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Dubbi Archivi - Barbara Venditti

18

Lug
2018

No Comments

In Dubbi
Soluzioni

By Barbara

In a Zimmerman Mood

On 18, Lug 2018 | No Comments | In Dubbi, Soluzioni | By Barbara

Sono nel mio momento Dylan, decisamente. Ed è molto difficile essere nel momento Dylan, per come la intendo io. Significa che lo penso spesso e che mi faccio molte domande a proposito di cosa deve aver pensato lui in questa o in quella situazione. Magari sto riflettendo su un concetto o sto prendendo una decisione, processi che per me durano diversi giorni, a volte settimane, e mi sbuca dal nulla la sua faccia. Mi è successo nel tempo anche con altri. Un po’ come accadeva a Rob in Alta Fedeltà, con Bruce Springsteen. Solo che nessun di questi che ogni tanto penso ha mai risposte o messaggi per me, come invece Bruce ne aveva per Rob. Senza motivo, semplicemente mi metto a pensare a loro . Ricordo di quando per esempio mi ero fissata con quella domanda a proposito di “Chissà come ci si sente a essere Iman e a ritrovarsi nel letto, la mattina, David Bowie”. Poi David Bowie è morto. Poco dopo eh, tipo due settimane, quindi forse è meglio che smetta di pensare chiunque. Comunque Iman avrebbe ribattuto che lei nel letto non si ritrovava David Bowie ma David Robert Jones e bla, bla, bla.

Stavo dicendo: è difficile essere nel momento Dylan perché neanche Dylan, io temo, abbia mai capito bene cosa voglia dire. Non sono una grande appassionata della sua biografia, a parte le cose che tutti sanno, o almeno che quelli che fanno il mio lavoro sanno, come : che c’entra Woody Guthrie, chi è il Thin Man della ballata e le citazioni tipo ” I don’t believe you, you’re a liar”. Non conosco a fondo la sua intera produzione, inclusi i bootleg, ma Il mio disco preferito, dei suoi,  è Blood on The Tracks. Mi dispiaccio sempre molto per Joan Baez e il documentario girato nel tour inglese del 1965 in cui la tratta come Harry avrebbe trattato Sally se non si fossero mai messi insieme, me lo rende detestabile. Anche se ho sempre pensato che Harry e Sally insieme in realtà fossero una coppia terribile e che Nora Ephron lo sapesse ma che ci abbia volutamente ingannati per vedere se ci saremmo cascati. Ci siamo cascati tutti e quindi , in fondo,  aveva ragione Dylan e Joan Baez s’è salvata la vita. Mi fa molto ridere l’episodio di Urban Myths in cui si racconta la leggenda della sua visita a Dave Stewart che finì nella visita a un Dave qualunque. Dal 2007 mi commuovo sempre quando ascolto I Want You perchè mi viene in mente Heath Ledger. If You See Her, Say Hello è la canzone d’amore più bella della storia del mondo e anche di altri mondi, probabilmente. Questo è quanto a proposito di quel che so di Dylan. Però qualcosa della sua enigmatica espressione mi si deve essere attorcigliato da qualche parte nel lobo frontale, e, quando meno me l’aspetto, allenta le sue spire e fa capolino.  Ieri ero sul terrazzo a prendere il sole su una delle sdraio che il proprietario della nuova casa ci ha lasciato a disposizione. Il terrazzo è condominiale ma l’ha arredato lui. Gli altri condomini, forse gelosi del fatto che fosse toccata proprio a noi quella casa, sfitta per lungo tempo,  con l’affaccio sul terrazzo condominiale, hanno iniziato a pisciare sul territorio come i cani, già dal mese di febbraio. Gente che abita al terzo piano e s’è impegnata l’oro di famiglia per comprare il terriccio per i vasi su all’ottavo piano, ricordandosi improvvisamente dopo forse trent’anni di quello spazio che tanto somiglia al terrazzo de Le Fate Ignoranti. Peccato che in casa nostra di ignorante non ci sia neanche il cane, e anche lui sia poco socievole coi paesani. In questi giorni li vedo farsi gli spaghetti aglio e olio al secondo piano e portarseli fumanti su per sei piani per mangiarseli, già incollati, su quello che praticamente è il balcone di casa mia, sudando più per il sali-scendi che per i trentacinque gradi. Del resto disturbare il prossimo è un obiettivo impegnativo, ci vuole costanza e sacrificio. Rimandando la scrittura  del trattato sulla frustrazione del farsi i vasi con le fragole al Tuscolano, sperando di dimenticare il cemento e la puzza di topo morto, ho pensato che potevo anche sedermici io, per una volta,  sull’affollatissimo balcone di casa mia. Ero in una posizione che conciliava la presa di coscienza: salda dai gomiti ai polsi sui braccioli, con i piedi ben piantati a terra , la schiena accomodata fino al collo e la testa appoggiata sul cuscino. Dopo anni di posizioni precarie del tipo: “Sono solo di passaggio, anzi, fammi andare che ho da fare” credo di aver per un istante indugiato, trovandomi immobile sotto il sole, a frenare le fantasie degli occhi socchiusi prima di aprirli un secondo e visualizzare la domanda del qui e ora, quella che mi ha fatto pensare a Dylan per l’appunto. Me lo sono rivisto nella scena finale del penultimo episodio del David Letterman Show. Già dalla prima visione, lì in diretta, di quel momento così storico per la tv e per un uomo di tv, qualcosa mi aveva disturbato. Non solo me ovviamente, visto che anche David Letterman pareva imbarazzato per l’apparente totale disinteresse di Dylan nei confronti di quello che stava succedendo intorno a lui. In quell’immagine di silenzio e goffe posizioni, m’è apparso finalmente il fumetto con le parole scritte dentro, e le parole erano «Ma che cazzo ci faccio qui?». Ho avuto un sussulto e mi sono detta che poi avrei fatto la prova su Google cercando quante più immagini di Dylan e abbinandole al fumetto in questione, ma ero già certa della bontà di questa intuizione. Il mio momento Dylan è quello di un “Ma che cazzo ci faccio qui?” finalmente convinto, fermo, con la giostra che non gira mentre mi pongo la domanda. Ricordo di essermi chiesta questa cosa più volte negli anni: quando avevo sedici anni, seduta al banco di scuola durante la lezione di Eneide, all’ultima ora del sabato; quando ne avevo venti sul letto della mia camera, aspettando una telefonata che non arrivava mai; a venticinque servendo ai tavoli del pub; a trenta nei lunghi pomeriggi in consolle al Mecs Village, indovinando canzoni per chi passava sulla battigia e poi negli inverni freddi quando diventavano consolle di locali pieni di fumo di sigarette. Ho sempre avuto una risposta, tutte quelle volte. Che ci faccio qui?

Studio per diplomarmi così poi potrò andare all’Università, anche se quel che conta è che domani non ci sia scuola.

Aspetto che mi chiami, così potremo uscire, anche se non so se alla fine gli hanno dato la licenza o se è rimasto a Torino perchè l’hanno messo di corvè.

Porto questo al tavolo 32, così poi posso andare a vedere se è pronta la comanda per il 46, e visto che è l’ultimo tavolo, tra mezz’ora me ne vado a fare colazione con gli altri.

Ora gli metto questa, perchè avrà più o meno quarant’anni e nel 93 avrà di certo comprato questo disco quando era al liceo. 

Non riuscirò mai ad andare davvero a tempo ma punterò sulla selezione. E poi questa piace al banco, così i ragazzi si ricordano che sono qui e mi mandano da bere. 

Risposte del qui e ora che danno un senso, incompiuto e provvisorio forse, di quel che sto facendo. Ecco cosa mi manca da dieci anni a questa parte. Il fatto è che a un certo punto i progetti e speranze e pensieri e avventure devono essere diventati troppi, si sono mischiati e non ci ho capito più niente. Come in uno di quei film dove a un certo punto ti fanno sbirciare un epilogo di vent’anni dopo, prima di raccontarti come ci si sia arrivati.

Ma che cazzo ci faccio qui?

Vuoto totale e frasi sconnesse farfugliate anche ad alta voce che non possono essere una risposta, perchè sono solo inviti a nuove domande.

Sono qui perchè stiamo ricostruendo casa daccapo. Sì il Big ranch. Da tre anni ormai.

Conduco show di televendite e so cosa è l’acido ialuronico a diversi pesi molecolari.

So anche cosa è la Trap.

Papà è morto. Oddio, pare impossibile che sia morto proprio lui.

Ho avuto un’azienda e l’ho chiusa.

Ah no, quello è successo prima. Prima della Trap dico.

Farò i bagni in resina cementizia.

Ecco. D’un tratto l’espressione di quello che ormai chiamerò The Zimmerman Mood deve essere comparsa sul mio viso. Non c’era nessuno a confermarmela ma non c’ero nemmeno io , perchè per una volta non mi guardavo da fuori, come fossi una spettatrice di passaggio, troppo indaffarata per avere opinioni. No , no, ero proprio io, da dentro, perduta e sconnessa, come probabilmente un Dylan qualunque a cui hanno chiesto, in un qualunque momento della sua vita, dal Greenwich Village in poi, «Chi sei e che ci fai qui?». Chissà se questo giustifica il mio esser diventata, agli occhi di chi mi conosce da tempo, così sfuggente, fredda e cinica. Cioè stronza. No, infatti, non mi giustifica, anche perchè nessuno cambia mai, tutti sono come sono da sempre. Ecco, di questo, per esempio, me ne farò in fretta una ragione.

Fatto.

Ho preso il sole ancora quindici minuti e sono rientrata a preparare il riso alla cantonese. Però mentre la frittatina tagliata si freddava accanto ai cubetti di prosciutto cotto, perchè è importante freddare tutto a parte prima di mischiare, ho cercato su Google tutte le foto di Dylan che potevo trovare, e con una App ho messo il fumetto parlante “Ma che cazzo ci faccio qui?” a tutte le immagini. Perfetto. Calzante. Illuminante. 

Che dici, Joan Baez, possiamo perdonarlo ora che sappiamo del suo smarrimento?

No.

Ah sì, in tutto questo, “a parte” è ancora fondamentale per me.

 

Disperato, gassato ed ero(t)ico stomp.

On 03, Apr 2014 | No Comments | In Convinzioni, Dubbi, Esperienze, Soluzioni | By bellatrix74

Consegna a domicilio non prevista. Stop.
Ho detto stomp, non stop.
Non c’è tempo per uno stomp adesso, devi lavorare.
Roger. Ma necessito con urgenza di gassata scura in versione Zero. Tre supermercati sprovvisti. Stop
Mettere naso fuori di casa e ricorrere ad alimentarista di fiducia. Concesso. Stop.
Roger. Infilo scarpe. Passo e chiudo.
CocaColaZeroCocacolaZeroCocaColaZero. Ti amo. Ti bramo. Ti soffro. Faccio al volo la conta delle mie dipendenze del passato e orgogliosamente mi vedo al pari di gente che sta simpatica a tutti, tipo Keith Richards. Decido di non dar peso al fatto che la dipendenza da CocaCola Zero sia molto meno rock’n’roll di quella da rum, da un tale che non mi voleva, da quell’altro che non mi voleva pure, dalle gomme alla cannella, dal fumo, dai minestroni della Knorr, da certi dischi, da quel tizio che in fila dopo gli altri due continuava a non volermi. Mi sono umiliata molto più così. Piglio il cane che mi guarda terrorizzato, chiedendosi dove cazzo andiamo malvestiti e spettinati, dopo tutti questi mesi tappati in casa tra un lavoro e l’altro, e si va. A giudicare dal tepore e dal fatto che alle sei sia ancora giorno, dovremmo essere ad Aprile. Sì infatti, lo dicevo stamattina in radio che era “qualcosa Aprile”. L’ultima cosa che ricordo , prima della “nuova condizione” era la striscia di mezzeria della strada su cui stavo facendo jogging un sabato mattina. Era Agosto. Mi ricordo che all’improvviso ho pensato che non volevo più fare le cose che facevo, che ne volevo fare altre, che le volevo fare tutte e tutte insieme. E che mi piaceva solo Radio Rock. Ma cosa mi viene in mente  di mettermi a pensare? Finisco sempre per combinare un sacco di guai. E invece io penso. Maledetta. Ho impilato ore, impegni, files, canzoni, format, spot, lanci, radio, tv, web. Casa solo per il computer e per il letto. A volte. Disastri coniugali e relazionali di cui Michael Douglas sarebbe stato invidioso.  Ora mi ritrovo con questa bella torre che ogni volta che la guardo dico “cade cade cade”. Penso a delusioni, a grandi imprese, a una thailandese, ma l’impresa eccezionale, dammi retta è non essere asociale. Saluto la cartolibraia. Mi ha riconosciuto, o forse è solo gentile con tutti. Il cane dopo tre passi fa per tornare verso casa, pensando che sia la solita pisciatina sotto il portico. Quando capisce che scendiamo giù tra la gente reale, cioè non quella che sta dietro allo schermo, dove lui crede che ci siano tutti quei canetti simpatici che gli faccio sempre vedere su Youtube, ha un sussulto e si mette a correre. Per stargli dietro, tenendo il guinzaglio con il braccio teso vado a sbattere contro il palo della bacheca delle affissioni funebri. Leggo di un signore che conoscevo ai tempi del Liceo. Ne danno il triste annuncio i familiari e bla bla bla. Mi spiace molto. E all’improvviso mi viene in mente quella cosa fastidiosa della morte, che uno, magari mentre sta facendo cose importanti, piglia e se ne va. Mio padre è ancora tra noi, grazie al cielo. O grazie alla terra, dipenda da in cosa si crede. In famiglia sono impazziti tutti. Io no. Lo ero già da prima quindi nessuno nota la differenza, anzi gli amici di famiglia dicono che sono l’unica a non aver perso la bussola. Vedi che vantaggio a non averla avuta mai? CocaCola Zero. La apri e fa Fruushhhh. Ne ho bisogno. Vorrei fermarmi da Marcello ma va a finire che poi resto tutto il pomeriggio. E devo lavorare su quelle puntate nuove da consegnare. Me lo andrei a sentire un disco con Marcello e  a bermi una birra con lui. Gli amici mi mancano tutti. Quelli del bar dove sta Vale, tanto. Ma il punto è che  qualche mese fa ho scoperto di aver perso quarantamila euro con quell’idea meravigliosa di fare l’imprenditore e mi sono dovuta concentrare su altro che non fare le cinque del mattino ridendo e bevendo rum.  CocaCola Zero. Se non ce l’hanno nemmeno al bar del circoletto mi metto a urlare. Proprio mentre cerco di superare l’impasse del conto degli zero nella cifra quarantamila, immaginando il rumore di quando la versi nel bicchiere che è tipo CtohlCtohlCtohl, mi imbatto in un capannello di negozianti. Mi fermo a salutare e ascolto i discorsi come il vecchietto che guarda i lavori stradali. Quando sento dire “piccoli commercianti” dal più arrabbiato di loro nel difendere la categoria, inizio a immaginarli come come Umpa Lumpa.  Il tizio, con cui sono tutti d’accordo, dice che è giusto che il supermercato abbia chiuso, che l’abbiano espropriato e che siano stati tutti licenziati, perchè da quando ci sono i supermercati gli Umpa Lumpa, cioè i “piccoli commercianti” non lavorano più. Vorrei far notare che non è giusto per i poveri cavalli, che si sono fatti un mazzo tanto per avere un posto nella storia dei mezzi di locomozione, che adesso con questa storia dei motori su ruote, non ci sia più lavoro per loro nel trainare carrozze. E anche che con questa mania del telefono dobbiamo smetterla  e restituire ai piccioni viaggiatori la loro dignità. E scrivere le lettere a mano, perché la canzone Mr Postman torni ad essere una hit. Fingo approvazione, anzi mi scappa anche un “Che tempi Signora Mia” nei confronti della fruttivendola. Accanto a lei sono esposte delle bellissime mele Granny Smith. Quasi, quasi… Con la CocaCola Zero, non ci starebbero male. Quattro euro e sessanta al chiilo. Per le fragole le faccio un bonifico più tardi? Che prezzi, signora mia, speriamo che riaprano il supermercato, va’, sennò quelli che ci lavoravano e ora sono disoccupati come fanno a comprarsi le sue mele? Pochi passi e il mio alimentarista-fornaio di fiducia mi sorride dicendo che, anche se non mi vede da mesi,  la CocaCola Zero ce l’ha. Una sola. Ed è mia, se la voglio. Ce l’ho fatta. L’afferro. La pago tre euro, sempre per il discorso del supermercato, ma l’alimentarista-fornaio mi guarda e non mi dà il resto. Dice che sono magra. Troppo. Quindi perché Zero? Perché l’altra non mi piace. Ma ti ci vuole lo zucchero. Anzi i carboidrati. Compra un po’ di pane. No, non lo mangio più il pane. Guarda tu queste ragazze. Va a finire che stanno male malissimo e invece bastava che comprassero un po’ di pane. Compro il pane. Ne stacco un pezzetto e lo mangio per convincerlo a darmi il resto, ‘ché devo andare a bere la mia CocaCola Zero. Il pane è terribile. Davvero. C’è da volergli tanto bene all’alimentarista-fornaio che da quattro anni ci vende il pane e le CocaCola Zero. Perché a farlo non è proprio capace, ma ha un talento unico nel riuscire a farlo tutto uguale, dalle rosette al lariano, al francese. E’ una cosa che fa lui. Solo lui. Come Astariti che fa l’Urlo della Notte nel film La Scuola. Risalendo verso casa decido di fare la strada più lunga. La metafora mi colpisce e rallento il passo per rifletterci. Se ne accorge anche il piccolo e si gira a guardarmi come per perdonarmi di essere così. Mi abbasso ad accarezzarlo e ripenso a quando un paio di mesi fa eravamo sul divano a piangere mentre lo operavano e sapevamo che forse non l’avremmo rivisto più. La CocaCola Zero mi sta raffreddando il pane e pesa anche. La voglia ce l’ho ancora ma non riesco a muovere più un passo. Resto ferma, di sasso, sotto il sole d’Aprile a chiedermi come ci sono arrivata  fino a qui. Valla a capire la vita: la guardi come fosse quella di un altro e poi all’improvviso ti accorgi che eri tu. Sei tu. Tremendo sospetto. Mi vengono in mente, nell’ordine: Il Papa, David Bowie e una mia compagna di scuola al liceo. I primi tre avatar a cui sono riuscita a pensare. Era un test. Il sospetto è confermato. Dico il nome di una persona qualunque. Tac. La immagino come nella foto del profilo. Tremo ma devo farlo: mio marito. Tac. Foto del profilo. E soprattutto: io. Foto del profilo e immagine di copertina! Aiutateci. La società distopica paventata da Philip K. Dick! Eccoci. L’apocalisse del sè. Cosa è reale? Riprendo a camminare a testa bassa, come se qualcosa m’avesse colpito alla testa. Ho tanta voglia di CocaCola Zero. Ah già. Ce l’ho qui. Devo solo infilare la chiave nella toppa. Signora scusi ma le sembra normale che la luce delle scale resti sempre accesa? Qui dobbiamo chiamare l’amministratore. Simpatico vecchietto della porta accanto. Taglio corto e dico che io non so nulla, io pago l’affitto. Ma come non sa nulla? E qui dobbiamo parlarne. Non adesso. Non mi va. Non riconosco la foto del suo profilo, quindi lei non esiste. Nella vita reale, in questa vecchia vita qui, dove il vicino ti ferma per le scale senza chiederti se hai da fare, non puoi chiudere la chat dicendo che stai uscendo. E’ terribile. Rivoglio subito la mia scomoda società distopica fatta di profili, e avatar, e hashtag. Dove controllo io tutto. Dove esiste la contemporaneità delle azioni. Dove il multitasking è praticato anche dagli uomini, non solo dalle donne. Dove tutti questi lavori, doveri, impegni, obiettivi di cui ho riempito le mie giornate, possono convivere con la  nostalgia di una vita diversa e con l’idea di averla ancora, come quando suonavo i dischi in spiaggia da mattina a sera. Mi sono impuntata , lo so. La felicità che sto cercando è come questo Fruushhhh. Ma sono troppo arrabbiata per rinunciare a questa stupida, gassata, inutile CocaCola, che è pure Zero, quindi senza calorie, zucchero e contenuti. Ho fatto la strada più lunga per portarla a casa, e mi rendo conto che il piano può risultare poco chiaro a qualcuno, mentre per me lo è, eccome. Non so bene con chi o con cosa sono arrabbiata, ma è andata così. Metto il culo sul divano, solo per un momento. Non so se inviarlo, quel provino. Un altro guaio.  E’ tardi. Faccio le mie scale tre alla volta verso lo studio, afferro la tastiera, guardo il file del romanzo messo da parte, resisto alla tentazione di aprire vecchie foto o riordinare i dischi che volevo mettere dentro Wasabi e con dolcezza, mi chiedo se è o no il caso di premere Enter… ma è già partita la mia mano.

25

Lug
2013

No Comments

In Dubbi

By bellatrix74

Harry, era meglio se non ti presentavo Sally.

On 25, Lug 2013 | No Comments | In Dubbi | By bellatrix74

sallyPerchè vedi Harry, uno dei grandi problemi della specie umana, è nell’inclinazione, probabilmente genetica, a ragionare sempre secondo la teoria evoluzionista. Pedissequa definizione di evoluzione: “Il progressivo e ininterrotto accumularsi di modificazioni successive, fino a manifestare, in un arco di tempo sufficientemente ampio, significativi cambiamenti negli organismi viventi”. Questo fondamento biologico, comunque opinabile, sembra calzare a pennello anche alle relazioni emotive, sociali e sentimentali. “Tu Tarzan, Io Jane. Noi cena insieme, poi bar, poi parlare di storie passate, poi diventare amici, poi ridere, poi non essere più amici perchè essere innamorati”. Evoluzione. In fisica la stessa teoria è persino più diretta: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.
Ecco perchè il teorema “Uomini e donne non possono essere amici” è fondamentalmente sbagliato se si considera come Wikipedia liquida in una sola frase i 96 minuti di masturbazioni mentali che ci accompagnano da quando Rob Rainer è diventato amico di Nora Ephron. La frase che contesto: “Il film segue l’evolversi del rapporto tra Harry e Sally, rispettivamente interpretati da Billy Crystal e Meg Ryan, in un arco di tempo di oltre un decennio, dal 1977 al 1989, attraverso una serie di incontri casuali, il nascere di un’amicizia speciale e la sua evoluzione in vero e proprio amore”.
In pratica il contrario di quello che il film vuole dire. Forse.
Al fine di procedere con il metodo scientifico sarà opportuno valutare le diverse possibilità, considerando come buona anche quella citata di Wikipedia e cioè il punto di vista “eracliteo” (e anche un po’ “clitorideo”, perché tipicamente femminile), che vuole il rapporto di Harry e Sally come qualcosa in divenire.
In aggiunta a quella elenchiamo:

L’ipotesi Parmenidea, detta anche “dell’Essenza” : Harry e Sally non sono mai stati amici e mai lo saranno; sono solo due persone che flirtano dal primo minuto, a causa di un inganno chimico, e come tutti quelli che flirtano hanno bisogno di dare un nome a quello che stano facendo. Il fatto che prima chiamino “amicizia” la relazione che li lega e poi la chiamino “amore”, non ha alcuna importanza ai fini dell’essenza. Sally è. Harry è. Insieme sono. Non possono essere citati ad esempio di alcun altro rapporto per l’unicità della loro essenza, che essendo infinita non è “in divenire”, perchè tutto ciò che è non cambia. Fine della storia. Anzi, essenza della storia.

La legge del Caos: Harry e Sally, prima ancora di conoscersi erano naturalmente predisposti, per caratteristiche di personalità, ad una certa affinità elettiva. Per questo, quando le condizioni esterne sono favorevoli ( e solo allora), condividono emozioni, tempo e attività ricavandone piacere e gratificando il proprio ego. Nel momento in cui le condizioni smettono di essere favorevoli (allo spettatore non è dato sapere cosa accade intorno a loro di contingente, come tasse, lavoro, soldi, tagli di capelli sbagliati) smettono di essere amici. Il fatto che diventino poi marito e moglie non è in relazione causa-effetto con la loro precedente esperienza di amicizia.

La teoria del piano inclinato (o del quadro che cade): Harry e Sally sono due ragazzi appena laureati che, grazie ad un’amica comune, hanno la possibilità di dividere le spese del viaggio in macchina fino a New York. Potrebbe succedere qualcosa ma non succede. Stop. Si incontrano di nuovo su un’aereo per Chicago. Coincidenza, disinteresse. Punto. Il terzo incontro è quello che avviene in condizioni favorevoli, ma, fino a quando non succede qualcosa di eclatante, i loro destini sono ancora aperti ad ogni possibilità. Quando è che la pallina inizia a rotolare? Quando è che cade il quadro dal muro? Qualunque sia il momento, è solo da lì, da quel piccolo, preciso, minuscolo istante che smettono di avere potere decisionale sulla propria vita. La pallina rotolerà sempre più veloce e nulla fermerà la sua corsa, fino appunto a fine corsa. Il sesso, spinta energetica che ha inclinato il piano e fatto staccare il quadro dal muro, punta alla liberazione dell’energia. Harry e Sally a letto insieme sono a fine corsa. Nessuna tragedia, suvvia. E invece no, perché la debolezza umana è proprio nel non saper guardare alle cose in termini di “inizio e fine”. Il matrimonio a questo punto è l’unica soluzione, se confrontata con una vita passata ricordare “quanto era bello rotolare lungo il piano”. Ed è qui che entra in gioco il principio di inerzia galileiano. Il matrimonio, appunto.

La teoria multidimensionale, detta anche “We’ll Always Have Paris”: Harry e Sally avranno per sempre Parigi. Come Elsa e Rick. Non importa quanto invecchieranno, se mai si lasceranno, se sono stati amici o non amici, se si sono amati o se invece era solo un inganno ormonale, se si sposano o se non si vedranno mai più. Se esistono tante dimensioni quante sono le possibilità, allora Nora Ephron ce ne ha raccontata una sola. In un’altra Sally e Harry stanno ancora lì a decidere se imbucare i biglietti gli auguri di Natale tutti insieme o controllare gli indirizzi uno a uno. E Natale non passerà mai. E’ un po’ come la teoria dell’essenza,  su più livelli. Solo molto più romantica.

Ognuno potrà scegliere l’ipotesi che lo fa stare meglio, anche se ciò significherà mentire a se stessi. In fondo la psicanalisi l’hanno inventata per questo no?
Restano dei quesiti a proposito di Elsa e Rick. Sarà sufficiente obiettare ad Harry, l’opinione secondo cui Ingrid Bergman sarebbe a “basso mantenimento”. Ma questa è la teoria su Casablanca. La formulerò in un’altra notte. Quando farà meno caldo.

07

Ago
2012

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In Dubbi

By bellatrix74

Se tu sapessi casomai…

On 07, Ago 2012 | No Comments | In Dubbi | By bellatrix74

…che sogno te da mille anni. E non è per fare una citazione che poco s’accorda con l’aria da “sono una che ascolta musica figa”. Certo, in effetti io sono figa e infatti ascolto musica da figa, ma la discografia di Claudio Baglioni la so a memoria. E’ anche per questo che sono figa. Ma, a parte l’autoesaltazione a difesa della scelta, il ronzio nella testa di certe frasi a volte è talmente forte che l’intero costrutto che vi ruota attorno non si esplicita senza che le si abbia prime scritte. Eccola. A lettere grosse, perchè sono un po’ più miope dell’anno scorso. Finto il prologo, se tu sapessi casomai che sogno date da mille anni, beh? Che faresti se lo sapessi? Non me lo chiedevo così, giusto per fare un esempio, perché in realtà la domanda è pertinente anche prescindendo dalla richiesta specifica. Se tu sapessi casomai, oggi, quel che avresti voluto sapere ieri e poi potessi svegliarti domani mattina e fosse ieri, che faresti? Io non lo sapevo che questa storia della radio e del lavoro di anni e della passione e della conoscenza persino, mi avrebbe portato qui. Fino ad ora è stato molto faticoso. Mi rivedo piccola, seduta al tavolo della colazione e se solo fossi più onesta di così lo ammetterei che era chiaro come sarebbe andata. Detesto le vacanze dalla radio, mi costringono a riflettere e fare bilanci. Bilancio negativo, va bene? Ecco. Ora posso tornare a lavorare sulla monografia su Syd Barret che sto producendo. Che palle. Tanto non servirà a molto, ma solo ad avere qualcosa di buono da ascoltare in macchina. Fanculo a me e alla voglia che oggi ho di essere un avvocato. O un architetto. Va bene pure un meccanico, anzi meglio. Anche se il top sarebbe un idraulico. Eppure se solo avessi avuto davvero pazienza avrei dato retta a chi mi diceva che era la fisica la mia materia. Se tu sapessi casomai che avresti potuto essere Margherita Hack. Saprei tutto sulla vita, sui pianeti, e avrei tutte le risposte alle domande fondamentali sulla vita l’universo e tutto quanto. Direi:”Uh, vedi, un Bosone! Fantastico! Ora posso confermare il coso lì, il modello classico. E stiamo a posto”. Ma mi metto su un disco dei Doors e faccio le pulizie di casa, ché se l’universo ha il bosone, io ho l’ormone. E quello è immune persino al Cortexiphan. Mpf. Vado.

01

Lug
2012

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In Dubbi

By bellatrix74

Many Rivers to Cross

On 01, Lug 2012 | No Comments | In Dubbi | By bellatrix74

La prima domenica di luglio del 2012. Guidando nel vuoto risonante di questa città, che si prepara alla bolgia speranzosa di stasera mi dico che forse, davvero, sono morta. E’ un pensiero faticoso, ce l’ho da due giorni, sempre più presente e pressante. Tra l’altro risolutivo rispetto al numero importante di domande, enigmi e indizi che mi hanno accompagnato negli ultimi anni. Ci penso meglio: durante lo schianto dormivo. L’ultima cosa che ricordo è il bianco dell’air bag, poi fumo e un rumore lontano. E subito dopo ero in piedi, al centro della strada, con le macchine che ancora tentavano di schivarmi, incolume e senza un graffio. Non mi sono chiesta neanche per un secondo come avessi fatto ad uscire da lì. Forse dal finestrino, non so. Non me lo sono chiesto. Non prima di molti anni dopo. Davanti a me, nel primo fotogramma utile nei miei ricordi, c’era Michela che mi guardava fissa. Avevo provato a chiederle se fosse lì perchè qualcuno aveva chiamato aiuto e invece, dormendo, avevo fatto lo slalom tra mille e più veicoli sulla strada a scorrimento veloce in orario di punta e avevo preso proprio lei. Mia cugina. Non la vedevo da un po’, ma le avevo telefonato forse un paio di giorni prima per chiacchierare. Ed era lì. Anche lei senza un graffio. Con le macchine distrutte ma tutte e due sane e salve al centro della carreggiata. Valle a capire certe storie. Certe giornate. Poi ci ripensi dopo anni e ti dici, in una domenica mattina come tante, andando in radio, che non c’è altra spiegazione. Sei morta. Ecco il perchè di tutte quelle strane coincidenze: i numeri che tornano; le canzoni nella mente ascoltate in radio un secondo dopo, come se dall’altra parte qualcuno lo sapesse; aver realizzato cose impensabili e nonstante tutto non esser paghi, come se qualcosa fosse sfuggito; non avere più un soldo e non averne avuti mai nonostante tanto, tanto lavoro. Pensandoci, nei sogni i soldi non si vedono mai, e quando si vedono non comprano niente. Nei sogni è tutto confuso e difficile, esattamente come è per me da molto tempo ormai. La cosa che più mi spaventa è che che forse inizierò presto a vedere gente con tagli alla gola, parti del corpo mancanti, occhi bianchi e roba simile. E’ proprio guidando, adesso, su questa strada vuota, mentre tutti vanno al mare e io vado a lavorare, che me ne accorgo. E in questo strano sogno di vita dopo la morte io continuo a lavorare mentre gli altri vanno al mare, esattamente come facevo quando ero in vita. Forse è per questo che sono ancora qui. Devo vincere il karma e poi andrò avanti con la strana storia lì del tunnel di luce. Comunque, ieri sera ho riguardato Alta Fedeltà, e adesso mi trovo a pensare che mai momento è stato adatto come questo per la top five delle migliori canzoni in un film. Se fossi in un film, e non in un sogno post mortem, i miei pensieri non sarebbero soli, ma ci sarebbe una canzone. Magari anche un flash back sul luogo dell’incidente e poi in dissolvenza immagini degli ultimi cinque anni. Ma la soluzione è dozzinale e nessuno regista figo del 2012 la userebbe mai, piuttosto  uscirebbero dalla radio frasi fuori campo a più voci e, a intermittenza di volume, Many River To Cross di Jimmy Cliff.
Quindi: la top five, in ordine sparso, delle migliori canzoni presenti in un film, non per la canzone in sè ma per la perfezione del contesto.
Raindrops Keep Fallin’ On My Head, naturalmente, da Butch Cassidy and The Sundance Kid. Jorando al Club Silencio in Mullholland Drive, anche se è pertinente alla scena e non fuori campo, come dovrebbe essere. Baba O’ Riley degli Who in Febbre a 90′ (L’ho rivisto due giorni fa e devo ammettere che ne avevo sottovalutato la pregnanza). Mad World di Gary Jules in Donnie Darko. Infine, siccome me ne manca solo una, It Might Be You in Tootsie. Ho detto, infatti: le migliori nel contesto. Ora, non che la playlist mi abbia risolto il problema del rischio di incontrare zombies, fantasmi, mia nonna o gente morta in generale, però il sospetto si allontana man mano che il giorno avanza, e questa vita qua mi appare sempre più giusta, chiara, utile persino, così come è. Poco importa come ci sia arrivata; in qualche strano modo, l’ho fatta io. Più tardi vedrò Michela, devo ricordarmi di chiederle come sta e se ha visto gente morta, di recente. Non si sa mai, meglio una verifica incrociata in questi casi.