Sarà invece sempre un paese per i Duran Duran. Ma questa è un altra storia. Tornavo quindi con le pive nel sacco della Coop verso casa, quando mi sono detta  «Chissà che fa Alessia al beershop». Da due, tre cose che mi ha detto ho capito che non è un paese per gestori di beershop. Ho però pensato che la frase  da lei pronunciata “neanche uno scontrino” potesse anche essere un vantaggio. Significa che, se la matematica è una certezza,  il 65% di pressione fiscale applicata su zero è.. zero! Eddaje. Errore. E il minimale INPS dove lo metti? Tremiladuecento. Concilia? Ma il 65% di zero è zero. Eh ma sono soldi tuoi. Ah ok, allora lasciameli. No no, poi un giorno forse te li rido’. Ma io non li ho. Trovali. Ma scusa: zero scontrini = zero meno il 65% di pressione fiscale su zero  = zero gadagno. Dove li trovo?  Allora chiudi. In sintesi non è un paese per matematici In compenso però Ale mi ha raccontato di due offerte molto molto vantaggiose che le sono passate sotto il naso nel corso della mattinata, peccato non averne potuto approfittare. La prima arrivava da Enrico, numero di telefono 34* *** ** 47, come recitava il biglietto da visita che le aveva consegnato, stringendole la mano. Un post-it rosso, stropicciato,  su cui aveva annotato a penna  non solo i suoi dati, ma anche la sua professione: massaggi on-the-go. Ciao vorrei proporti un massaggio. Ma no scusa, sono in negozio, sto lavorando. Dai, ti faccio un massaggio per il mal di testa, tanto chi vuoi che entri? Ma non ce l’ho il mal di testa. Ma magari ti viene. Ma scusa comprati tu una birra no? Eh no scusa, se non faccio i massaggi non ho i soldi per la birra. Vuoi un massaggio? No grazie. E allora niente birra. In due minuti La Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta di Keynes spiegato con un dialogo che avrebbe fatto invidia  Ionesco. Non è un paese per massaggiatori on-the-go. Ma quello che mi ha rattristato di più,  stamattina, è stato scoprire, nel secondo racconto della mia amica, che questo, ahinoi, non è un paese per poeti romani. Neanche per poeti fiorentini probabilmente, ma per poeti romani, in modo particolare. Ciao, sono un poeta romano e vorrei una birra in cambio di tre poesie. Le ho scritte qui, su questo foglio, che ti lascio e non ti decanto. Una è di Kerouac te lo confesso, ma le altre sono mie. Però vorrei un piccolo riscontro da parte tua. Una birra, se non soldi. Ora, chi legge e non conosce Alessia, non sa. Io che la conosco so che lei l’ha guardato senza sorprendersi affatto. Ha solo pensato “Aridaje. Eccone un altro”. Non perchè le manchi la poesia, tutt’altro, visto che poi, a differenza di quel che avrebbero fatto tanti altri, la birra gliel’ha data, pur mettendo in cassa i soldi lei stessa (il che fa -1 scontrino ma sempre tremiladuecento di INPS da versare). Lei semplicemente non si sorprende più di nulla. Guarda avanti Alessia, l’ha sempre fatto. Con gli occhi chiari, anche divertiti da tutte queste assurdità che sta vivendo, negli anni, questa nostra, sexy, passionale, avventuriera, poetica generazione. Io, che l’ammiro molto per questo suo aplomb, sono invece confusa e smarrita, e troppo spesso ultimamente mi guardo i piedi per non finire tra un sampietrino e l’altro, invece di camminare petto in fuori e testa alta dicendo a me stessa che, comunque, sarà un successo. O che alla fine, pur con le pive nel sacco della Coop, ci avrò guadagnato, in cambio di questo racconto, di essermi portata a casa i versi del poeta romano e di aver scoperto in lui un novello Morrison, il quale forse, per qualche strana magia del pensiero, è entrato al beershop stamattina, per lasciare un messaggio a chi leggesse qui. Maktub.

Tre secoli in tre giorni
Regnano ora nel cuore folle di un ragno
e nel pube di sette farfalle stellate.

Anonimo Poeta Romano

20

Giu
2013

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In Esperienze

By bellatrix74

Cose che ho visto oggi al Mecs Village.

On 20, Giu 2013 | No Comments | In Esperienze | By bellatrix74

Mecs Village Mood Al Mecs Village il parcheggio non lo trovi mai. E’ inutile che facendo manovra, farfugli tra te e te,  cose del tipo ” è impossibile,  è giovedì , è Giugno e sono le tre”. Significa che non sai cosa è il Mecs Village. Non è mica una spiaggia di quelle che ci va la gente che vuole andare al mare. A volte il sabato e domenica ci trovi anche quelli, che infatti hanno parcheggiato a tre chilometri,  ma nel resto dei giorni è una cosa da residenti. C’è gente che risiede al Mecs Village, non chiedermi come sia possibile, è così. E non chiedermi neanche come siano possibili tutte le altre cose che vedi lì. E’ un posto magico, te l’ho detto. Oggi al Mecs Village la prima cosa che ho visto è Mustafà che mi diceva che il parcheggio per me c’era. Nel salutarmi ha aggiunto “Franco ha detto che s’è stancato e che ora devo lavorare io”. Io ho pensato che erano le solite beghe, non gli ho dato peso così mi sono concentrata sulla seconda cosa miracolosa che ho visto al Mecs Village. Ma questa non la capirai, perchè quando hanno piantato quelle piante grasse strane tra le dune, quelle di cui non ricordo il nome, qualcuno, forse Mario, me l’aveva detto che avrebbero primo o poi dato dei fiori alti alti, ma alti eh. Alti dieci metri mai l’avrei creduto. Forse ancora più alti di così. Dunque sono passati tutti questi anni, e solo quest’anno le piante-grasse-non-so-come-si-chiamano hanno deciso di dircelo all’improvviso. La terza cosa che ho visto al Mecs Village oggi è stata naturalmente Carlo. E ho pensato che somiglia sempre di più a Lebowski. Ma è incredibile quanto fino a qualche anno fa somigliasse a Walter, cioè John Goodman. Questo mi ha fatto pensare che per quanto le persone con gli anni ci appaiano diverse, continuano sempre a far parte dello stesso film e quel film è l’essenza  del Mecs Village. La quarta cosa che ho visto al Mecs oggi è stata Edo, che ora ha diciotto anni ed è alto quasi come il fiore de la-pianta-grasse-non-so-come-si-chiama. E’ inutile che dica che me lo ricordo quando era alto la metà sebbene in piedi su una sedia che cercava di rubarmi la consolle perchè voleva ascoltare le canzoni di Elvis e solo di Elvis. Comunque, quest’anno l’hanno promosso , ma hanno bocciato sua sorella e lui ci ha tenuto molto a precisare: “Eh sì ma mica puo’ essere che uno arriva e si fa bocciare così. Lei è una dilettante, non come me, con dieci materie insufficienti per tre anni di fila e un impegno consolidato anche nel non rispetto delle regole di condotta. E su, ci vuole professionismo per queste cose. Mo’ il primo che arriva vuole fare il ripetente.”. Non mi sono sentita di contrappuntare alcunchè a questo ragionamento che ho trovato molto maturo. in fondo per me è lo stesso. Mo’ il primo che arriva vuole andare a dire scemenze alla radio e fa finta di metter anche i dischi. Mica si fa così, ci vuole professionismo per essere giullari di corte, devi sceglierlo di stare con una scarpa e una ciavatta tutta la vita. Scendendo in spiaggia al Mecs ho intravisto Riccardo. Naturalmente.  Dieci anni fa aveva quarant’anni, era pieno di muscoli, atletico, abbronzatissimo e sembrava un ragazzino. Oggi è identico, ma non è un modo di dire. I-den-ti-co. Tra dieci anni sarà ancora così. Nessuno sa come fa, nè esattamente quanti anni abbia. Al Mecs Village poi, conti fino a tre e arrivano: uno, dieci, centomila venditori di collanine. Ma, attenzione,  al Mecs, chissà perchè, si sentono in diritto di sedersi sul tuo lettino e iniziare a raccontarti la  loro vita. Lo fanno tutti. Finchè a uno a caso non dici: “Dai su lasciami prendere il sole”. E lui ti risponde: “Amico, sole taaaanto grande, non ruba nessuno e tu ancora molto bianco. Hai tempo, tutto tempo che vuoi. Senti storia mia”. Al Mecs Village in fondo ci vai per ascoltare le storie. Come quella di Enrico che domenica scorsa ha dato via due lettini alla modica cifra di venti uova fresche. “E che dovevo fare? Quello i soldi tanto non ce li aveva”. Nessuno ce li ha più, in effetti. Nessuno tranne Franco evidentemente. Oggi infatti al Mecs Village ho visto Franco il parcheggiatore, che fa il parcheggiatore del Mecs da quando è nato, prendere il sole sul lettino. Gli ho chiesto che caspita stava facendo e lui m’ha risposto che basta, ha deciso che è ora di andare in pensione. Io ci ho provato a dirglielo che giacchè andava in pensione , dopo una vita al Mecs, avrebbe potuto godersi la pensione altrove. Ma lui giustamente ha ribattuto che è tutta la vita che vede la gente che si diverte al Mecs e che mo’ è il tempo suo di divertirsi lì. Non fa una piega. A quel punto è arrivato il venditore di ciambelle che urlava gran voce:” Non ce sta più nessuno che capisce che le ciambelle costano poco e durano tanto? So’ il rimedio alla crisi. Pe’ tutti tranne che pe’ Franco. A’ Franco ma chi t’ammazza a te?” e poi cambiando tono “Er tempo t’ammazza”. Quando mi sono alzata dal lettino, sono andata al bar e lì ho visto Enrico parlarmi della sua ennesima rivoluzione artistico-tecnologica. E’ un genio e io dico che stavolta ce la fa. Siamo stati interrotti da una signorina, russa credo, che avvicinandosi alla cassa ha così esordito: “Salve , vorrei dire, questa musica , magari bella eh, ma davvero, qui, oggi, così fa stare tanto male. E’ un po’ come… non so se capisci… una strozzatura alle palle. Ma forte eh. Come uno che ti strozza coglioni.” Enrico con il suo aplomb ha gentilmente fatto notare che si trattava di Vinicio Capossela, ma compiaciuto della pittoresca rimostranza, ha chiesto a Lebowski di cambiare disco. E Lebowski, che per gentilezza non ha fatto notare che sarebbe stato più giusto usare il verbo “strizzare”, ha messo i Police.  I Police vanno sempre bene al Mecs ma quell’idea di Enrico, tirata fuori qualche tempo fa, quella sì che faceva sognare… Cambiare nome al Mecs e chiamarla Ripples Beach. Dalla passerella fino alla spiaggia solo le note di Ripples e poi sempre e solo Ripples  che va a ripetizione per ore e per giorni. Pensa che palle. Ma che ridere.  Infine oggi al Mecs Village ho  visto i miei piedi mentre prendevo il sole sul lettino. E ho pensato che io il sole sul lettino forse non l’ho preso che due o tre volte, in qualche ora di pausa. Quindi mi sono voltata e ho visto il punto esatto in cui prima c’era la mia consolle. Ora non c’è nulla. E’ giusto così. Siamo tutti un po’ come Drugo, sempre in difesa di un tappeto volante, anche a costo di confrontarsi con i Nichilisti, che in quanto tali, non credono in niente. Io credo in molte cose invece, ma credo soprattutto che quelli come me al mare non ci devono andare altro che per mettere i dischi, altrimenti passano la giornata a cercare in testa la canzone giusta per ogni cosa che vedono , senza poi poterla mandar su. E finiscono per canticchiarla sottovoce senza accorgersene. Qualcuno li chiama matti io li chiamo “In pensione”. In sintesi, io e Franco in pensione non possiamo andarci proprio. E poi, mi chiedevo: ma Franco i contributi di quartant’anni, ma come se l’è versati? Mah.

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16

Giu
2013

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In Esperienze

By bellatrix74

E comunque, non c’è pena d’amore che tenga…

On 16, Giu 2013 | No Comments | In Esperienze | By bellatrix74

mr chuck 5… se soffri per amicizia, soffri di più. Anche fosse solo per la nostalgia di momenti perduti.  Ogni volta nelle conversazioni sbuca qualcuno che dice che non si possono fare confronti quantitativi a proposito della sofferenza. Ciascuno elabora i propri lutti con la dose di dolore più congeniale alla sua soglia di sopravvivenza. Sull’orlo del precipizio  ci siamo stati tutti, poi, quanto alto fosse è dettaglio trascurabile. Io ad esempio, che non soffro di vertigini, ho sfidato cime chilometriche in virtù di un incompiuto harakiri da manuale. Ma se penso a Marcolino, che invece teme l’altezza, mi meraviglio di come abbia potuto persino affacciarsi da quella collinetta scoscesa.  Per questo l’unico confronto realmente ipotizzabile è quello di tipo qualitativo. Azzardo una statistica e lancio l’inutile sondaggio: per amicizia si soffre di più. L’invito alla riflessione verrà declinato dai cuori trafitti del momento. Ma più in là, quando il nuovo amore prenderà il posto del vecchio, in un  meccanismo banale ma di “baglionesca” tradizione, anche il cuore più ferito del mondo mostrerà nitidi sulla superficie solo i nomi marchiati a fuoco di amici di tempi andati. Poi chissà perché si smette di vedersi a un certo punto. Io ho sempre creduto questo: a volte le cose finiscono e basta. Nessuna colpa nè rimedio d’emergenza: ci si trova insieme nella gioia e nella sventura, qualcosa  unisce, una nuova energia guida sorrisi, chiacchiere pensieri e confidenze e, prima che tutto possa nuovamente andare avanti come era prima, ciascuno per sè, il momento si cristallizza e resta immobile nel tempo, in ricordi taglienti come pezzi di vetro. Pezzi di Vetro, come la canzone di De Gregori che fa: E la fine del discorso la conosci già, era acqua corrente un pò di tempo fà che ora si è fermata qua. Io ad Ale ci penso sempre. Non  le voglio mica male, anzi amo quel nostro tempo insieme  è prezioso come poche altre cose che custodisco. Penso sempre ai giorni in spiaggia con Vale, e guardo la foto in cui siamo con gli altri ragazzi dicendomi che mai avrò un amore così grande come quell’amore di risate. Ne piango anche a volte. Io che degli amori passati non mi curo più, mi curo invece di quei giorni d’amicizia folle, perchè solo a un amico puoi dirlo quel che nemmeno a te stesso dici. In queste due settimane in cui non sono andata in radio mi sono preoccupata molto poco del fatto che ancora una volta avessi perso un lavoro. Pazienza, ce ne saranno altri. Ma la mancanza delle cazzate con Fede, Pippo e Daria è come quelle caramelle che non mi sono piaciute mai: un buco con la menta intorno. Faccio fatica a trovare la menta intorno. Glisserò invece sulla questione del buco, perchè sono una signora. Però ecco, ho un vuoto improvviso nel cuore che mi fa pensare che un’altra cosa è finita, o sta per finire. Poi tra qualche anno mi ricorderò di loro sorridendo e ci incontreremo in pizzeria a ricordarci di questi guai condivisi. Non è triste in realtà. Ora, solo ora, penso che la vera cosa triste è che qualche sventurato, questo buco nel cuore non ce l’avrà mai. Figuriamoci la menta intorno.

24

Mag
2013

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In Esperienze

By bellatrix74

Quel che c’è nel mezzo.

On 24, Mag 2013 | No Comments | In Esperienze | By bellatrix74

Quello solo conta. E’ un’idea che vado accarezzando da settimane e, onestamente, forse il più delle volte è una reazione dettata dall’istinto di conservazione. Ma poi, in serate come questa, tutto mi appare semplice, lucido e liscio, come fosse su uno di quegli schermi ad alta definizione. Così,  io lì davanti sto a guardare la mia vita e a dirmi che solo un’idiota non si accorgerebbe di quanto ci sia di fondamentale in “quel che c’è nel mezzo”.  Nessun pixel bruciato, nè cali di tensione: vaglielo a spiegare, ai maniaci del lieto fine, che c’è lieto fine in “quel che succede nel frattempo”, e non alla fine del film. Dieci anni fa, pochi a dire il vero, quando iniziai a trasmettere in una radio, la prima di almeno sei successive, ero già a metà percorso. Se nasci animatore turistico, poi nella vita, non fai davvero mai altro. Anche se ci provi. Qualcuno si dice attore, altri deejay. Chi presentatore, chi cantante, qualcuno persino giornalista. Insomma, cambia solo l’appellativo. La definizione è quella: sei un giullare di corte, nato così e così resti. Punto. Passi gli anni, i mesi e le stagioni  dopo il villaggio a inseguire il sogno da avvocato o professore. Tutto inutile. I più onesti si ritrovano a quarant’anni ad ammettere che “tanto, sarà così per sempre”. Ci sarà sempre un locale nuovo in cui tentare. Una radio a cui inviare una demo. Un provino, che sarà sempre quello della svolta. L’ennesima produzione discografica che sarà una “one hit wonder”. E le bollette sempre pagate a stento. Con quelle trattenute Enpals che detesti, perchè i verbi al futuro non li saprai coniugare mai. Mentre solo l’indicativo presente del verbo “fare” conta: io faccio. Ce ne sono di leggende a proposito di chi è stato beccato on air, mentre trasmetteva gratis in locale, da Suraci o da Montefusco e poi gli è cambiata la vita. Sono come gli alligatori nelle fogne di New York: leggende, appunto. Poi li incontri, li tocchi, loro ti dicono che erano in etere da due giorni  e ti dici che la fortuna potrebbe girare anche per te. Non succede mai. Passano gli anni. Il deejay anni novanta non prende più  due milioni a serata perchè al quindicenne che non ha l’ernia per i dischi portati a spalla,  bastano cinquanta euro. E’ un mondo di addetti ai lavori che da vent’anni fa sto lavoro, senza essere riuscito a farlo mai davvero.  Qualche settimana fa stavo lì, con LEI nello studio dai divanetti fucsia. In quel momento mi sono detta  che avrei dato un braccio perchè mi prendesse. Basta tasse a rate. Basta affitto rimediato. Basta quattro lavori. Gloria, vendetta, dignità, nome in alto sul palinsesto di una Signora Radio, una con i numeri. Vuoi mettere? Ho vinto! Ho vinto! Ho vinto! Ti faccio la “C” come la vuoi tu. Meno soffiato e più diaframma. Prendimi e sarò tua per trenta ore a settimana a star sulle image ramp come ballerina sulle punte. Ma non è successo. Quindi sono andata ad ubriacarmi con Daria e Pippo. E ho avuto un pezzetto di quel che c’è nel mezzo. Nel mezzo c’è quel che conta. Gli aperitivi con i colleghi. Le telefonate tra amici per scambiarsi informazioni sui provini e ridere di tutt’altro durante le chiamate. Emi, che fa parte della schiera degli attori che hanno tentato l’Fm, che prende info sui nuovi casting per una fiction  in web.  I pomeriggi con Fede a parlare di cucina e altri cazzi (che sono argomenti che non potrei spiegare meglio di come ho detto già). Le playlist e gli scambi di dischi con gli amici di Pesaro. E le battute tra ragazze della radio che : “se solo l’avessimo avuto un programma insieme , allora sì. Ma guarda sto figo a The Voice, non è una prova dell’esistenza di Dio?”. Claudio che fa i liners per me e Daria e noi che pigliamo solo i fuori onda, perchè fanno ridere di più. E poi lui che imita quell’editore lì che solo noi, cioè tutti noi di Roma , sappiamo chi è. Chi la radio la fa Rock perchè c’ha culo, e chi è rock dentro ma fa i lanci su Lady Gaga come fosse Cecchetto a Discoring.  E Lorenzo che ancor oggi mi dice su facebook che sono una hipster di merda  e lui poi pubblica i Fugazi. E poi giù a ridere di quel consulente di radio che sa tutto, e ha convinto editori da Udine a Milano a Palermo,  e tutti sanno che invece non ci ha capito una cippa. E la sera in cui vai a cena, ognuno imita l’altro e allora il Grilli fa il “collegamento da Ostia Antica”. Tutti in radio diverse. Che se solo mai un editore un giorno ci pensasse: “mo’ li piglio tutti insieme, ‘sti sfigati e faccio un’unica radio”, s’arricchirebbe solo con gli ascolti degli addetti ai lavori. Con i fonici che si chiamano tutti o Filippo, o Luca o  Lorenzo. E sono dark, amano i Joy Division, ma suonano la musica techno o house e nessuno li capisce. Sono fantastici, i fonici delle radio: tirano giù bestemmie montando mixati con Guetta e Sinclair perchè quelli, a loro,  dovrebbero lucidare le scarpe. E poi ci sono i giorni da deejay sulla spiaggia a incastrar canzoni tra le richieste e le storie. Gli amici, quelli di fuori che si chiedono dove sei finito e  quando ti incontrano ti chiedono una compilation. Anche ora che esiste spotify, anche oggi: la cazzo di compilation. I giorni nei vari archivi di varie radio a digitare titoli di canzoni. E quelli in cui nevica e in qualche modo ci devi comunque arrivare in radio. I giorni a farsi venire un’idea. I giorni in cui per una distrazione capiti nel capannello di gente sbagliata e ti sorbisci due ore di disquisizione su: bitrate, attrezzature, segnali, frequenze e gabbiotti a Monte Cavo da andare a sabotare una volta per tutte. Noi, tutti noi, sempre qui. Mai arricchiti nel conto in banca, ma ricchi molto più di chiunque altro lo sarà mai. Ecco, questo è quel che c’è nel mezzo dei giorni in cui non vinci. Ma ce ne fossero giorni, abbastanza da farne altri venti, di anni così.

24

Apr
2013

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In Esperienze

By bellatrix74

In disorganica ricerca della bellezza.

On 24, Apr 2013 | No Comments | In Esperienze | By bellatrix74

Senza un filo logico, come in effetti è giusto che sia, ma allo stesso tempo senza soluzione di continuità tra le azioni. Camminare e sorridere, poi comprare dei fiori e quindi sedersi e accarezzare la superficie liscia di una panchina verniciata da pochi giorni. Mangiare, guidare, parlare con i medici, comprendere e poi citare lo sponsor in diretta prima di annunciare il nuovo singolo dei Daft Punk. Incontrare un amico, pensare alla bolletta da pagare, poi chiedersi dove si va quando si muore. Rifare il letto all’ora sbagliata e accendere la luce. Poi spegnerla passando ad un’altra stanza. Masticare compresse di Vitamina C effervescente per sentire male su palato, entrare al market per comprare la cena, puntare la sveglia ad un’ora qualunque di un giorno qualunque. E solo nel mezzo di azioni singole e incoerenti accorgersi di tale ricerca. Come fosse un unico lunghissimo sonno, senza sogni, solo un dolore strano. E all’improvviso la bellezza. Un sasso bianco scalciato via per caso. I limoni maturi nel giardino che mai più ho visitato davvero. E salire le scale piano, sapendo che sotto il rivestimento in noce ci sono i disegni che facemmo da bambini, sul bianco tra uno scalino e l’altro. Lui deve aver pianto quando li ha ricoperti col legno. Che ironia. Mai tempo per cercarla, e lei mi trova proprio quando non posso sorriderle. Così con quell’azzurro polvere, scoperto, o forse inventato, tra nuvole nere, è iniziata un’incessante ma disorganica ricerca. Era ieri, o forse due giorni fa, non so. Tutte le cose difficili di prima sono ad un tratto facili.  Tutte insieme, nello stesso istante, senza scorrere, sovrapposte e incastrate. Birilli per aria, li afferro al volo e faccio la giravolta, senza scompormi. E’ il sonno, questo lungo sonno da cui non riesco a svegliarmi, la cosa difficile. Pare la vita di un’altra. E la guardo da fuori masticando ancora quelle compresse di Vitamina C perchè m’hanno detto che mi fa bene, ne ho bisogno. O lei, quella della vita che guardo ne ha bisogno. Lei scioglie guai come nastrini da corsetto e cammina veloce senza perdere l’equilibrio tra l’ospedale dove sta lui e il resto della vita. Io solo cerco bellezza disorganizzata tra minuti discontinui. Le quattro e mezza. E poi, un istante dopo stranamente le cinque. O le sei. E ricordarmi senza motivo di quella frase che convinse Tolkien per suono e non per significato: Cellar Door. Pensare alla vita allo stesso modo: solo la bellezza, senza significato. Cellar Door.

09

Gen
2013

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In Esperienze

By bellatrix74

E poi, a un certo punto, un cuore muore.

On 09, Gen 2013 | No Comments | In Esperienze | By bellatrix74

broken_heart_emo-1500 Capita. Un cuore che muore è morto. Basta. Finito. Va in un posto dove stanno tutti i cuori morti e da lì spara sentenze su quello che ha preso il suo posto, spettegolando con i compagni ex-cuori, morti anche loro. «Hai visto? Hai visto cosa ha fatto? E lei..guardala là, non ci si crede! Ferma , impassibile, come se lui fosse stato messo lì proprio per non farle sentire più niente. E il bello è che lei si vanta pure, di averci il cuore nuovo, tutto bello pulito e comodo comodo»
Quando a qualcuno muore il cuore succede in un istante. Dopo quell’istante ha, nel petto , due o tre giorni di vuoto e poi, finalmente, gli nasce un cuore nuovo. Il modello Cuore Personal 2.0, confrontato all’originale in dotazione alla nascita, è molto più efficiente. Non si dispera, è un buon consigliere, valuta con attenzione, raramente sobbalza e soprattutto è studiato per la costruzione di relazioni interpersonali sane, futuribili e stabili. Sistema frenante ripartito per una maggior sicurezza e doppio airbag. Insomma, il nuovo cuore funziona che è una meraviglia. Il giorno in cui il mio cuore è morto non ho sentito dolore. Era inevitabile che succedesse, anzi, logoro e ormai malfunzionante aveva resistito anche troppo. Quella sera me ne stavo a bere nel locale di un amico, mentre la band cantava canzoni di Ivano Fossati e ridevo con lui tra una canzone e l’altra pensando che qualcuno , i ragazzi della band, doveva averli avvertiti se stavano suonando in quel modo. Il mio amico, che sarà sempre il migliore amico che ho, m’ha solo chiesto «Come va?» E io gli ho solo detto «Credo bene, perchè non fa affatto male.». Lui ha detto «Bene.» E io ho detto «Già». Poi siamo andati a fare colazione coi cornetti caldi come se niente fosse. Non so con esattezza quando poi il modello Personal 2.0 si sia autoattivato, ma fino ad ora non ha sbagliato un colpo. L’unica noia è data dai commenti fastidiosi di quelli che avevano conosciuto il vecchio cuore e compiangono lo scomparso, per egoismo. Io sto una meraviglia, dico. Lo dico perchè fa parte del protocollo, che va seguito alla lettera dal momento dell’autogenesi del 2.0. Insomma, mi trovo bene, ce l’ho ormai da sette anni e pare che sia ancora in garanzia. Non sono una persona diversa, sono sempre io, solo molto meglio. Qualche volta ci ripenso a quelle cose lì. Al duemilatre, o al duemilaquattro o al duemilacinque e mi dico che un po’ se oggi, a dieci anni di distanza sono contenta di me è merito di quel vecchio scemo, che un giorno si svegliò e cambiò tutto. Ma poi muovo veloce la testa a dire no, e mi scrollo l’idea di dosso. Oggi è già il duemilatredici, pensa. Non so… sarà ‘sto tre. Ma ho uno strano presentimento. Buon anno a tutti.

13

Ott
2012

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In Esperienze

By bellatrix74

Cazzo i Pooh! C’è un errore!

On 13, Ott 2012 | No Comments | In Esperienze | By bellatrix74

«Filippooo!!!! Qua ci stanno i Pooh in scaletta. Ma soprattutto ci sta quella canzone lì.. Oddio come fa: ” e se  fossi una donna che torna è qui che tornerei.” Capito? Nello spazio dedicato alle nuovissime novità, di una radio che suona solo le novità. C’è un errore!»
Nessun errore. Sono tornati, anzi non se ne sono mai andati. Ma non è questo che mi fa riflettere stasera. In fondo il povero Dodi non è altro che uno che fa il lavoro suo. Magari non è ancora in pari con i contributi Enpals, che ne sai? Che ne sapete voi che non avete idea di  quanto pesa un numero di matricola Enpals nel bilancio familiare di chi fa i conti pure con l’Inps? E sottolineo PURE. Quello che invece mi inquieta è il punto di vista dell’altra me, che vive in Inghilterra, a Londra, e paga l’Inps alla Regina. Dicono che ci sono almeno cinque copie di ciascuno di noi sparse nel mondo. Bene, la mia copia inglese, in questo momento riderebbe di me se sapesse che ascolto ancora i Genesis? Certo c’è da sottolineare che a Peter Gabriel non gli sfiora neanche la mente l’idea di poter riproporre The Musical Box con Michael Bublè, ma sì, diamine, lo confesso: ascolto Selling England e ancora oggi ne godo compiaciuta. La mia altra inglese direbbe forse che c’è un errore nella scaletta in onda, se le comparisse all’improvviso..bho… I Know What i Like? Comunque, ho finto serenità e ho annunciato (rigorosamente in image ramp) i Pooh con Mario Biondi, nella loro nuova canzone, “Ci penserò domani”. Poi mi sono detta: “Mah, ci penserò domani”. Alla fine del mondo, intendo. All’incontrovertibile sorte dell’universo, intendo. E invece no, perchè stasera, dopo essermi sorbita il figlio di Piero Angela (almeno lui ha passato il testimone, anche se l’Enpals resta comunque in famiglia) che parla di Pere-Lachaise, stando attento a non nominare Jim Morrison (per carità), cambio sul primo e dopo lo spot che pubblicizza Sky (sulla Rai? E’ come se la Littizzetto nello spot della Coop dicesse: andate a comprare alla Standa!, vabbè…) c’è la Clerici con i Pooh. Oddio, è una congiura. Almeno cantassero “Notte a Sorpresa”, che mi ricorda tanto dei sabato sera migliori della mia vita, a dieci anni a guardare Fantastico. Invece no. Il dado è tratto: è tempo che decida cosa ne sarà di me. Tutti i segnali sono rivolti a far sì che io esca da questo torpore e decida di espatriare. Ma dove vado? Certo non in America. Persino Prince ha fatto un disco banale e bruttino. Forse è per questo che non lo può ascoltare nessuno e lo passano solo tre radio e neanche si potrà comprare senza inviare fotocopia autenticata del documento. Ma non è questo il punto. Oggi pensavo a Maria Antonietta, che gli hanno tagliato la testa per quella scemenza lì delle brioche al posto del pane, e confrontata alla Minetti che dice che non bisogna essere preparati per fare politica, mi è sembrata una leggerezza da adolescente più che perdonabile. Ora, a mio avviso, la soluzione “Nibiru” è la migliore. Suppongo tuttavia che sia un’invenzione, un sogno, una fiaba insomma tipo quelle che si raccontano ai bambini per far credere che alla fine è il bene che vince e il male che perde. E’ il bene che widget piuttosto. Detengo il copyright di questa minchiata che esprime perfettamente l’esigenza nel 2012 di rendere tutto accessibile con un solo dito, e non è necessario che sia il medio (anche se resta comunque sempre il dito che si fa comprendere di più). Dove ero rimasta? A già, a Nibiru. Arriverà e spazzerà via tutto. Tranne i Pooh. Ma per fortuna non ci sarà più la radio, così almeno non saranno più in nessuna scaletta. Se come dicono i Maya però inizieremo a comunicare con il pensiero, temo fortemente di essere intercettata dalle sinapsi di Facchinetti. Tutto, ma “Dio delle Ciuttaaaaà”, no. Per favore. Dio fulminami prima. Vado a letto che domani ho il turno presto in radio.Sempre che Nibiru non sia in anticipo. Ma spero di no, vorrei indossare il vestito da fiore di Gabriel per quel giorno. A Flower? Notte. Ah! Dimenticavo: ma perchè i tecnici nelle radio si chiamano tutti Filippo? Bho, sarà un segno.

19

Ago
2012

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By bellatrix74

Ho uno smartphone, ma non il basilico.

On 19, Ago 2012 | No Comments | In Esperienze | By bellatrix74

Ed è solo l’inizio. Arriveranno giorni bui, in cui mi serviranno le cose più semplici, più banali, quelle davvero importanti, come ad esempio le mollette per stendere i panni o le chiavi di casa, e io non le avrò. Però avrò uno smartphone. Immagino che non sia un’ipotesi troppo remota la realizzazione dell’app “chiavi di casa”, spero solo che la inventino presto, perchè so che tra poco sarò schiava di questo aggeggio come è successo a tutti quelli che hanno ceduto prima di me. E loro, gli imperterriti dell’analogico, ripeteranno ancora per poco la cantilena “a me non serve altro che un telefono”. Lo dici a me? Io neanche lo uso il telefono. Mi da fastidio quando squilla e così lo tengo quasi sempre spento. Ma ora ho uno smartphone, vuoi mettere? Vuoi la ricetta della pasta fredda con sgombro, pomodorini e cremina al basilico? Facile, ho uno smartphone. La cerco e ce l’ho. Anche con le figure. E se invece la invento, allora la condivido con il mondo grazie al mio social network mobile. Anche con le figure. Facile: ho uno smartphone! Lo so fare, lo faccio. Ma la questione esistenziale del basilico resta. Perchè tutta la neve dello scorso inverno ha ucciso le povere piccole piantine, nell’orto di casa mia. Ed è una cosa brutta, perchè senza basilico, la pasta estiva più buona di sempre non si può proprio fare. Ecco perchè, per la prima volta in vita mia, sono qui, al supermercato, con uno smartphone, davanti al banco frigo in cui vendono il basilico perfettamente adagiato su vaschette in plastica analogica. Tre foglie di basilico analagico ben un euro. So’ pazzi. Il mio smartphone digitale ne costa , preso in superofferta, solo sessantanove. Con un po’ di matematica analogica arrivo subito al punto: tre foglie di basilico a un euro per sessantanove, mi dice quante foglie di basilico comprano il mio smartphone. Ecco qua: il mio smartphone vale duecentosette foglie di basilico. Quindi non mi serve ‘sto basilico striminzito qua. Il ragionamento fila e perciò non lo compro. Meccanismo mortale. Che ci vai a fare al cinema se sullo smartphone ti scarichi l’app che ti porta George Clooney direttamente sul divano di casa tua? No Martini? No George, non ce l’ho il Martini, ma ho l’applicazione Party. Però non mi chiedere la “pasta sgombro, pomodorini e basilico”, perchè quella non te la posso proprio fa’. Peccato, è buonissima. Cioè lo sarebbe, se non fosse nevicato così tanto lo scorso inverno. Idea! Aspè che cerco… vediamo… applicazione per non far nevicare.. o piovere… Eppure, deve esserci, l’ho vista, era qui da qualche parte.

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22

Gen
2012

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By bellatrix74

Vecchie cose.

On 22, Gen 2012 | No Comments | In Esperienze | By bellatrix74

Il mio computer è deceduto oggi, alle 18:01 di una domenica piovosa. Non ha sofferto, la morte è stata rapida. Ho tentato al rianimazione ma invano, pensando che, in fondo ha avuto una buona vita. Cinque anni non sono molti, ma al ritmo con cui lo facevo lavorare è già un miracolo se non ha levato le tende lui stesso, usando il caricatore della batteria per alimentare la fuga. Ma oggi, mi ha insegnato una cosa che non sapevo di aver fatto mia: non mi interessa più delle cose di ieri. Se fosse successo anche solo qualche mese fa avrei vissuto con disperazione la perdita di un alleato in tante battaglie, ma ancor di più la perdita di tutti quei files, impilati con fatica in anni di lavoro. La musica, il software di missaggio, tutti i podcast, le dirette, le demo, quel che restava di questo blog, due romanzi, non so quanti racconti. Il tempo a Pesaro, gli anni per Antenna1, la compilazione del business plan per l’azienda, le foto del Mecs. Non ho più nulla. Ma perchè non mi dispiace affatto? Questo presente qui è come una palude scura in cui a fatica mi muovo alla ricerca di un appoggio per trovare di nuovo la riva. Ma che senso ha trovare la riva se tutt’intorno non c’è altro che fango e fango e fango? E il fango sono tutte queste cose vecchie. Le vecchie idee, l’impossibilità di vedere le cose in modo davvero nuovo, sempre la stessa canzone. Anche fossero novemila, perchè sì, un archivio organizzato di novemila brani editati è quel che ho perso, sono vecchie canzoni. Anche quelle di un mese fa, sono vecchie. Come la gente che governa questo paese, come i programmi in tv, come la tv stessa. La radio nuova è vecchia e stanca. E io sono stanca di essere vecchia e stanca. Quindi via, nuovi spazi. Tabula rasa. Non ho più paura di perdere nulla, è questa la grande scoperta.  E’ ora di ricominciare.