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Convinzioni Archivi - Barbara Venditti

20

Set
2018

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In Convinzioni
Soluzioni

By Barbara

Teoria delle chiavi nella borsa shopper e quel che ne consegue

On 20, Set 2018 | No Comments | In Convinzioni, Soluzioni | By Barbara

L’assunto di base è che le borse shopper siano molto capienti e per questo molto comode, poichè possono contenere tutto l’occorrente allo svolgimento di una tipica giornata femminile. In una borsa shopper è consueto trovare: soldi gettati alla rinfusa; ombretti chiusi con lo scotch da pacchi; rossetti disciolti nel proprio stick per colpa del caldo; antizanzare; un libro di fisica quantistica; palline da ping pong; documenti di secondaria importanza come il passaporto e la patente; una calcolatrice con i tasti grandi;  almeno due telefoni di cui uno rotto; una virgorsol superstite;  gli occhiali da sole e quelli da vista; altri occhiali da sole, ma quelli belli di Jimmy Choo con la custodia; un paio di infradito; il quaderno degli appunti; la custodia aperta degli occhiali da sole Jimmy Choo che credevi di aver perduto; due pennette usb non formattate; le chiavi di casa attaccate allo stesso mazzo di altre tre chiavi di cui non è certa la provenienza; i cerotti; le carote; un peluche con apribottiglia integrato; le chiavi della macchina; un disco dei Kasabian; una maschera da unicorno.

Una delle grandi risorse della borse shopper è che , andando a fare la spesa, alla domanda : “Le serve una busta?” si può anche rispondere “No, tanto ho la shopper”.  Così trova spazio nella shopper anche un cavolo cappuccio, una bottiglia piccola di aceto di mele, il Nescafè  Red Cup e una confezione di petti di pollo.

Secondo la teoria delle chiavi di casa , dopo il supermercato, arrivati davanti al portone di casa, con un rapido gestodella mano, infilata sotto il cavolo cappuccio, scansando la virgosol e la patente, si affererà immediatamente un mazzo di chiavi che, portato alla vista risultarà essere il mazzo di chiavi della macchina. A quel punto, facendo ricadere nella shopper le chiavi della macchina,  ci si stupirà del fatto che non si è riusciti a trovare subito le chiavi di casa e si dirà “Eppure le avevo messe qui”. Non sarà difficile intrufolarsi nuovamente e inciampare nelle palline da golf. Capita. Per questo diventa importante bloccarle entrambe con una mano e aiutarsi con l’altra fermando i manici della shopper con quel gesto che solo l’esperienza rende automatico: l’unione “clic-clac” spalla-guancia, di cui neanche Don Lurio riuscì a spiegare l’importanza. Una volta fermate le palline il resto è una passeggiata. Così, facendosi strada tra il passaporto e gli occhiali, stando attenti anon aprire l’ombretto, si pescheranno… di nuovo le chiavi della macchina. Eh sì, è probabile. La situazione infatti potrebbe essersi complicata per l’accidentale rottura di una sigaretta che, sul pavimento della shopper, fa attrito e non lascia scivolare gli oggetti come dovrebbero. Fortunatamente si ha ancora la presa dentale libera che sarà utile per la defilata dalla shopper almeno della busta col cavolo cappuccio. Mentre la bottiglia di aceto di mele la si potrà reggere tra le ginocchia.

Ora, la teoria delle chiavi nella borsa, dopo almeno altre pescaggi delle chiavi della macchina, nella ricerca delle chiavi dicasa, vuole che qualcuno dei condomini apra casualmente il portone ad un certo punto della ricerca fallimentare e e che proprio in quel momento, sollevando la testa per dire grazie, i manici della shopper scivolino dalla presa facendo cadere in terra le chiavi di casa appunto. Importante far sì che nel recupero furtivo non si richiuda il portone, altrimenti si torna al punto di partenza.

Entrando finalmente in casa si potrà rimettere le chiavi di casa nella borsa dicendo a se stesse “Per fortuna ho una shopper così ce le posso facilmente buttare dentro senza doverle appoggiare all’ingresso di casa”. E’ lì che la persona che aveva voglia di petti di pollo per pranzo ma  che nel frattempo è già al caffè ti dice: “Mi dai le chiavi della macchina che devo andare a prendere una cosa urgente nel cassettino”. Con un sorriso spavaldo, annuendo come per dire “Ce le ho proprio qui”, al primo rapido controllo si pescheranno comodamente le chiavi di casa.

E sarà inutile ritentare. Perchè questa è la teoria delle chiavi nella borsa che dice che “quando ti servono le chiavi di casa troverai sempre quelle della macchina e quando avrai bisogno di quelle della macchina troverai subito quelle di casa”.

Fatevene una ragione come ho fatto io.

Respirate.

Non chiedetevi perchè accade ma partite dalle conseguenze.

Si perde un sacco di tempo alla ricerca di qualcosa di semplice e fondamentale in una vita complicata. La gente dice “elimina qualcosa dalla tua vita come fosse la tua borsa”, ma quella gente non sa che se hai una borsa così è perchè non riesci a fare diversamente. E’ per questo che ti sei comprata una shopper: per vivere pericolosamente. Altrimenti avresti comprato una pochette, ti saresti messa un paio di tacchi alti, anzi, “scarpe da cena” come dice Sonia,  qualcuno ti sarebbe venuto a prendere e le chiavi della macchina non ti sarebbero proprio servite.

Ah, lo stress causato dalle voci continue che ti invitano a non essere stressata! Che meraviglia.

Da una shopper piena, non ne esci così, con uno schiocco delle dita.

Mi mancano gli amici, la birra, le risate e mi manco anche io. Moltissimo. Ma ho dovuto accettare questo momento della mia vita, in cui sono ferma, in una posizione da contorsionista, davanti alla porta di una casa che forse è solo un miraggio, impegnata nella ricerca delle chiavi.

Non ci abita nessuno in quel palazzo e chi ci abita sta cercando le chiavi insieme a me, quindi nessuno ci aprirà per caso.

Sono una perfetta scema della vita, secondo la classificazione di Massimiliano Parente, e per questo le metafore di solito mi vengono benino, ma la cosa triste, ancora più triste delle metafore degli scemi della vita, è che questa non è una metafora. Sto davvero tentando di aprire le porte di una casa. E nel frattempo non sto vivendo.

Se non è una cosa scema questa!

Ma la teoria delle chiavi di casa mi ha aiutato a pensare che se mi siedo, e smetto di affannarmi, prima o poi passerà qualcuno che mi chiederà di spostare la macchina, così io, distrattamente, pensando ad altro, cercherò le chiavi della macchina pescando infine quelle di casa.

Questa sì, è una metafora, ma mi concedo il lusso di dire che funziona.

Ora devo solo ricordarmi come ci si siede.

Forse  mi può aiutare la maschera da unicorno.

28

Mag
2017

No Comments

In Convinzioni
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By Barbara

Novantadue minuti di applausi (dichiarazione d’amore, recensione semiseria e invettiva annessa)

On 28, Mag 2017 | No Comments | In Convinzioni, new | By Barbara

Questo non è un donut.

Si può avere ripieno di marmellata, al cocco, alla cannella. Ma non è un donut. E’ un simbolo e fa parte di un codice. Non è un donut quindi , ma è un percorso circolare. Se la mia vita, o la tua, o quella di David, il protagonista di questa storia, fosse un inconsapevole percorso circolare, prima o poi egli si ritroverebbe in un punto del donut su cui già è passato. Se il donut potesse essere visto in un contesto multidimensionale, e immaginare l’insieme di tutti i detsini possibili di quel donut, come nel tesseratto di Interstellar, David, l’omino che cammina sul donut, potrebbe continuare a camminare all’infinito, senza accorgersi ad esempio che qualcuno ha mangiato il donut, perché nel passaggio da una dimensione all’altra, il donut mangiato non c’è più ma continua a essere sempre lo stesso donut. In un certo senso quindi il donut vive sebbene sia morto. Esattamente come Laura Palmer. E questo non è uno spoiler. E’ impossibile spoilerare Twin Peaks, poiché si può spoilerare solo un’interpretazione di Twin Peaks. Twin Peaks è come la realtà: si può raccontare solo la percezione di essa, non la realtà. Vi è mai capitato di avere una seconda possibilità? Io credo che a tutti accada prima o poi, ma non sempre è facile accorgersi di essere di nuovo lì, pronti a chiarire finalmente una situazione che in passato era rimasta fumosa.  Esattamente venticinque anni fa David aveva cercato invano di convincere una platea ostile. Fuoco Cammina Con Me veniva appreso come un prequel alla serie tv più discussa dei due anni precedenti. Pubblico, produttori, critica e produzione erano stati per mesi ossessionati dall’unica domanda inutile di Twin Peaks: “Chi ha ucciso Laura Palmer?”. Avevano talmente insistito che alla fine, stremato,  David gliel’aveva detto, tanto era davvero poco importante rispetto a tutto il resto. Tutti,  una volta avuta la risposta, gli avevano voltato le spalle e avevano ignorato  quello che invece era davvero importante: il codice. Twin Peaks era un codice, lo è ancora adesso, ma ora non si può più gridarlo ai quattro venti perchè qualcosa evidentemente è cambiato. Lo dice chiaramente il Gigante al Buon Dale, proprio in apertura del primo episodio della terza stagione :”Le cose non possono essere dette ad alta voce ora”. Al tempo invece, sarebbe bastato prestare attenzione, per capire che era tutto chiarissimo, lì, spiattellato in prima serata nelle case di tutto il mondo. Non chiedetemi ora cosa nel dettaglio, perchè è una storia troppo lunga. Fuoco Cammina Con Me non era un vero prequel, perchè non c’è sequel o prequel in una narrazione in cui tutto accade contemporaneamente, ma questa cosa non la si poteva capire se non si era capito che non era importante chi avesse ucciso Laura Palmer. Forse la domanda più corretta sarebbe stata “Chi ha ucciso Marylin?”, ma anche questa è un’altra storia.

Venticinque anni dopo David torna a Cannes ancora con la storia degli abitanti di Twin Peaks. Lo stesso Twin Peaks che aveva preso i fischi. Quella stessa serie di cui era stata chiesta a gran voce la cancellazione. Quello stesso mistero che una volta svelato non interessava più a nessuno. In ventisei anni chiunque abbia tentato di usare al meglio il linguaggio cinematografico ha saccheggiato Twin Peaks per personaggi, atmosfere, ambientazione, temi, e ha avuto successo. Twin Peaks è un cult. Un nostalgico “si stava meglio quando si stava peggio”. «Sì, dài, Dave, per favore , torna a Twin Peaks. Bene! Bravo! Bis! » . Cinque minuti di standing ovation, lacrime e felicità delirante. Eppure, dopo tutti questi anni c’è ancora chi si chiede: «Ma cosa diavolo è successo a Laura Palmer?». Sarebbe bastata la risposta della signora Ceppo «La storia di Laura è la storia di tutti noi» per mettere a tacere due generazioni di spettatori. Io mi sarei arresa da tempo fossi stato David. Invece lui no, lui ha atteso pazientemente che il cadavere passasse sul fiume. Io lo ammiro moltissimo. Lo ammiro per molte cose ovviamente e lo amo dal profondo del mio cuore, ma non l’ho mai amato tanto come per questa sottile, ironica, velata vendetta.

La terza stagione di Twin Peaks è perfetta. Ed è un atto restitutivo meraviglioso, perchè se tutto è cambiato nel corso di questi ventisei lunghi anni, la sua testardaggine è esplicita nel continuare a dire la stessa cosa in un modo diverso, adeguato ai tempi. Nel 1990 puntava dritto il dito contro il male, nascosto tra le righe della vita al sole. Ragazzi a scuola, gonne sotto il ginocchio, la festa della cittadina, gli intrighi per il potere, la vita in famiglia, torte di cieliegie e caffè dannatamente buono. E un segreto terribile e fondamentale più importante della vita stessa: “We live inside a dream”. Nel 2017 il male è la vita. Guardatevi intorno e ditemi se la profezia non s’è avverata. La storia di Laura è ancora la storia di tutti noi, e siamo tutti nella Loggia Nera. Non c’è stato mai un momento così buio. Guerre, stragi, sangue e morte, sì, ma non parlo di questo. Parlo del male e dell’odio che esiste tra due persone qualunque che non si conoscono e già solo per il fatto di non conoscersi si odiano. Due passanti che si urtano. Un naufrago e il suo ospitante. Due persone vere celate dietro due foto su un social network.  Come cani che abbaiano dietro le sbarre di una prigione, ricordando Bobby e Mike contro James. Homo homini  lupus. Ed è questo tempo qui l’ambientazione della terza stagione di Twin Peaks. La musica non c’è. Non siamo più in un posto solo, e se guardate bene l’ultima scena, sbirciando Jacque Renault che serve da bere al Bang Bang Bar (sì è proprio lui e sì questo è l’unico vero spoiler) , in uno sprazzo di felicità, cercata a fatica nel marcio, tutti sono ovunque. Siamo tutti qui. Morti, vivi, persi, siamo tutti in questo tempo buio, dove tutti i tempi si mischiano. Dove ogni tanto appare un vecchio telefono a tasti a ricordarci che se se ogni tempo è in questo tempo, allora, ciascuna immagine scelta per comunicare un messaggio in sogno, come un nano danzante, contiene già la sua evoluzione, che altro non è che elettricità pura. Un po’ lo immagino ridere sotto i baffi, David. Ah, adesso vi piace. Ah, adesso del delitto pare non vi importi nulla. C’è tanta presunzione, come è giusto che sia, in questa nuova stagione di Twin Peaks. E’ il suo talento lo schiaffo. Ma senza dirlo. Sottolineando invece l’unico altro talento che egli chiama a testimonianza: Stanley. Kubrick è ovunque. Nell’occhio della scatola di vetro che ricorda HAL 9000. Nei corridoi del luogo del delitto, uguali a quelli dell’Overlook. Come al tempo era nelle scarpe di Audrey/Lolita. Non dirà nulla di nuovo, ma lo dirà in modo diverso.

Solo, Gordon, stavolta lo dirà a voce bassa, ‘ché il male urla già da sé. Certo, conservo in cuor mio la speranza di un finale ottimista. Una luce che ci consoli. Ma temo sia solo una speranza.

Bentornato Gardon. Mi sei mancato.

01

Mag
2017

5 Comments

In Convinzioni
Esperienze
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By Barbara

13 Reasons why i didn’t like 13 Reasons Why. Ovvero i miei 13 motivi.

On 01, Mag 2017 | 5 Comments | In Convinzioni, Esperienze, new | By Barbara

Il primo motivo è che sono in un periodo “no” della mia vita. Non so bene di quale vita, delle tante che ho vissuto fino ad ora, ma sono certa che sia un “no”. Sono la Barbara peggiore che ci sia mai stata fino a questo momento. Mai così cinica, mai così arrabbiata, mai così lucida, severa, e soprattutto mai così antipatica. Mi sto talmente antipatica in queste settimane che mi sta venendo voglia di diventare amica di me stessa. E qui arriviamo al secondo motivo, legato al tema e non alla serie in sé: a tutti capita prima o poi di farsi pena da soli. Io non conosco nessuno che non si sia crogiolato nel ruolo della povera vittima indifesa almeno per una volta, ma quel trucchetto dei “passivo-aggressivi” è anche tempo che venga smascherato, dopo esser sopravvissuti allo sdoganamento dell’adolescenza come ricatto morale, no? Nel mio, a lungo cercato e faticosamente raggiunto, “periodo no” mi sono data una sola regola: prima l’onestà intellettuale poi l’empatia. Obiettivo: un’ empatica onestà. Quindi Hannah Baker non mi fa pena perchè per troppo tempo ho puntato tutto sulla mia capacità di far pena a me stessa e, sebbene in qualche occasione sia stata anche credibile, il siparietto lo conosco bene e la verità è che è solo un altro modo di dar sfogo alla propria vanità. Smettiamola di farci pena da soli,’ché tanto agli altri, giustamente, davvero non gliene frega niente. Punto. Se nel 2017 all’ highschool della provincia americana va così, nel 1992 al liceo di provincia romana, andava allo stesso modo. Non lo chiamavano bullismo e nemmeno me lo ricordo come lo chiamavamo, ma credo che fosse sufficiente dire che eravamo degli stronzi. Visto però che siamo in aria di progresso e che ci siamo evoluti al punto di dare una parola alle sventure quotidiane dell’adolescenza, è anche arrivato il momento di fare un ulteriore saltino in avanti e capire che è poi Hannah Baker a vincere la coppa dei campioni di bullismo. E questa è la terza ragione per cui le fondamenta psicologiche della serie traballano: non la definirei mai, come ho scioccamente sentito fare, diseducativa, dico solo che urlando ai quattro venti la pericolosità del bullismo, ne diventa portavoce mediatico e addirittura invito, quindi più che diseducativa è contraddittoria. Ah la vanità nel credere di sapere cosa “educa” ad una sana vita in società e cosa no, quando la vita in società non può in alcun modo essere sana, perchè non consente la liberazione individuale dell’energia data dalle pulsioni più basse! Finito, ora divento buona. Il quarto motivo per cui non poteva assolutamente piacermi è che ho visto troppe serie tv per farmi fregare così. Suvvia, non siamo ragazzini che scoprono Lost nel 2016, noi nerd dei tempi non sospetti. La cassettina gne-gne, con le cuffiette della Philips, il numero 13 per stare due passi avanti a Undici di Stranger Things, la bici di Elliott a E.T, il recupero di Donnie Darko, che già aveva a sua volta provato il recupero degli anni ’80… Santa Madonna Luisa Veronica Ciccone, che palle! Allora, tanto per essere chiari: se per ogni volta che avessi dovuto riavvolgere una cassetta con la matita pur di non sprecare le batterie, avessi avuto un lettore mp3, col tastino rewind e ffw, avrei detto subito: “sì, grazie, datemelo e ripigliatevi ‘sta monnezza.” La bici ce l’ho pure adesso, anzi è meglio perchè da Decathlon costa 200 euro il super-modello maxi-sprint. La comitiva del tipo “chi ha mai più avuto gli amici di quando aveva 12 anni?” è un’opinione perchè io non ho mai più avuto quelli che avevo a 30. Basta con questa atmosfera, fotografia, ambientazione anni ’80. E se anche non bastasse: basta con la mercificazione degli anni ’80 rivolta alle generazioni che si stanno immaginando una cosa diversa da quella che era. Noi nati nei primi anni ’70 siamo stati molto nostalgici, abbiamo pianto perchè proprio quando avremmo dovuto iniziare a contare qualcosa, ci hanno tolto tutti i soldi, i sogni, il pane di bocca e, ancora piangendo, abbiamo iniziato a morire di fame. Poi a un certo punto qualcuno deve aver capito che era inutile recriminare contro quelli più vecchi di noi, e ha scoperto che per iniziare a guadagnare qualche spicciolo dovevamo vendere la nostra nostalgia dei tempi andati a chi non potesse controbattere perchè non li aveva vissuti quei tempi. Che infatti sono andati. Questo è bullismo! Quindi se il quarto motivo è la banalità, il quinto è l’astuzia disonesta.
Sesto e settimo motivo sono legati a una cosa fondamentale nelle serie tv: i dialoghi sono terribili e i personaggi non hanno spessore. Una citazione su tutte: «Non sei tu, Casco, sono io. Sono io che non ti merito.» Lo sciopero degli sceneggiatori a Hollywood nel 2007 ha fatto danni incommensurabili. E’ da allora infatti che, quella che doveva essere una situazione d’emergenza, in cui dilettanti allo sbaraglio si improvvisarono sceneggiatori, si è trasformata in una consuetudine. Durante lo sciopero degli sceneggiatori, How I Met Your Mother si fermò. E se lo sciopero fosse durato per sempre non sarebbe più ripartito. Questa è onestà, bellezza, purezza. I dialoghi di How I Met Your Mother insegnano agli angeli a sorridere. E ai dilettanti che scrivere è un’altra cosa.
L’ottavo motivo per cui 13 Reasons Why non mi è piaciuto è che a un certo punto inizierai a pensare: «Forse si riprende». E invece no. Non sapevano come farlo finire. Questa è la prima cosa che penserai. Quando invece la cosa evidente è che s’è imposta la necessità di creare aspettative per un seguito. Quanti motivi mi mancano? Ecco, cinque.
Non sto affatto menando il can per l’aia pur di rubare tempo, sto solo dimostrando, con una lista di 13 motivi in un post solo, che tredici ore di serie tv sono lunghe come la merda. A meno che tu non sia JJ Abrams, oppure non utilizzi alla grande la linea narrativa verticale. Come in The Big Bang Theory. La lunghezza ingiustificata, era il nono motivo, comunque.
Il decimo è per forza legato a Twin Peaks ma questo, ormai, lo sanno tutti. Dopo Twin Peaks nulla è stato lo stesso. Portare il simbolismo in tv, in prima serata, in Italia addirittura come alternativa alle partite del mercoledì sera, invitando alla visione quelle stesse famiglie che in apparenza potevano essere la famiglia Palmer, fu geniale, folle, ironico ovviamente. Poco importava se molti non avrebbero capito, se il tormentone “Chi ha ucciso Laura Palmer?” sarebbe diventato più importante del vero significato della serie, lui, David, l’aveva fatto. Chi nel tempo si sarebbe occupato ancora di quell’arte un po’ oscura che è il cinema l’avrebbe capito, avrebbe imparato. Avrebbero tutti reagito in futuro al consueto taglio della programmazione per motivi di audience, ispirandosi al suo colpo da maestro: tornare solo per un’inarrivabile conclusione di stagione, che fosse uno sberleffo, uno schiaffo morale. «Non l’avete voluta la terza stagione? E ora beccatevi ‘sti ventisette anni di dubbi.» E invece no, è andata nel peggiore dei modi possibili, perchè le atmosfere cupe, i dettagli distribuiti ad arte, i colori, le frasi-rebus diventate tormentone, erano solo la coperta che, essendo ovviamente troppo corta, faceva intendere che ci fosse altro a cui prestare attenzione. Così invece di concentrarsi fosse anche solo, che ne so, sulla tecnica di far capire una cosa, mostrandone un’altra, hanno preferito ripetere a pappagallo quelle suggestione per far sentire intelligenti gli spettatori che le avessero riconosciute. Si sono svenduti la coperta di Twin Peaks, ma noi no, non ci avranno mai.
L’undicesimo motivo è un fraintendimento generazionale. A quindici anni dicevo, come tutti i quindicenni, che gli adulti avevano dimenticato come è sentirsi a quindici anni. Eccomi qui, ne ho quarantatré, e non solo non l’ho dimenticato, ma voglio credere di essere migliore dei quindicenni del 2017, come in effetti i miei professori erano migliori di me. Così quando ero ragazza io, noi eravamo quelli che dovevano imparare la vita da chi l’aveva iniziata a vivere da più tempo di noi e ora che gli adulti, dal latino, “adolesco” mi “sono già nutrito”, contro l’adolescente che si “sta ancora nutrendo”siamo noi, veniamo dipinti come dementi che non distinguono una storia di stupro da una di cazzeggio. Paranoici, ossessivi, superficiali per di più. Insomma, sono io che sto sempre dalla parte sbagliata, o forse è tempo che si torni parlare di Brenda e Brendon come di quelli che poveretti, devono ancora mangiare qualche chilo di sale?
Il dodicesimo motivo è la scena in cui Hannah si taglia le vene. Non l’ho vista. Un istante prima mi sono coperta gli occhi perchè ero sicura del fatto che l’avrebbero mostrata cruda come è cruda una scena di vene tagliate. Così poi se ne parla, no? Becero.
Infine 13 Reasons Why è una brutta serie tv, perchè nessuna serie tv davvero bella ha bisogno di un hashtag tanto di moda quanto #13reasonswhy. E mi rode un po’ del fatto che l’uso di questo hashtag renderà questa mia recensione, nemmeno scritta tanto bene, più popolare del mio post precedente, in cui ho messo un racconto breve scritto un anno fa, che trovo molto più bello di questi tredici, sporchi, tuttavia ragionevoli, motivi per dire che, no, 13 Reasons Why tutta questa attenzione, inclusa la mia, non la merita.

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18

Mar
2017

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In Convinzioni
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Soluzioni

By Barbara

A me le Rossana fanno schifo anche se sono rimaste solo quelle.

On 18, Mar 2017 | No Comments | In Convinzioni, new, Soluzioni | By Barbara

 Li ho sempre un po’ invidiati io, quelli che amano le Rossana. Che poi secondo me a loro non piacciono davvero. Già dolce, fatta di caramella caramellosa, in più con dentro la crema zuccherosa. Ma per favore. Orsetti gommosi, quelli verdi prima di tutti. M&M’s rigorosamente con la nocciola, meglio se rossi. Il Liquirone e le Goleador. Cocacole frizzanti.  Le Fruit Joy, se proprio non si vuole rinunciare al vintage e tutt’al più una Halls agli agrumi, per stare al passo coi tempi. Ma le Rossana no, fatemi il favore. Un po’ come i pastiglioni alla menta fresca che avevano in bocca la consistenza dell’aspirina americana. Va be’. Comunque, finite tutte le altre, quando nella ciotola sono rimaste solo tre Rossana, in molti dicono di sì, anche se la sera prima stavano dicendo a un amico che piuttosto che mangiarsi una Rossana si sarebbe lasciati morire di fame. Poi invece, in preda all’ipoglicemia, in piena carestia di Big Fruit, se le ciucciano come fossero gommose ai frutti rossi. La vita felice (immaginata) è dei possibilisti e io non lo sono. Non dico felice. No, no perchè? Io sono felice, ma non tutto il tempo, perchè non sono possibilista. Semplicemente quando non ho quel che voglio, come lo voglio, non voglio nulla. Rossana? No grazie. Ma guarda che c’è solo questa eh. E pazienza, farò senza. Insomma sono felice solo quando lo sono davvero. Quando non lo sono, sono normale, ma se mi chiedono “come va?” dico che va di merda. Però lo dico sorridendo, perchè il buonumore non va mai perso. Eppure, Rossana a parte, ho passato una vita ad essere accomodante. Ciao, buongiorno, ma certo, tutto bene, sono d’accordo, facciamolo, come vuoi tu e se ci tieni per te tutto. Ma perchè invece non ho detto più spesso: fanculo no, non mi piace,non mi muovo, tienitela te sta Rossana che a me fa schifo e muoio di fame piuttosto? Me ne sto seduta qua, con le gambe incrociate che non si incrociano mai perfettamente perchè mi fanno male le ginocchia dopo un po’, a guardare fuori la primavera che è esplosa in questo enorme parco che un tempo chiamavo casa. Una prigione dorata in cui mi sono cacciata di nuovo. Maledetta me. Vuoi una Rossana? No, grazie. Poi ti passano una Rossana con la carta blu, ingannevole e fedifraga, e tu dici “ah be’ allora se ha la carta blu”. E invece no. Bocca chiusa a sigillo e dieta per non cedere al richiamo dello zucchero. Perchè per imparare a dire  “no fanculo, neanche se mi ammazzi”, devo pensare insistentemente a quell’unica eccezione della mia infanzia. La missione è aumentare il numero dei limiti invalicabili e fare leva su quel principio che è la sostanza di cui sono fatta io, e anche i miei sogni: l’onestà intellettuale. Le cose sono cambiate quando ho smesso di  desiderare intensamente e mi sono chiesta perchè desideravo. Fai la prova, su. Voglio questa cosa. Sì, ma perchè la voglio?  E diventi potente in un secondo. Niente orsetti gommosi? Pazienza, tanto non è che volevo una caramella, volevo quelli. Rossana o pesce al forno a quel punto pari sono. E’ una gran presa di coscienza. Non è che faccio festa. Anzi, c’è grande soddisfazione nel dire che sto di merda. Fredda come il marmo sono. Muta come un pesce divenni. Immobile come un sasso mi trovarono. No no no. Anche se intorno a me, in una malconcia posizione di Buddha, uno scroscio di carte di caramelle rosse impedisce ai miei pensieri di fluire. Mi scusi non ho il resto.  Le do anche 400 caramelle “. “in cartone?!?” “no!… sciolte…”. Tenga pure il resto, e tanti saluti.

05

Feb
2017

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In Convinzioni
Senza categoria

By Barbara

La La Love ovvero «Vorrei che ci si potesse amare»

On 05, Feb 2017 | No Comments | In Convinzioni, Senza categoria | By Barbara

Ma il Magico Accordo è un’illusione. Sai Hubbell, con gli anni sono diventata sempre più certa delle cose di cui sono certa, eppure qualche bugia continuo a raccontarmela. Sono K-Katie, e anche Jimmy, ma oggi mi chiedo se mai potrei essere Seb. E’ un talento quella volontà di amore che trascende ogni altra urgenza. E io quel talento non ce l’ho. Facciamo ordine, adesso che il puzzle è completo.

jimmi_hubbel_seb

La La Land è arrivato a conferma dell’unica soluzione che ho sempre considerato plausibile: se sei così la resa è inevitabile, ma c’è un universo in cui le cose sono andate diversamente e solo lì quel Magico Accordo continuerà a suonare indisturbato.

 

16

Ott
2016

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In Convinzioni
Soluzioni

By bellatrix74

Sì, ho paura del buio. E non è vero che non è per sempre.

On 16, Ott 2016 | No Comments | In Convinzioni, Soluzioni | By bellatrix74

Ecco come stanno le cose: non è più tempo di farsi delle illusioni.
Andava ripetendo tra sé.
Ora, a parte il fatto che io non mi faccio illusioni, piuttosto vaglio molteplici possibilità, questa storia che ripeto le cose a me stessa deve finire. Sono grande, è ora che la smetta di rimproverarmi per cose che non posso cambiare. Mi sono abituata a questa mania del controllo e poi il primo segno di guarigione dalle nevrosi è avere consapevolezza di esse. Mi piacciono le mie nevrosi, le amo persino. Le vorrei, se non le avessi già. Sono piccola, ho diritto a tutte le nevrosi che voglio. E che nessuno mi rompa le scatole. Va anche bene se a puntare il dito contro di me sono le persone buone, oltre me stessa, ma che adesso addirittura io abbia scoperto che esistono i cattivi e che debba sopportare il loro sudiciume, no eh, mi pare troppo. Sì, io ho paura del buio e quando dormo sola tengo la lucetta accesa. E per sempre ascolterò la musica mentre dormo, per sempre. E siamo due a zero per me. E’ il momento della verità e del cinismo e io sono così cinica che quando ieri mi  è diventato il cuore duro come una pietra, in quella sensazione che m’era capitata solo altre quattro, cinque volte, mi sono detta: “E’ proprio strano come succede, ed è bellissimo quel freddo che s’impadronisce di te”. Io so chi sono: sono cresciuta in provincia, in una casa molto grande con tante persone. Due fratelli hanno sposato due sorelle, quattro nonni, sette tra cugini e fratelli, gli amici al muretto, le feste in casa, il Natale coi biscotti e la spesa con nonna il sabato mattina. La prima volta con il mio primo amore, i voti alti, i genitori insieme per una vita. Se la mia non fosse stata una famiglia comunista e matriarcale sarebbe sembrata quella di Seven Heaven. Ma era veramente così comunista che alcuni, come mio nonno e mio padre, hanno preferito lasciare questa terra pur di non vedere il governo Renzi. Io sono uscita dall’eremo a ventitré anni e sono stata la scema del villaggio per un bel po’. La prima volta che ho avuto a che fare con chi mi accusava di buonismo credevo che scherzasse. Ma che è sto buonismo? Io nel mulino bianco ci ho vissuto davvero e se qualcuno ne volesse la prova… be’, il mulino sta ancora là eh, e chi ancora ci vive chiede il permesso persino a Rosina per prenderle le uova ogni mattina. Fa ridere, io faccio ridere. Facevo. Ho ancora paura del buio e per sempre ne avrò. Perchè il buio mi confonde, non mi fa vedere le cose come sono realmente. Ma oggi sono diventata un po’ più cattiva, quel tanto che basta per capire cosa non sarò mai. Mi viene da vomitare davanti alle serpi. Cammino e ne incontro ovunque. Le vedo belle con gli occhi grossi e le ciglia che fanno vento. Mi spaventerebbero se non conoscessi i loro obiettivi. Le serpi vanno dove non vado io, cioè ovunque ci sia sole.
Senti, tu, vaffanculo.
Sono vent’anni che mangio il sale e non ho mai pestato un callo a nessuno. Non venire a pestare i miei solo perchè pensi io sia distratta, ché è tempo per me di dirti che non è per sempre. Non è per sempre quell’illusione di vittoria. Perchè tu non sei abbastanza. Devi sperare che vada male a me perché vada meglio a te. Quanta tristezza. Quindi sì, io ho paura del buio, sono un po’ ingenua, credo nel paradiso dei buoni, e studio molto per avere risultati. Non ho mai fatto favori sessuali e quando me li hanno chiesti non li ho capiti. Pensa. A me non importa di andare in un posto qualunque dove vuoi andare tu, anzi, quando vedo un nido di vespe lascio che si pungano tra loro, chè io ho altro da fare. Il talento è una schiavitù perchè se come me ci sei nato, con il talento, senti di dovergli portare rispetto. Ma lui ti ripaga. Sai come? Ogni giorno al risveglio è lì a suggerirti nuove idee. Tu potrai copiarne quante ne vuoi. Io ne avrò sempre di nuove e migliori di ieri, da metter in opera lontano, lì dove non dovrò sentire la tua puzza.
Agli altri, buona vita.
E che ognuno si faccia i cazzi suoi, ‘ché io Rosina l’ho vista pure incazzata e non era una presenza piacevole. Ciao.

11

Gen
2016

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In Convinzioni

By bellatrix74

Funk To Funky

On 11, Gen 2016 | No Comments | In Convinzioni | By bellatrix74

blackstar

Tu sei lo spettatore, ti pigli l’arte così com’è: una risposta. Lo sei anche quando è la tua. Insomma quando sei lì, con la maschera, il costume il trucco e tutto il resto, sei anche fuori da lì, sei anche quello in prima fila. Sei quello che è arrivato per primo. Hai visto le prove, hai visto prima delle prove e prima ancora di pensare che le avresti fatte. E quando eri quello seduto sulla panchina illuminato dall’idea eri già anche quello seduto in prima fila durante lo show. La prima volta capita per caso, credo. E a tutti. Mentire, far finta, raccontare una storia, disegnare croci e cerchietti all’asilo. La differenza sta nel ricordo. Quando da spettatore lascerai l’artista cuocere nel suo brodo, tornerai a casa, camminerai, mangerai, parlerai, sorriderai e berrai il caffè, potrai pensare ai compiti da fare, alla telefonata che stai aspettando, a fare il bucato, oppure potrai riflettere sull’accaduto. Ma ero proprio io? E quella sensazione di essere in me e fuori da me, era reale? Se ci rifletterai, anche solo per un secondo, ti chiederai cosa ne è stato di te in quell’infinito istante di perfezione creativa e allora non ci sarà punto di ritorno. Troverai in quella misteriosa esperienza d’ubiquità la risposta a ogni nuova domanda. E saranno, dal bambino all’adolescente, sempre domande diverse. Chi sono io? Perchè mi batte il cuore? Cosa voglio diventare? Che colore è questo? La risposta sarà sempre il palco. Lì, perfezionando ogni giorno di più la tecnica, troverai nuove e bellissime risposta per il te stesso spettatore. Che il resto del pubblico possa solo intuire la domanda non sarà importante se resterà comunque toccato dalla bellezza delle tue risposte. Prenderai gli applausi, un bell’inchino e tornerai a parlare con la gente, a preparare la cena, a fare la fila alla posta. Poi, un giorno, mentre aspetterai l’autobus, o durante una birra con gli amici, o sbucciando una mela avrai una domanda nuova. Cercherai quel pagliaccio d’artista e stavolta gli chiederai della morte. Cosa succede quando si muore? Scrollerai le spalle e darai un calcio al sasso davanti a te, continuando a farti i fatti tuoi. Oppure continuerai a pensarci , alternando la curiosità dello spettatore alla necessità di quell’altro sul palco di sorprendere con una risposta. Ci penserai ancora, e ancora. Quella sarà l’unica domanda che avrà mai avuto importanza nella tua vita, e capirai che mai, non ce n’è stata mai una diversa, che dal primo giorno è solo quella a cui hai voluto trovare risposta. Accetterai la sfida e questo farà di te un uomo diverso dagli altri.

E ora cosa posso raccontarmi? Voglio sapere. Conoscenza. Scienza. Tenetela per altri quell’inganno chiamato fede, non per me, non per il mio impeto creativo che tutto puo’. Qualcuno, qualcuno deve pur sapere. Chiederò, studierò. Io saprò dire e saprò spiegare. E troverò un nuovo lessico, una grammatica usata o abusata da scienziati e stregoni. E il trasformismo non sarà che un espediente nel fare e disfare, nel dire che io, il riflesso di Narciso, e il mio spettatore attento, Narciso stesso, potremo esser questo e quello, nascere e morire, ogni giorno in quel percorso circolare che ferma il tempo, fino al giorno in cui la risposta ci sarà. Un altro da me. Un mago. Un astronauta. Un triste pagliaccio. Un significante sempre diverso per uno stesso significato. E nel consumarsi infinito dell’interpretazione, non ci accontenteremo di altro se non della bellezza. Quell’intuizione divina che è verità. E poi, quando la polvere tornerà alla polvere, e il funk al funky, sarà chiaro anche per gli altri che non era inutile il tempo perso a giocare col Maggiore Tom. Che era tempo fuori dal tempo e che, fino alla fine, nel tentativo di spiegare la morte, l’avrò sconfitta.

Credo sia questo.
E non ho giudizi di valore sull’uomo.
Sono nel pubblico, seduta accanto al suo spettatore preferito, se stesso. Lo guardo mentre, in piedi, applaude in silenzio, finalmente, per una risposta così completa, così meravigliosa, così perfetta, da lasciar sperare il mondo che non ci sia mai stata davvero, per evitare a tutti noi, miseri Narcisi o uomini comuni che fuggono quella domanda, un confronto scomodo a cui aspirare.
Nessuno, ha mai potuto più di quel che David Robert Jones/Major Tom/Ziggy Stardust/Aladdin Sane/The Thin White Duke/The Man Who Fell To Earth/Pierrot/The Goblin King/The Regular Dude/The Outsider/The Next Day Man/Lazarus ha potuto, alle prese con una risposta così impegnativa.
Alla fine ha vinto lui. E nulla più puo’ esser detto.

03

Giu
2015

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In Convinzioni
Senza categoria

By bellatrix74

Il giorno di mai.

On 03, Giu 2015 | No Comments | In Convinzioni, Senza categoria | By bellatrix74

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Diventa il giorno di oggi senza che nessuno t’abbia avvertito. Se ne era parlato per un certo periodo, tra i farfugliamenti notturni col soffitto. Sarebbe potuto arrivare, sì. Ma poi non c’era stato e pace. Life goes on, ch-ch-changes e bla bla bla. Mi piaceva scrivere. Più ci ripenso e più mi piaceva. Poi ho smesso. Mi piaceva anche inventare storie con dentro almeno un amore, un fenicottero e una canzone. Ero felice solo se inventavo una storia nuova al giorno. Non dovevo scriverla per forza, mi bastava inventarla e sognarci un po’ su per farla diventare un’altra cosa. Una playlist, una trasmissione, un lavoro, una radio, un algoritmo. Un coso qualunque che avessi fatto io. Ci pagavo le bollette appena, con quel qualunque coso avessi inventato. Valeria mi diceva sempre che per me funzionava come per il protagonista di quel monologo che aveva portato a teatro. C’è chi per non morire crea. Poi a un certo punto, da qualche parte, devo essermi stancata. I debiti, le delusioni, i fallimenti, la malattia di mio padre, mai tempo per amici e amori, la confusione. La vita reale che improvvisamente riesce  a farsi sentire anche da te, che non hai mai risposto al telefono a nessuno proprio per paura che fosse lei. Così dici basta. E dicidi, come io ho deciso, che è tempo di fare le cose facili, quelle che non si pensano, quelle che si fanno e basta. Non è che non sei più tu, solo sei tu con un pezzo di te che dorme. Non se ne accorge nessuno. Smetti pure di fumare, tanto non serve a nulla fumare se non devi inventare qualcosa. Ho chiuso la web radio, pagato gli ultimi debiti del progetto imprenditoriale fallito, messo via il romanzo che non finirò mai. Buttato via le compilation degli anni del Mecs. Riposto i disegni di quella linea di moda che avevamo pensato io e Ale. Chiuso il blog di cinema. Ho perso i codici di tutte le applicazioni inventate per il sito. Ho persino riportato la chitarra in soffitta, tanto era proprio impossibile che riuscissi a imparare a suonarla se non ci ero riuscita in vent’anni. Non ho più scritto neanche un sola idea  da inviare a chissà quale radio in Alaska. L’ultima cosa che ho inventato è stata la soluzione facile. No, non così facile, per quella ci vogliono i vent’anni che non ho. Ma facile del tipo: “tu mi dici cosa devo dire e io lo dico”. Un’idea geniale: lavorare e basta. Per un po’ ci ho anche creduto che avrebbe funzionato. Ma il telefono non ha suonato.

Le altre volte in cui ho fallito, ho tirato dritto. Avrei avuto qualcosa altro da inventare. Oggi invece è il giorno di mai. Il giorno in cui anche quelli come me, con mille risorse, se ne stanno seduti in un angolo. Non per la delusione. Magari fosse quella, ne farei brandelli nel giro di tre giorni. No, è la consapevolezza il mio assassino. Ho trovato questa foto, e non è un caso che l’abbia postata Johnny. Tutto è stato chiaro.

Nel giorno che mai credi sarebbe arrivato capisci che l’unica illusione che davvero t’ha rovinato è stata quella di credere di poter essere qualcuno che non sei. Le cose vanno come devono andare per te, non come devono andare per chiunque.  E’ allora che, in un istante, tutto inizia a fare male. Tutte le cose perse, finite, mai realizzate, le imprese fallite. Non ci avevo pianto mai. Piango solo guardando i film, o quando sono molto arrabbiata. Ma oggi, che ho capito che solo le strade difficili sono le mie, sono precipitata quaggiù, in mezzo ai cocci di cose passate, che non avevo mai voluto raccogliere. La cosa più onesta che posso fare e ripartire da lì. Ma prima, trovare la forza.

26

Nov
2014

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In Convinzioni
Esperienze
Soluzioni

By bellatrix74

Io quella volta che sono stata davvero felice.

On 26, Nov 2014 | No Comments | In Convinzioni, Esperienze, Soluzioni | By bellatrix74

thebeach

Me la ricordo benissimo. E quella volta che sono stata davvero felice me lo sono detto, ridacchiando tra me e me. Dicono che quando sei felice non lo sai e lo capisci solo dopo che la felicità è passata, ma é un inganno. Te lo dicono così pensi di essere stato felice anche quelle volte in cui non lo sei stato davvero, fai spallucce e ti racconti che in fondo la tua vita non fa poi così schifo. Eccerto. Se finisci con il ricordartela sempre meglio di come era in realtà, la vita, per forza che t’accontenti. No no, invece io, ve lo giuro, quella volta che sono stata davvero felice, lo sapevo mentre ero felice, non dopo. Non è che la presa di coscienza sia stata chissà quanto lunga. E’ durata qualche secondo, e poi ho continuato a essere felice facendomi i fatti miei e senza ripetermelo ogni minuto. Sennò mi rovinavo la felicità. Quando ci ripenso mi ripeto che io lo so quale è il segreto della felicità, ma non è che per questo posso ridiventare davvero felice quando mi pare. Io ora posso anche dirlo, non fa niente, mica è una cosa che non si può sapere, tanto poi dipende tutto dalla fortuna. Quella volta che sono stata davvero felice me lo sono detta, ma non ho mai pensato che se l’avessi detto a qualcun altro sarei stata ancora più felice. I social network ancora non c’erano, ma se anche ci fossero stati non ci avrei scritto che ero felice perché non mi sarebbe venuto in mente di accendere il computer, o il telefono. Questa è una cosa che so per certo: quando sei davvero felice il computer è spento e pure il telefono. Quando sei felice non sei mai felice da solo e le persone che sono felici con te, non è che te lo devono dire, ma se vogliono possono farlo perché stanno lì e te lo possono dire di persona. Poi soprattutto quella volta che sei davvero felice, a volte sei anche davvero stanco. Ma non  di quella stanchezza che t’addormenti pensando a come risolvere i problemi nella tua testa. Più di quella stanchezza fisica che ai problemi proprio non ti ci fa pensare prima che arrivino. Quando sai che sei davvero felice ha infatti un sacco di cose da fare insieme agli altri che sono felici e lo sanno come te.  Insomma se sei felice davvero lo sei almeno in tre. Quattro è meglio ancora. Se arrivi a dieci, funziona, ma già scricchiola. Quando ci sono i film in cui fanno vedere quale è il segreto per essere davvero felici, mi viene un po’ di invidia per quelli che stanno nel film. Perché funziona così: quando non fai parte di quelli che sono felici, allora fai parte di quelli  che sono invidiosi di loro. Ma a quelli che sono davvero felici non gliene importa proprio niente, anzi, non se ne accorgono nemmeno. Ripenso spesso a quella poesia che mi piaceva da ragazzina che dice quelle cose sulla felicità de “I Ragazzi Che Si Amano” , e adesso mi fa sorridere perché nessun Prévert al mondo ha mai avuto il coraggio di raccontare cosa succede dopo un po’ che i ragazzi che si amano si sono baciati in piedi contro le porte di un sacco di notti. Arriva la noia, e finisce che i ragazzi che si amano iniziano a farsi selfies mentre si baciano contro le porte della notte, per metterlo su facebook, così almeno a qualcuno sembrerà una cosa nuova. Due non basta, o forse basta ma solo se sono due dentro un altro numero di persone. E poi ci vuole una missione che non sia solo quella riproduttiva. Magari va bene anche quella, ma di questo non posso portare testimonianza diretta. Perché quella volta che sono stata davvero felice la missione riproduttiva era solo un elemento decorativo e non fondamentale. Quindi, per arrivare al punto, quella volta che sono stata davvero felice, lo sapevo io e lo sapevano quelli che con me facevano cose stancanti per una missione comune, in un posto comune, dove si stava insieme davvero e non su internet. Insomma è come dicono alla fine di quel brutto film con Di Caprio che di bello ha però il commento finale. La felicità è quando senti nella tua vita di fare parte di qualcosa. Ma è solo fortuna. Quando succede capita di solito per caso che ci si ritrovi insieme in quella situazione e in quel posto e con quello spirito. Già spegnere il computer e uscire di casa però aiuta. Ciao.

Disperato, gassato ed ero(t)ico stomp.

On 03, Apr 2014 | No Comments | In Convinzioni, Dubbi, Esperienze, Soluzioni | By bellatrix74

Consegna a domicilio non prevista. Stop.
Ho detto stomp, non stop.
Non c’è tempo per uno stomp adesso, devi lavorare.
Roger. Ma necessito con urgenza di gassata scura in versione Zero. Tre supermercati sprovvisti. Stop
Mettere naso fuori di casa e ricorrere ad alimentarista di fiducia. Concesso. Stop.
Roger. Infilo scarpe. Passo e chiudo.
CocaColaZeroCocacolaZeroCocaColaZero. Ti amo. Ti bramo. Ti soffro. Faccio al volo la conta delle mie dipendenze del passato e orgogliosamente mi vedo al pari di gente che sta simpatica a tutti, tipo Keith Richards. Decido di non dar peso al fatto che la dipendenza da CocaCola Zero sia molto meno rock’n’roll di quella da rum, da un tale che non mi voleva, da quell’altro che non mi voleva pure, dalle gomme alla cannella, dal fumo, dai minestroni della Knorr, da certi dischi, da quel tizio che in fila dopo gli altri due continuava a non volermi. Mi sono umiliata molto più così. Piglio il cane che mi guarda terrorizzato, chiedendosi dove cazzo andiamo malvestiti e spettinati, dopo tutti questi mesi tappati in casa tra un lavoro e l’altro, e si va. A giudicare dal tepore e dal fatto che alle sei sia ancora giorno, dovremmo essere ad Aprile. Sì infatti, lo dicevo stamattina in radio che era “qualcosa Aprile”. L’ultima cosa che ricordo , prima della “nuova condizione” era la striscia di mezzeria della strada su cui stavo facendo jogging un sabato mattina. Era Agosto. Mi ricordo che all’improvviso ho pensato che non volevo più fare le cose che facevo, che ne volevo fare altre, che le volevo fare tutte e tutte insieme. E che mi piaceva solo Radio Rock. Ma cosa mi viene in mente  di mettermi a pensare? Finisco sempre per combinare un sacco di guai. E invece io penso. Maledetta. Ho impilato ore, impegni, files, canzoni, format, spot, lanci, radio, tv, web. Casa solo per il computer e per il letto. A volte. Disastri coniugali e relazionali di cui Michael Douglas sarebbe stato invidioso.  Ora mi ritrovo con questa bella torre che ogni volta che la guardo dico “cade cade cade”. Penso a delusioni, a grandi imprese, a una thailandese, ma l’impresa eccezionale, dammi retta è non essere asociale. Saluto la cartolibraia. Mi ha riconosciuto, o forse è solo gentile con tutti. Il cane dopo tre passi fa per tornare verso casa, pensando che sia la solita pisciatina sotto il portico. Quando capisce che scendiamo giù tra la gente reale, cioè non quella che sta dietro allo schermo, dove lui crede che ci siano tutti quei canetti simpatici che gli faccio sempre vedere su Youtube, ha un sussulto e si mette a correre. Per stargli dietro, tenendo il guinzaglio con il braccio teso vado a sbattere contro il palo della bacheca delle affissioni funebri. Leggo di un signore che conoscevo ai tempi del Liceo. Ne danno il triste annuncio i familiari e bla bla bla. Mi spiace molto. E all’improvviso mi viene in mente quella cosa fastidiosa della morte, che uno, magari mentre sta facendo cose importanti, piglia e se ne va. Mio padre è ancora tra noi, grazie al cielo. O grazie alla terra, dipenda da in cosa si crede. In famiglia sono impazziti tutti. Io no. Lo ero già da prima quindi nessuno nota la differenza, anzi gli amici di famiglia dicono che sono l’unica a non aver perso la bussola. Vedi che vantaggio a non averla avuta mai? CocaCola Zero. La apri e fa Fruushhhh. Ne ho bisogno. Vorrei fermarmi da Marcello ma va a finire che poi resto tutto il pomeriggio. E devo lavorare su quelle puntate nuove da consegnare. Me lo andrei a sentire un disco con Marcello e  a bermi una birra con lui. Gli amici mi mancano tutti. Quelli del bar dove sta Vale, tanto. Ma il punto è che  qualche mese fa ho scoperto di aver perso quarantamila euro con quell’idea meravigliosa di fare l’imprenditore e mi sono dovuta concentrare su altro che non fare le cinque del mattino ridendo e bevendo rum.  CocaCola Zero. Se non ce l’hanno nemmeno al bar del circoletto mi metto a urlare. Proprio mentre cerco di superare l’impasse del conto degli zero nella cifra quarantamila, immaginando il rumore di quando la versi nel bicchiere che è tipo CtohlCtohlCtohl, mi imbatto in un capannello di negozianti. Mi fermo a salutare e ascolto i discorsi come il vecchietto che guarda i lavori stradali. Quando sento dire “piccoli commercianti” dal più arrabbiato di loro nel difendere la categoria, inizio a immaginarli come come Umpa Lumpa.  Il tizio, con cui sono tutti d’accordo, dice che è giusto che il supermercato abbia chiuso, che l’abbiano espropriato e che siano stati tutti licenziati, perchè da quando ci sono i supermercati gli Umpa Lumpa, cioè i “piccoli commercianti” non lavorano più. Vorrei far notare che non è giusto per i poveri cavalli, che si sono fatti un mazzo tanto per avere un posto nella storia dei mezzi di locomozione, che adesso con questa storia dei motori su ruote, non ci sia più lavoro per loro nel trainare carrozze. E anche che con questa mania del telefono dobbiamo smetterla  e restituire ai piccioni viaggiatori la loro dignità. E scrivere le lettere a mano, perché la canzone Mr Postman torni ad essere una hit. Fingo approvazione, anzi mi scappa anche un “Che tempi Signora Mia” nei confronti della fruttivendola. Accanto a lei sono esposte delle bellissime mele Granny Smith. Quasi, quasi… Con la CocaCola Zero, non ci starebbero male. Quattro euro e sessanta al chiilo. Per le fragole le faccio un bonifico più tardi? Che prezzi, signora mia, speriamo che riaprano il supermercato, va’, sennò quelli che ci lavoravano e ora sono disoccupati come fanno a comprarsi le sue mele? Pochi passi e il mio alimentarista-fornaio di fiducia mi sorride dicendo che, anche se non mi vede da mesi,  la CocaCola Zero ce l’ha. Una sola. Ed è mia, se la voglio. Ce l’ho fatta. L’afferro. La pago tre euro, sempre per il discorso del supermercato, ma l’alimentarista-fornaio mi guarda e non mi dà il resto. Dice che sono magra. Troppo. Quindi perché Zero? Perché l’altra non mi piace. Ma ti ci vuole lo zucchero. Anzi i carboidrati. Compra un po’ di pane. No, non lo mangio più il pane. Guarda tu queste ragazze. Va a finire che stanno male malissimo e invece bastava che comprassero un po’ di pane. Compro il pane. Ne stacco un pezzetto e lo mangio per convincerlo a darmi il resto, ‘ché devo andare a bere la mia CocaCola Zero. Il pane è terribile. Davvero. C’è da volergli tanto bene all’alimentarista-fornaio che da quattro anni ci vende il pane e le CocaCola Zero. Perché a farlo non è proprio capace, ma ha un talento unico nel riuscire a farlo tutto uguale, dalle rosette al lariano, al francese. E’ una cosa che fa lui. Solo lui. Come Astariti che fa l’Urlo della Notte nel film La Scuola. Risalendo verso casa decido di fare la strada più lunga. La metafora mi colpisce e rallento il passo per rifletterci. Se ne accorge anche il piccolo e si gira a guardarmi come per perdonarmi di essere così. Mi abbasso ad accarezzarlo e ripenso a quando un paio di mesi fa eravamo sul divano a piangere mentre lo operavano e sapevamo che forse non l’avremmo rivisto più. La CocaCola Zero mi sta raffreddando il pane e pesa anche. La voglia ce l’ho ancora ma non riesco a muovere più un passo. Resto ferma, di sasso, sotto il sole d’Aprile a chiedermi come ci sono arrivata  fino a qui. Valla a capire la vita: la guardi come fosse quella di un altro e poi all’improvviso ti accorgi che eri tu. Sei tu. Tremendo sospetto. Mi vengono in mente, nell’ordine: Il Papa, David Bowie e una mia compagna di scuola al liceo. I primi tre avatar a cui sono riuscita a pensare. Era un test. Il sospetto è confermato. Dico il nome di una persona qualunque. Tac. La immagino come nella foto del profilo. Tremo ma devo farlo: mio marito. Tac. Foto del profilo. E soprattutto: io. Foto del profilo e immagine di copertina! Aiutateci. La società distopica paventata da Philip K. Dick! Eccoci. L’apocalisse del sè. Cosa è reale? Riprendo a camminare a testa bassa, come se qualcosa m’avesse colpito alla testa. Ho tanta voglia di CocaCola Zero. Ah già. Ce l’ho qui. Devo solo infilare la chiave nella toppa. Signora scusi ma le sembra normale che la luce delle scale resti sempre accesa? Qui dobbiamo chiamare l’amministratore. Simpatico vecchietto della porta accanto. Taglio corto e dico che io non so nulla, io pago l’affitto. Ma come non sa nulla? E qui dobbiamo parlarne. Non adesso. Non mi va. Non riconosco la foto del suo profilo, quindi lei non esiste. Nella vita reale, in questa vecchia vita qui, dove il vicino ti ferma per le scale senza chiederti se hai da fare, non puoi chiudere la chat dicendo che stai uscendo. E’ terribile. Rivoglio subito la mia scomoda società distopica fatta di profili, e avatar, e hashtag. Dove controllo io tutto. Dove esiste la contemporaneità delle azioni. Dove il multitasking è praticato anche dagli uomini, non solo dalle donne. Dove tutti questi lavori, doveri, impegni, obiettivi di cui ho riempito le mie giornate, possono convivere con la  nostalgia di una vita diversa e con l’idea di averla ancora, come quando suonavo i dischi in spiaggia da mattina a sera. Mi sono impuntata , lo so. La felicità che sto cercando è come questo Fruushhhh. Ma sono troppo arrabbiata per rinunciare a questa stupida, gassata, inutile CocaCola, che è pure Zero, quindi senza calorie, zucchero e contenuti. Ho fatto la strada più lunga per portarla a casa, e mi rendo conto che il piano può risultare poco chiaro a qualcuno, mentre per me lo è, eccome. Non so bene con chi o con cosa sono arrabbiata, ma è andata così. Metto il culo sul divano, solo per un momento. Non so se inviarlo, quel provino. Un altro guaio.  E’ tardi. Faccio le mie scale tre alla volta verso lo studio, afferro la tastiera, guardo il file del romanzo messo da parte, resisto alla tentazione di aprire vecchie foto o riordinare i dischi che volevo mettere dentro Wasabi e con dolcezza, mi chiedo se è o no il caso di premere Enter… ma è già partita la mia mano.

22

Gen
2014

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In Convinzioni
Senza categoria

By bellatrix74

A Michela-Wong-Foo, grazie di tutto. Brigitte Bardot.

On 22, Gen 2014 | No Comments | In Convinzioni, Senza categoria | By bellatrix74

brigitte bardot -  the real thing La teneva in mano, come se Brigitte in persona, gliel’avesse davvero firmata e mi veniva incontro, con il sole alle spalle, in un pomeriggio di venerdì. Uno dei tanti in cui ci incontravamo, ma quella volta era il mio compleanno. Brigitte era il mio regalo. Un biglietto “quindici-quindici”. Diceva che non aveva ma visto un’espressione così somigliante a quella esatta che avevo io quando andavamo a ballare. Io non so se le ho mai creduto davvero, ma m’è sempre piaciuto pensare che quell’icona di gioia e luccicanza sarebbe stata una buona aspirazione dell’essere. Negli anni Brigitte m’ha seguito ovunque. O forse io ho seguito lei, non so. Stanotte ancora non mi guarda. Balla e pensa ai fatti suoi. Se ne sta lì, ormai stinta e segnata dal tempo, appesa con una puntina alla parete di questa stanzetta che ho voluto chiamare studio, perchè “ripostiglio” non sarebbe piaciuto a Brigitte. Ne ha viste almeno dieci di case diverse, e molte più stanze, e pareti, la mia Brigitte. Mai s’è scomposta. Era lì nella foto della prima trasmissione in radio, e anche in quella in cui mi truccavo, vestita da sposa. Buffo che il fotografo l’avesse voluta nella foto, senza che io gli dicessi nulla. Ci ho pensato e ripensato. Ho pensato agli oggetti preziosi. Ecco, ho deciso che questo biglietto ingiallito e stropicciato con Brigitte che balla, è il mio oggetto più prezioso. L’unica cosa che davvero mi appartiene. Ho discusso talmente tanto, con tutti,  nel tempo  sull’argomento “Quel che resta”,  che adesso fingo di non sentire quando se ne parla. Io credo che nella vita ci si incontri, ci si conosca, si vivano delle cose insieme, e poi ci si separi, restando tutti un po’ più ricchi di come si era prima di conoscersi. Punto. Non vedo la tragedia. Di Michela-Wong-Foo ho ancora quel pomeriggio in cui, mi raccontava della bellezza. La bellezza secondo Michela è in un pomeriggio di febbraio, quando stai bevendo un tè seduto al tavolo di un bar, e ti accorgi che dalla finestra alla tua sinistra entra un po’ di sole del tramonto. Ti volti e senti un po’ più caldo’, poi la luce vira e diventa una specie di prisma che punta sulla superficie del tavolo. Tu ci guardi attraverso e vedi il pulviscolo che si muove. Ecco, quel movimento è la bellezza. Non l’ho mai capita bene questa cosa, lo confesso. Ma per tutti questi anni me la sono tenuta esattamente così come l’ho scritta adesso. Pertanto non credo che Michela potrebbe esserci più di come già c’è. Lei l’ha sempre saputo che entrambe la pensavamo così e che forse eravamo le uniche due a non avere bisogno di dirselo. Ecco perché m’ha regalato questa Brigitte. Perchè non dimenticassi il pulviscolo che balla attraverso la luce. Il resto, fa volume.

29

Ago
2013

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In Convinzioni

By bellatrix74

Sotto i ponti di Madison County.

On 29, Ago 2013 | No Comments | In Convinzioni | By bellatrix74

clint

Ad arrivarci nell’Iowa. Ma poi che ci devi andare a fare nell’Iowa, se sotto i ponti hai un’altissima probabilità di finirci anche qui? Ogni volta che penso all’Iowa, tra l’altro, mi viene in mente Kevin Costner, il baseball e un campo di pannocchie. Se lo costruisci, lui tornerà. Il problema è costruire oggigiorno, perché a tornare, tornano tutti prima o poi. Basta sedersi lì, sotto i ponti di Madison County e aspettare. E mentre aspetti convincerti di non aver mai avuto nulla di quello che hai voluto, senza invece renderti conto che hai voluto solo quello che non hai mai avuto. Ed ecco facilmente spiegato il famoso teorema di Madison County. Posti i due assiomi:
1) Tanto va la gatta la lardo che potrebbe incontrare Clint Eastwood
e
2) Non sai mai dove incontrerai Clint Eastwood e che intenzioni avrà nei tuoi confronti
Ci accingiamo a dimostrare che: l’amore vero è solo quello che non hai, che hai già avuto e poi perso, o che non hai avuto mai.
Per la dimostrazione ci possiamo avvalere di Meryl Streep, ancora sconvolta da un viaggio in Africa dove si era innamorata di uno shampista con la passione per la caccia e il volo acrobatico, e di Clint Eastwood, depresso per il pre-pensionamento e per aver dovuto riconsegnare distintivo e 44 Magnum. Ora, se oggi guardiamo alla pensione come a una speranza lontana, neanche fosse il paradiso, dobbiamo tener conto che nel 1995, per Clint Eastwood quello non era il paradiso, ma era l’Iowa, come da tempo gli andava ripetendo Kevin Costner, tra le pannocchie. Si sentiva pertanto autorizzato a comportarsi in maniera un po’ stramba, fotografando ponti e dando fastidio a donne che avevano fatto una precisa scelta di vita. Per quanto sia discutibile la scelta di lasciare Robert Redford in favore dell’Iowa, avrebbe potuto concedere il beneficio del dubbio ad una donna ormai coinvolta in un ménage coniugale di innegabile routine, ma che sapeva benissimo quel che stava facendo. Per la proprietà invariantiva, secondo cui la differenza fra due uomini non cambia se a entrambi si addiziona o si sottrae una stessa donna, Clint Eastwood sarebbe comunque rimasto uguale all’ispettore Callaghan, se fosse diventato il compagno di vita in Africa di Meryl Streep, ma diventando il loro un mènage coniugale, le sarebbe comunque venuta a  noia la vita con lui e lui morendo le avrebbe chiesto perdono per aver infranto i suoi sogni, vivendo con lei per sempre. Lei, donna di mondo, lo capisce dall’inizio e pensa: “Che mi importa? Ora mi godo questi quattro giorni di vero amore che non avrò mai più, così potrò poi passare la vita a difendermi dalla noia pensando ad un amore che non ho potuto avere.” Lui invece, che ancora non supera il lutto per la perdita della 44 Magnum, non capisce che il motivo per cui lei non scende dalla macchina è che vuole continuare ad amarlo per tutta la vita. Cosa può volere di più una donna, nella vita, dell’immagine ferma nel tempo di un uomo in silenzio, sotto la pioggia, che la guarda andare via, mentre lei deve fingere di non conoscerlo? Cosa può volere di più? Robert Redford, senza dubbio. E infatti viene dimostrato il teorema per cui: anche se hai a casa Robert Redford che ti aspetta per lavarti i capelli tutte le sere, arriverà il giorno in cui vorrai farti fare la permanente da Clint Eastwood, anche solo per un’ora, per poi non rivederlo mai più e sognare in silenzio di “come sarebbe stato se”. Dal canto suo per Clint Eastwood sarebbe stato molto più facile trovare un’altra moglie per poi avere voglia di tradirla solo con Scorpio, che infatti ha ucciso proprio per continuare ad amare per tutta la vita. Ad un attento osservatore infine non sarà sfuggito il fatto che, sia tu Clint Eastwood, Robert Redford o l’Ed Harris amico dei Mrs Dalloway, quando incontri Meryl Streep la tua morte è assicurata prima della sua. Così lei potrà rimpiangerti ancora più a lungo. Spero di non incontrare mai Meryl Streep. Ma Robert Redford a me, andrebbe benissimo anche per più di quattro giorni. Lo tradirei con mio marito per una notte soltanto, tanto all’idea di stare sotto i ponti ci stiamo abituando da tempo. Ma sai quella notte che capelli!

15

Giu
2013

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In Convinzioni

By bellatrix74

Prendi Tim Curry per esempio.

On 15, Giu 2013 | No Comments | In Convinzioni | By bellatrix74

boss tattoo A ventinove anni sei improvvisamente l’uomo più sexy del mondo, e , forse solo insieme ad altri due o tre, sarai per sempre nell’immaginario sessuale sia di uomini che donne, i quali almeno una volta nella vita, faranno fantasie su quel che  nascondi sotto la guepiere. Sì il teatro, sì il cinema, il successo, la voce. Ma quel che conta davvero è che funzioni come una calamita universale. Punto. Poi, qualche anno dopo,  ti truccano un po’ di più e diventi il protagonista degli incubi di tutti i bambini degli anni 80, cresciuti a pane e nutella. E il sex appeal viene meno. Talmente tanto meno che piano piano smetti di funzionare anche come spaventabambini. E naturalmente il giorno in cui a quarant’anni ti guardi allo specchio, ti dici che il meglio l’hai già avuto. Così diventi simpatico e tutti ti vogliono bene. Il riciclaggio funziona al tal punto, che decidi di non parlare mai più dei quei giorni da sex symbol.  In sintesi: se hai tutto subito trascorri la vita a dimenticarti di quel tutto.  Se invece la scritta “Boss” sul cuore trafitto, attendi di poterla portare a mo’ di trofeo, ti godi il panorama  nel frattempo, fantasticando di come sarà. Don’t dream it, be it. Ma prima di diventare il tuo sogno, sognatelo un po’. Ecco il perchè di quell’immagine baldanzosa e sprezzante che gelosamente custodisco, esattamente come Vida Boheme custodiva la sua Julie Newmar. Rido del mondo quando la guardo, perchè l’essenza neanche troppo celata negli anni resta, ma la sua esternazione sarà la gloria. Testa alta e spalle dritte, sgambetto su tacchi alti come fossero gambi di sedano e io leggera come una foglia di insalata grido al mondo una nuova consapevolezza. Perchè di coming out ce ne sono tanti, e nessuno ne detiene l’esclusiva. Il mio dice così: so cosa voglio e me lo prendo. Per anni ho morso il freno a testa bassa di fronte a derisioni, strapoteri e giudizi. Giudizi giudizi giudizi. E io lì, tremante e allo stesso tempo insoddisfatta, a chiedermi dove avessi sbagliato. Oggi, amico, o amica, mi permetto cordialmente di farle notare: “lei non sa chi sono io”. Non con arroganza, ma con semplicità. Con quella cosa che mi mancava per il tattoo con la scritta sul cuore: sicurezza. E’ bello che sia arrivata col tempo. Ora vediamo che succede.

23

Dic
2012

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In Convinzioni

By bellatrix74

I Maya guardarono nel futuro. E videro le buste di mais al supermercato.

On 23, Dic 2012 | No Comments | In Convinzioni | By bellatrix74

per-i-maya-il-mondo-non-sta-finendo-ma-lambie-L-YldCwF-175x130Nella persona del grande trascrittore di calendari si espressero: « E che ce dovemo fa’ co’ quelle? Il mais non tiene nemmeno se lo usi per le tortillas! Io ne ho visti di tacos che facevano casca’ tutto il guacamole sulla canotta. Figuriamoci che disastro se uno abita in centro storico e non ha il parcheggio sotto casa. Prevedo pioggia di uova sul selciato come fossero meteoriti di fuoco. Inversione dei polli in confezioni precarie, dove cosce si mettono al posto delle ali. Bottiglie di Coca-Cola esplose come vulcani in eruzione e fiumi scuri appiccicaticci ai bordi delle strade. Sarà un mondo senza plastica?Be’, di certo sarà l’età dell’oro, perchè potremo permetterci di comprare ogni volta, per evitare l’apocalisse della busta di mais, una bustona da due euro, di plastica, che però potremo riutilizzare, se non fosse per il fatto che certamente la dimenticheremo a casa. In sintesi, saremo dei completi idioti. Questo però fa supporre che utilizzeremo il nostro cervello per più alti scopi. Prevedo, prevedo, prevedo…che, con buona pace dei Jalisse, sostituiremo fiumi di parole sintetizzando ogni concetto in soli 140 caratteri. Ma non saranno sintesi esaustive, poichè per decifrare sigle e parole mozzate l’unica soluzione di comunicazione sarà la lettura nel pensiero a distanza. Anche perchè ci incontreremo pochino, giusto per andare a votare alle primarie. Ma poi, ste primarie, che saranno mai? Le faremo senza dubbio prima di qualcos’altro, ma siccome non si è ancora capito bene di cosa, forse semplicemente si resterà a girare su noi stessi, gira e gira come se il tempo si fosse fermato. Comunque vabbè, dai, questi qui del futuro non possiamo essere noi, saremmo troppo scemi. Saranno alieni, va. E’ l’unica spiegazione. Amici, per avere conferma delle mie previsioni chiederò consiglio a Kukulkan, dovrebbe stare da queste parti, ma mi sa che è uscito e forse ritorna alle 21 e 12, m’hanno detto. E’ sempre in ritardo da quando lavora come drag queen al nuovo locale dell’amico mio Briatore, il Nibiru. Mo’ si fa chiamare il Serpente Piumato, e quando sale sul cubo lui, in pista è l’Apocalisse. Vabbè, io scrivo queste cose sul calendario, ma poi basta, ‘che me so’ rotto. Speriamo almeno che gli idioti del futuro non capiscano male. Mi faccio una foto mentre porto sulla schiena la spesa facendo intendere che s’è rotta la busta, e la metto al centro del calendario a mo’ di didascalia, tanto per essere chiari. Ah, amici, andate a fa’ la spesa, prima che inventano le buste di mais, mi raccomando.»

16

Mar
2012

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In Convinzioni

By bellatrix74

Io sono pessima

On 16, Mar 2012 | No Comments | In Convinzioni | By bellatrix74

Davvero, se mi conoscessi mi eviterei. Lo so, ma non posso fare nulla per cambiare. Stasera m’è salita un grande invidia per quelle che sono amorose e piene di cuori tra i capelli. Che c’hanno un uomo e gli dicono che lo amano, e già che ci sono si godono la vita familiare. E poi ci sono i regali da fare, i compleanni da festeggiare, stare a pranzo la domenica e camminare vicini, eccetera. Senti, io non lo so perché, ma a me non mi funziona così il cuore. Ed è un guaio terribile. Mi pare sempre di perdere un sacco di tempo dietro a tutta questa storia di stare vicini e fare famiglia. O meglio, loro, le donne,  no, non perdono tempo mica, solo io, solo per me è una cosa inutile. E’ inutile perché sento che non mi fa felice. Sono sposata da tre anni e più, ma la “mammitudine” o la “moglitudine”, non m’assale. Faccio schifo, lo so. La vedo ancora come una corsa solitaria, anche se lo amo moltissimo, per quanto posso amare io, che forse non lo so fare. A me questa cosa dell’amore non m’è mai venuta così bene, o almeno mi viene bene solo nel modo che intendo io, ed è un modo troppo diverso da chi mi sta intorno. Lui lo sa e forse è un po’ come me, per questo andiamo d’accordo. O anche no, non ci andiamo d’accordo a volte, ma non ci lasciamo mai. Ci amiamo tanto io e lui e davvero siamo una famiglia. Ma io, che sono la donna, non riesco a fare la parte della chioccia affettuosa che trasecola ogni volta che pensa che lui esiste. Le faccio le cose per lui, così come lui le fa per me, ma mi secca molto farle quando sono scocciata. Così come a lui secca fare qualcosa se non ha voglia. Mi sono chiesta più volte in questi giorni se sono sempre stata così, o se invece semplicemente sono diventata pessima dopo anni di esperienza. Lo sono sempre stata. Anche con la gente intorno eh, con i parenti e persino gli amici a volte. Insomma, voglio bene a tutti, ma non ho  niente voglia di stare a cavillare sulla cosa lì del sentimento. Picci picci, miao miao. E questa è la risposta alla domanda che mi ha torturato per anni: perché tutte mi passano davanti? Perché io se non sono “l’altra” sono l’amica, o la vicina o peggio magari è la volta che sono la fidanzata e loro sono “l’altra”, quella che conta di più? Facile: perchè loro sono migliori di me in questo. Ma se l’ho sempre saputo e non ne ho mai sofferto, stasera, per un attimo, sono stata invidiosa. Non di quel che hanno, ma di quel che sono. E’ assurdo, è come essere un gatto e desiderare per un momento di essere un pollo. Vorrei essere fiera di me e piacere tanto alle mamme e alle zie, e invece sono solo una povera cretina piena di sè. Impopolare in effetti, sebbene convinta del contrario. Fa bene ogni tanto non amarsi affatto, e stasera  sono solo molto arrabbiata con me e con tutte le cose che non ho voluto volere. O con quelle che ho voluto magari, ma ho dimenticato, per sopravvivenza. E domani mi sveglierò e sarò sempre io. E anche stanotte mentre dormirò sarò io, solo io, nient’altro che questa me così povera e così vera. Porgo scuse non richieste, passo e chiudo.