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Caffè Nero in Tazza Grande

14

Lug
2013

No Comments

In Esperienze

By bellatrix74

Non è un paese per tacchi a spillo.

On 14, Lug 2013 | No Comments | In Esperienze | By bellatrix74

todd-burandt-photography-1-600x399_large Troppe strade in sampietrini. Mi preparavo, per uscire di casa stamattina, correndo come solito, e così ho messo su il primo paio di sandali pescati nel mucchio di vecchiume, che non riesco a rinverdire per colpa della crisi. Ho maledetto quel pescaggio sventurato ad ogni passo. Primo sampietrino centrato: tac! Secondo sampietrino centrato: tac! Terzo sampietri.. stunk: fessura e incastro. Il look “Sex and The City” da Fiano Romano a Velletri, non ce lo possiamo proprio permettere. Carrie, con gesto grazioso e sicuro, si sarebbe liberata delle scarpe, voltando poi la testa per sorridere ad un operaio, risalito da un tombino,  che l’aveva ammirata nello strip-tease del piede, e avrebbe continuato dritta per la sua strada, dimenando felice la  sua borsa riutilizzabile della Coop, per fare la spesa al Simply. Certo, al Simply. La borsa brandizzata riutilizzabile, per sfuggire alla busta di mais,  mi costa un occhio quasi ogni volta, perché la dimentico troppo spesso, quindi, quando me la ricordo, la uso dove mi pare. Quella del Simply alla Coop e quella della Coop al Simply e quando mi chiedono se voglio comprare la busta da tre euro io dico: “tie’, l’ho comprata altrove”. Non è un paese per buste di plastica monouso, infatti, questo l’abbiamo capito. Non è un paese per Carrie perché l’operaio nel tombino non ci lavora quasi più, visti i tagli alle opere pubbliche. Pare che i tombini li abbiano sigillati col silicone pur di non rischiare che qualcuno li apra con l’intento di mettersi a lavorare. Lavorare?? Pussa via! Se tu lavorare qualcuno dovere pagare! Via: tombino chiuso. Prima di andare al Simply mi sono detta che, giacché non è un paese per tacchi a spillo, almeno un reggicalze potevo permettermelo e sono entrata dal “sempre sia lodato” tutto-costa-poco-intimissimi. Ho scoperto che questo non è un paese per lingerie sexy. La puoi comprare solo su internet a prezzi stellari. Quel che la grande distribuzione, non cinese, offre è: 1) basic mutanda e basic top. Non lo chiamano nemmeno più reggiseno, poichè potrebbe indurre in tentazioni da perditempo. Che ti metti a pensare a tette e culi con tutti i guai che abbiamo? Mi sono risposta che sì, è un paese per tette e culi, ma solo per alcune tette e alcuni culi, non per quelli che entrano da Intimissimi. 2) pizzo finto per spose novelle rigorosamente in bianco. Non è più un paese per singles: la vita monoporzione è costosissima. 3) varie forme di pigiamoni con orsi. Giustamente il riscaldamento costa, meglio coprirsi bene. Anche in estate , così ci portiamo avanti col lavoro. Io ho giurato sulla testa dei Duran Duran che giammai indossero’ alcun orso su alcun pigiamone. Quindi non è paese per orsi, come le cronache dal Parco Nazionale D’Abruzzo ci mostrano ogni giorno nell’ultimo mese. Sarà invece sempre un paese per i Duran Duran. Ma questa è un altra storia. Tornavo quindi con le pive nel sacco della Coop verso casa, quando mi sono detta  «Chissà che fa Alessia al beershop». Da due, tre cose che mi ha detto ho capito che non è un paese per gestori di beershop. Ho però pensato che la frase  da lei pronunciata “neanche uno scontrino” potesse anche essere un vantaggio. Significa che, se la matematica è una certezza,  il 65% di pressione fiscale applicata su zero è.. zero! Eddaje. Errore. E il minimale INPS dove lo metti? Tremiladuecento. Concilia? Ma il 65% di zero è zero. Eh ma sono soldi tuoi. Ah ok, allora lasciameli. No no, poi un giorno forse te li rido’. Ma io non li ho. Trovali. Ma scusa: zero scontrini = zero meno il 65% di pressione fiscale su zero  = zero gadagno. Dove li trovo?  Allora chiudi. In sintesi non è un paese per matematici In compenso però Ale mi ha raccontato di due offerte molto molto vantaggiose che le sono passate sotto il naso nel corso della mattinata, peccato non averne potuto approfittare. La prima arrivava da Enrico, numero di telefono 34* *** ** 47, come recitava il biglietto da visita che le aveva consegnato, stringendole la mano. Un post-it rosso, stropicciato,  su cui aveva annotato a penna  non solo i suoi dati, ma anche la sua professione: massaggi on-the-go. Ciao vorrei proporti un massaggio. Ma no scusa, sono in negozio, sto lavorando. Dai, ti faccio un massaggio per il mal di testa, tanto chi vuoi che entri? Ma non ce l’ho il mal di testa. Ma magari ti viene. Ma scusa comprati tu una birra no? Eh no scusa, se non faccio i massaggi non ho i soldi per la birra. Vuoi un massaggio? No grazie. E allora niente birra. In due minuti La Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta di Keynes spiegato con un dialogo che avrebbe fatto invidia  Ionesco. Non è un paese per massaggiatori on-the-go. Ma quello che mi ha rattristato di più,  stamattina, è stato scoprire, nel secondo racconto della mia amica, che questo, ahinoi, non è un paese per poeti romani. Neanche per poeti fiorentini probabilmente, ma per poeti romani, in modo particolare. Ciao, sono un poeta romano e vorrei una birra in cambio di tre poesie. Le ho scritte qui, su questo foglio, che ti lascio e non ti decanto. Una è di Kerouac te lo confesso, ma le altre sono mie. Però vorrei un piccolo riscontro da parte tua. Una birra, se non soldi. Ora, chi legge e non conosce Alessia, non sa. Io che la conosco so che lei l’ha guardato senza sorprendersi affatto. Ha solo pensato “Aridaje. Eccone un altro”. Non perchè le manchi la poesia, tutt’altro, visto che poi, a differenza di quel che avrebbero fatto tanti altri, la birra gliel’ha data, pur mettendo in cassa i soldi lei stessa (il che fa -1 scontrino ma sempre tremiladuecento di INPS da versare). Lei semplicemente non si sorprende più di nulla. Guarda avanti Alessia, l’ha sempre fatto. Con gli occhi chiari, anche divertiti da tutte queste assurdità che sta vivendo, negli anni, questa nostra, sexy, passionale, avventuriera, poetica generazione. Io, che l’ammiro molto per questo suo aplomb, sono invece confusa e smarrita, e troppo spesso ultimamente mi guardo i piedi per non finire tra un sampietrino e l’altro, invece di camminare petto in fuori e testa alta dicendo a me stessa che, comunque, sarà un successo. O che alla fine, pur con le pive nel sacco della Coop, ci avrò guadagnato, in cambio di questo racconto, di essermi portata a casa i versi del poeta romano e di aver scoperto in lui un novello Morrison, il quale forse, per qualche strana magia del pensiero, è entrato al beershop stamattina, per lasciare un messaggio a chi leggesse qui. Maktub.

Tre secoli in tre giorni
Regnano ora nel cuore folle di un ragno
e nel pube di sette farfalle stellate.

Anonimo Poeta Romano

03

Lug
2013

No Comments

In Soluzioni

By bellatrix74

Utilizzi alternativi

On 03, Lug 2013 | No Comments | In Soluzioni | By bellatrix74

criscoPer mesi ho cercato il Crisco nei supermercati di Roma. Una ricerca iniziata con l’obiettivo di filmare il tutorial per la vera cherry pie, seguendo la ricetta di mia nonna. Finito il periodo delle ciliegie, mi ero convinta che anche una blueberry pie avrebbe sortito l’effetto “sogni di celluloide” passando con nonchalanche dall’ispirazione Lynchiana di Twin Peaks a quella Wongkarwaiana di My Blueberry Nights. Non mi aspettavo certo che Jude Law suonasse alla mia porta, ma un fallimento così davvero sarebbe stato insospettabile. Non solo il Crisco continuava ad essere irreperibile, ma un chilo di mirtilli costava pure come un chilo di plutonio. A Novembre ho pensato quindi che un’apple pie sarebbe stata ugualmente interessante, perfetta per i pomeriggi d’autunno. Non erano le mele il problema, ma ancora e sempre lui: lo shortening. Giorni e giorni in cui non potevo resistere alla tentazione di entrare in ogni supermercato che mi compariva davanti pur di vincere la scommessa con me stessa. Crisco, Crisco, Crisco. Un’ossessione. Poi, per Natale ho ricevuto un dono inatteso: un barattolo di Crisco consegnatomi a mano direttamente dall’America, ma, ormai fuori stagione per ogni possibile “pie”, non ho potuto fare altro che confezionarci dei biscotti allo zenzero che si sono pure bruciati. “No pie no party”, mi sono detta. E ora che ci faccio con questo barattolo di Crisco da tre chili che ha dovuto superare tre dogane e scrupolosi controlli antiterrorismo? Attenderò che tornino le ciliegie, ho pensato. E poi, la scorsa settimana,  la rivelazione.  Come un’epifania a ferragosto: il Crisco lo vendono nei sexy shop. Me l’ha detto un mio amico, che, con dovizia di particolari, mi ha spiegato quali sono gli utilizzi alternativi del tanto osannato shortening e mi ha anche inviato una foto (del Crisco sullo scaffale intendo, non del suo utilizzo alternativo!). E’ stato lì che ho capito almeno tre cose importanti:

1 – Non tutti cercano la stessa cosa per lo stesso motivo, quindi quella stessa cosa non sempre si trova nello stesso posto.  Per anni ho cercato l’amore in tutti i posti più vicini alla mia idea di amore. Condivisione, somiglianza e comunione d’intenti. E solo ora  ho capito che per l’uso che ne faccio io dell’amore, era evidente che l’avrei trovato  in quel posto del cuore più lontano possibile dal mio modo di essere. Eppure, sebbene fosse tanto evidente, io non ci avevo pensato mai. Quindi quando l’amore m’ha trovato, m’ha trovato solo per  un colpo di fortuna. Come se fossi entrata per caso in un sexy shop e avessi trovato lo shortening. Anche se poi nessuno entra mai per caso in un sexy shop.

2 – La ricerca di qualcosa dovrebbe sempre essere preceduta dalla valutazione dei diversi utilizzi di quella cosa. Potrei vivere senza cherry pie, forse anche senza amore,  ma senza radio, io non ci posso stare proprio. Ci ho provato. Ho fatto mille cose negli ultimi dieci anni, alcune anche con discreto successo. Posso inventare altri cinquanta format. Imparare nuovi linguaggi per applicazioni web sempre più originali e divertenti. Aprire altre due aziende. Condurre festival, eventi, sfilate, sogni nella mia testa. Parlare in pubblico, sillabare convinta nomi di prodotti da far comprare e scrivere racconti per bambini e per folletti. Servire ai tavoli, preparare cocktail e persino impastare donuts da friggere davanti ad una webcam accesa. Sono arrivata al punto del “tu mi dici quello che devo fare e io lo faccio“. Tutto questo senza neanche un giorno lontana da una radio qualunque, anche piccola, pulciosa, minuscola e per tre gatti.  Il problema è che, senza radio, a me manca l’aria. Così sono arrivata a dire “tu mi dici quello che devo fare e io lo faccio” anche lì, pur di farlo per lavoro, ed è andata a finire che  i conti manco ce li pago più. A questo punto mi chiedo: a che mi serve un barattolo con la scritta Crisco fuori, se poi dentro c’è il burro del discount? Il punto qui non è cercare altrove, ma sperimentare un nuovo utilizzo. Il primo utilizzo è stato imparare, il secondo lavorare. Avanti il terzo.

3 –  Se hai il Crisco non hai le ciliegie. Se hai le ciliegie vuoi i mirtilli. Quando capisci che i mirtilli costano troppo punti alle mele, ma finisci il Crisco. Entri al sexy shop per comprare i preservativi alla fragola  e trovi il Crisco. Entri al supermercato per comprare il Crisco e trovi i preservativi alla fragola in offerta. Non per tutti va così. A qualcuno dice culo. A me no, evidentemente. Ma a volte la vita ti sorprende: per esempio non credevo che avrei mai osato scrivere la parola culo in un post come questo.

20

Giu
2013

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In Esperienze

By bellatrix74

Cose che ho visto oggi al Mecs Village.

On 20, Giu 2013 | No Comments | In Esperienze | By bellatrix74

Mecs Village Mood Al Mecs Village il parcheggio non lo trovi mai. E’ inutile che facendo manovra, farfugli tra te e te,  cose del tipo ” è impossibile,  è giovedì , è Giugno e sono le tre”. Significa che non sai cosa è il Mecs Village. Non è mica una spiaggia di quelle che ci va la gente che vuole andare al mare. A volte il sabato e domenica ci trovi anche quelli, che infatti hanno parcheggiato a tre chilometri,  ma nel resto dei giorni è una cosa da residenti. C’è gente che risiede al Mecs Village, non chiedermi come sia possibile, è così. E non chiedermi neanche come siano possibili tutte le altre cose che vedi lì. E’ un posto magico, te l’ho detto. Oggi al Mecs Village la prima cosa che ho visto è Mustafà che mi diceva che il parcheggio per me c’era. Nel salutarmi ha aggiunto “Franco ha detto che s’è stancato e che ora devo lavorare io”. Io ho pensato che erano le solite beghe, non gli ho dato peso così mi sono concentrata sulla seconda cosa miracolosa che ho visto al Mecs Village. Ma questa non la capirai, perchè quando hanno piantato quelle piante grasse strane tra le dune, quelle di cui non ricordo il nome, qualcuno, forse Mario, me l’aveva detto che avrebbero primo o poi dato dei fiori alti alti, ma alti eh. Alti dieci metri mai l’avrei creduto. Forse ancora più alti di così. Dunque sono passati tutti questi anni, e solo quest’anno le piante-grasse-non-so-come-si-chiamano hanno deciso di dircelo all’improvviso. La terza cosa che ho visto al Mecs Village oggi è stata naturalmente Carlo. E ho pensato che somiglia sempre di più a Lebowski. Ma è incredibile quanto fino a qualche anno fa somigliasse a Walter, cioè John Goodman. Questo mi ha fatto pensare che per quanto le persone con gli anni ci appaiano diverse, continuano sempre a far parte dello stesso film e quel film è l’essenza  del Mecs Village. La quarta cosa che ho visto al Mecs oggi è stata Edo, che ora ha diciotto anni ed è alto quasi come il fiore de la-pianta-grasse-non-so-come-si-chiama. E’ inutile che dica che me lo ricordo quando era alto la metà sebbene in piedi su una sedia che cercava di rubarmi la consolle perchè voleva ascoltare le canzoni di Elvis e solo di Elvis. Comunque, quest’anno l’hanno promosso , ma hanno bocciato sua sorella e lui ci ha tenuto molto a precisare: “Eh sì ma mica puo’ essere che uno arriva e si fa bocciare così. Lei è una dilettante, non come me, con dieci materie insufficienti per tre anni di fila e un impegno consolidato anche nel non rispetto delle regole di condotta. E su, ci vuole professionismo per queste cose. Mo’ il primo che arriva vuole fare il ripetente.”. Non mi sono sentita di contrappuntare alcunchè a questo ragionamento che ho trovato molto maturo. in fondo per me è lo stesso. Mo’ il primo che arriva vuole andare a dire scemenze alla radio e fa finta di metter anche i dischi. Mica si fa così, ci vuole professionismo per essere giullari di corte, devi sceglierlo di stare con una scarpa e una ciavatta tutta la vita. Scendendo in spiaggia al Mecs ho intravisto Riccardo. Naturalmente.  Dieci anni fa aveva quarant’anni, era pieno di muscoli, atletico, abbronzatissimo e sembrava un ragazzino. Oggi è identico, ma non è un modo di dire. I-den-ti-co. Tra dieci anni sarà ancora così. Nessuno sa come fa, nè esattamente quanti anni abbia. Al Mecs Village poi, conti fino a tre e arrivano: uno, dieci, centomila venditori di collanine. Ma, attenzione,  al Mecs, chissà perchè, si sentono in diritto di sedersi sul tuo lettino e iniziare a raccontarti la  loro vita. Lo fanno tutti. Finchè a uno a caso non dici: “Dai su lasciami prendere il sole”. E lui ti risponde: “Amico, sole taaaanto grande, non ruba nessuno e tu ancora molto bianco. Hai tempo, tutto tempo che vuoi. Senti storia mia”. Al Mecs Village in fondo ci vai per ascoltare le storie. Come quella di Enrico che domenica scorsa ha dato via due lettini alla modica cifra di venti uova fresche. “E che dovevo fare? Quello i soldi tanto non ce li aveva”. Nessuno ce li ha più, in effetti. Nessuno tranne Franco evidentemente. Oggi infatti al Mecs Village ho visto Franco il parcheggiatore, che fa il parcheggiatore del Mecs da quando è nato, prendere il sole sul lettino. Gli ho chiesto che caspita stava facendo e lui m’ha risposto che basta, ha deciso che è ora di andare in pensione. Io ci ho provato a dirglielo che giacchè andava in pensione , dopo una vita al Mecs, avrebbe potuto godersi la pensione altrove. Ma lui giustamente ha ribattuto che è tutta la vita che vede la gente che si diverte al Mecs e che mo’ è il tempo suo di divertirsi lì. Non fa una piega. A quel punto è arrivato il venditore di ciambelle che urlava gran voce:” Non ce sta più nessuno che capisce che le ciambelle costano poco e durano tanto? So’ il rimedio alla crisi. Pe’ tutti tranne che pe’ Franco. A’ Franco ma chi t’ammazza a te?” e poi cambiando tono “Er tempo t’ammazza”. Quando mi sono alzata dal lettino, sono andata al bar e lì ho visto Enrico parlarmi della sua ennesima rivoluzione artistico-tecnologica. E’ un genio e io dico che stavolta ce la fa. Siamo stati interrotti da una signorina, russa credo, che avvicinandosi alla cassa ha così esordito: “Salve , vorrei dire, questa musica , magari bella eh, ma davvero, qui, oggi, così fa stare tanto male. E’ un po’ come… non so se capisci… una strozzatura alle palle. Ma forte eh. Come uno che ti strozza coglioni.” Enrico con il suo aplomb ha gentilmente fatto notare che si trattava di Vinicio Capossela, ma compiaciuto della pittoresca rimostranza, ha chiesto a Lebowski di cambiare disco. E Lebowski, che per gentilezza non ha fatto notare che sarebbe stato più giusto usare il verbo “strizzare”, ha messo i Police.  I Police vanno sempre bene al Mecs ma quell’idea di Enrico, tirata fuori qualche tempo fa, quella sì che faceva sognare… Cambiare nome al Mecs e chiamarla Ripples Beach. Dalla passerella fino alla spiaggia solo le note di Ripples e poi sempre e solo Ripples  che va a ripetizione per ore e per giorni. Pensa che palle. Ma che ridere.  Infine oggi al Mecs Village ho  visto i miei piedi mentre prendevo il sole sul lettino. E ho pensato che io il sole sul lettino forse non l’ho preso che due o tre volte, in qualche ora di pausa. Quindi mi sono voltata e ho visto il punto esatto in cui prima c’era la mia consolle. Ora non c’è nulla. E’ giusto così. Siamo tutti un po’ come Drugo, sempre in difesa di un tappeto volante, anche a costo di confrontarsi con i Nichilisti, che in quanto tali, non credono in niente. Io credo in molte cose invece, ma credo soprattutto che quelli come me al mare non ci devono andare altro che per mettere i dischi, altrimenti passano la giornata a cercare in testa la canzone giusta per ogni cosa che vedono , senza poi poterla mandar su. E finiscono per canticchiarla sottovoce senza accorgersene. Qualcuno li chiama matti io li chiamo “In pensione”. In sintesi, io e Franco in pensione non possiamo andarci proprio. E poi, mi chiedevo: ma Franco i contributi di quartant’anni, ma come se l’è versati? Mah.

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16

Giu
2013

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In Esperienze

By bellatrix74

E comunque, non c’è pena d’amore che tenga…

On 16, Giu 2013 | No Comments | In Esperienze | By bellatrix74

mr chuck 5… se soffri per amicizia, soffri di più. Anche fosse solo per la nostalgia di momenti perduti.  Ogni volta nelle conversazioni sbuca qualcuno che dice che non si possono fare confronti quantitativi a proposito della sofferenza. Ciascuno elabora i propri lutti con la dose di dolore più congeniale alla sua soglia di sopravvivenza. Sull’orlo del precipizio  ci siamo stati tutti, poi, quanto alto fosse è dettaglio trascurabile. Io ad esempio, che non soffro di vertigini, ho sfidato cime chilometriche in virtù di un incompiuto harakiri da manuale. Ma se penso a Marcolino, che invece teme l’altezza, mi meraviglio di come abbia potuto persino affacciarsi da quella collinetta scoscesa.  Per questo l’unico confronto realmente ipotizzabile è quello di tipo qualitativo. Azzardo una statistica e lancio l’inutile sondaggio: per amicizia si soffre di più. L’invito alla riflessione verrà declinato dai cuori trafitti del momento. Ma più in là, quando il nuovo amore prenderà il posto del vecchio, in un  meccanismo banale ma di “baglionesca” tradizione, anche il cuore più ferito del mondo mostrerà nitidi sulla superficie solo i nomi marchiati a fuoco di amici di tempi andati. Poi chissà perché si smette di vedersi a un certo punto. Io ho sempre creduto questo: a volte le cose finiscono e basta. Nessuna colpa nè rimedio d’emergenza: ci si trova insieme nella gioia e nella sventura, qualcosa  unisce, una nuova energia guida sorrisi, chiacchiere pensieri e confidenze e, prima che tutto possa nuovamente andare avanti come era prima, ciascuno per sè, il momento si cristallizza e resta immobile nel tempo, in ricordi taglienti come pezzi di vetro. Pezzi di Vetro, come la canzone di De Gregori che fa: E la fine del discorso la conosci già, era acqua corrente un pò di tempo fà che ora si è fermata qua. Io ad Ale ci penso sempre. Non  le voglio mica male, anzi amo quel nostro tempo insieme  è prezioso come poche altre cose che custodisco. Penso sempre ai giorni in spiaggia con Vale, e guardo la foto in cui siamo con gli altri ragazzi dicendomi che mai avrò un amore così grande come quell’amore di risate. Ne piango anche a volte. Io che degli amori passati non mi curo più, mi curo invece di quei giorni d’amicizia folle, perchè solo a un amico puoi dirlo quel che nemmeno a te stesso dici. In queste due settimane in cui non sono andata in radio mi sono preoccupata molto poco del fatto che ancora una volta avessi perso un lavoro. Pazienza, ce ne saranno altri. Ma la mancanza delle cazzate con Fede, Pippo e Daria è come quelle caramelle che non mi sono piaciute mai: un buco con la menta intorno. Faccio fatica a trovare la menta intorno. Glisserò invece sulla questione del buco, perchè sono una signora. Però ecco, ho un vuoto improvviso nel cuore che mi fa pensare che un’altra cosa è finita, o sta per finire. Poi tra qualche anno mi ricorderò di loro sorridendo e ci incontreremo in pizzeria a ricordarci di questi guai condivisi. Non è triste in realtà. Ora, solo ora, penso che la vera cosa triste è che qualche sventurato, questo buco nel cuore non ce l’avrà mai. Figuriamoci la menta intorno.

15

Giu
2013

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In Convinzioni

By bellatrix74

Prendi Tim Curry per esempio.

On 15, Giu 2013 | No Comments | In Convinzioni | By bellatrix74

boss tattoo A ventinove anni sei improvvisamente l’uomo più sexy del mondo, e , forse solo insieme ad altri due o tre, sarai per sempre nell’immaginario sessuale sia di uomini che donne, i quali almeno una volta nella vita, faranno fantasie su quel che  nascondi sotto la guepiere. Sì il teatro, sì il cinema, il successo, la voce. Ma quel che conta davvero è che funzioni come una calamita universale. Punto. Poi, qualche anno dopo,  ti truccano un po’ di più e diventi il protagonista degli incubi di tutti i bambini degli anni 80, cresciuti a pane e nutella. E il sex appeal viene meno. Talmente tanto meno che piano piano smetti di funzionare anche come spaventabambini. E naturalmente il giorno in cui a quarant’anni ti guardi allo specchio, ti dici che il meglio l’hai già avuto. Così diventi simpatico e tutti ti vogliono bene. Il riciclaggio funziona al tal punto, che decidi di non parlare mai più dei quei giorni da sex symbol.  In sintesi: se hai tutto subito trascorri la vita a dimenticarti di quel tutto.  Se invece la scritta “Boss” sul cuore trafitto, attendi di poterla portare a mo’ di trofeo, ti godi il panorama  nel frattempo, fantasticando di come sarà. Don’t dream it, be it. Ma prima di diventare il tuo sogno, sognatelo un po’. Ecco il perchè di quell’immagine baldanzosa e sprezzante che gelosamente custodisco, esattamente come Vida Boheme custodiva la sua Julie Newmar. Rido del mondo quando la guardo, perchè l’essenza neanche troppo celata negli anni resta, ma la sua esternazione sarà la gloria. Testa alta e spalle dritte, sgambetto su tacchi alti come fossero gambi di sedano e io leggera come una foglia di insalata grido al mondo una nuova consapevolezza. Perchè di coming out ce ne sono tanti, e nessuno ne detiene l’esclusiva. Il mio dice così: so cosa voglio e me lo prendo. Per anni ho morso il freno a testa bassa di fronte a derisioni, strapoteri e giudizi. Giudizi giudizi giudizi. E io lì, tremante e allo stesso tempo insoddisfatta, a chiedermi dove avessi sbagliato. Oggi, amico, o amica, mi permetto cordialmente di farle notare: “lei non sa chi sono io”. Non con arroganza, ma con semplicità. Con quella cosa che mi mancava per il tattoo con la scritta sul cuore: sicurezza. E’ bello che sia arrivata col tempo. Ora vediamo che succede.

24

Mag
2013

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In Esperienze

By bellatrix74

Quel che c’è nel mezzo.

On 24, Mag 2013 | No Comments | In Esperienze | By bellatrix74

Quello solo conta. E’ un’idea che vado accarezzando da settimane e, onestamente, forse il più delle volte è una reazione dettata dall’istinto di conservazione. Ma poi, in serate come questa, tutto mi appare semplice, lucido e liscio, come fosse su uno di quegli schermi ad alta definizione. Così,  io lì davanti sto a guardare la mia vita e a dirmi che solo un’idiota non si accorgerebbe di quanto ci sia di fondamentale in “quel che c’è nel mezzo”.  Nessun pixel bruciato, nè cali di tensione: vaglielo a spiegare, ai maniaci del lieto fine, che c’è lieto fine in “quel che succede nel frattempo”, e non alla fine del film. Dieci anni fa, pochi a dire il vero, quando iniziai a trasmettere in una radio, la prima di almeno sei successive, ero già a metà percorso. Se nasci animatore turistico, poi nella vita, non fai davvero mai altro. Anche se ci provi. Qualcuno si dice attore, altri deejay. Chi presentatore, chi cantante, qualcuno persino giornalista. Insomma, cambia solo l’appellativo. La definizione è quella: sei un giullare di corte, nato così e così resti. Punto. Passi gli anni, i mesi e le stagioni  dopo il villaggio a inseguire il sogno da avvocato o professore. Tutto inutile. I più onesti si ritrovano a quarant’anni ad ammettere che “tanto, sarà così per sempre”. Ci sarà sempre un locale nuovo in cui tentare. Una radio a cui inviare una demo. Un provino, che sarà sempre quello della svolta. L’ennesima produzione discografica che sarà una “one hit wonder”. E le bollette sempre pagate a stento. Con quelle trattenute Enpals che detesti, perchè i verbi al futuro non li saprai coniugare mai. Mentre solo l’indicativo presente del verbo “fare” conta: io faccio. Ce ne sono di leggende a proposito di chi è stato beccato on air, mentre trasmetteva gratis in locale, da Suraci o da Montefusco e poi gli è cambiata la vita. Sono come gli alligatori nelle fogne di New York: leggende, appunto. Poi li incontri, li tocchi, loro ti dicono che erano in etere da due giorni  e ti dici che la fortuna potrebbe girare anche per te. Non succede mai. Passano gli anni. Il deejay anni novanta non prende più  due milioni a serata perchè al quindicenne che non ha l’ernia per i dischi portati a spalla,  bastano cinquanta euro. E’ un mondo di addetti ai lavori che da vent’anni fa sto lavoro, senza essere riuscito a farlo mai davvero.  Qualche settimana fa stavo lì, con LEI nello studio dai divanetti fucsia. In quel momento mi sono detta  che avrei dato un braccio perchè mi prendesse. Basta tasse a rate. Basta affitto rimediato. Basta quattro lavori. Gloria, vendetta, dignità, nome in alto sul palinsesto di una Signora Radio, una con i numeri. Vuoi mettere? Ho vinto! Ho vinto! Ho vinto! Ti faccio la “C” come la vuoi tu. Meno soffiato e più diaframma. Prendimi e sarò tua per trenta ore a settimana a star sulle image ramp come ballerina sulle punte. Ma non è successo. Quindi sono andata ad ubriacarmi con Daria e Pippo. E ho avuto un pezzetto di quel che c’è nel mezzo. Nel mezzo c’è quel che conta. Gli aperitivi con i colleghi. Le telefonate tra amici per scambiarsi informazioni sui provini e ridere di tutt’altro durante le chiamate. Emi, che fa parte della schiera degli attori che hanno tentato l’Fm, che prende info sui nuovi casting per una fiction  in web.  I pomeriggi con Fede a parlare di cucina e altri cazzi (che sono argomenti che non potrei spiegare meglio di come ho detto già). Le playlist e gli scambi di dischi con gli amici di Pesaro. E le battute tra ragazze della radio che : “se solo l’avessimo avuto un programma insieme , allora sì. Ma guarda sto figo a The Voice, non è una prova dell’esistenza di Dio?”. Claudio che fa i liners per me e Daria e noi che pigliamo solo i fuori onda, perchè fanno ridere di più. E poi lui che imita quell’editore lì che solo noi, cioè tutti noi di Roma , sappiamo chi è. Chi la radio la fa Rock perchè c’ha culo, e chi è rock dentro ma fa i lanci su Lady Gaga come fosse Cecchetto a Discoring.  E Lorenzo che ancor oggi mi dice su facebook che sono una hipster di merda  e lui poi pubblica i Fugazi. E poi giù a ridere di quel consulente di radio che sa tutto, e ha convinto editori da Udine a Milano a Palermo,  e tutti sanno che invece non ci ha capito una cippa. E la sera in cui vai a cena, ognuno imita l’altro e allora il Grilli fa il “collegamento da Ostia Antica”. Tutti in radio diverse. Che se solo mai un editore un giorno ci pensasse: “mo’ li piglio tutti insieme, ‘sti sfigati e faccio un’unica radio”, s’arricchirebbe solo con gli ascolti degli addetti ai lavori. Con i fonici che si chiamano tutti o Filippo, o Luca o  Lorenzo. E sono dark, amano i Joy Division, ma suonano la musica techno o house e nessuno li capisce. Sono fantastici, i fonici delle radio: tirano giù bestemmie montando mixati con Guetta e Sinclair perchè quelli, a loro,  dovrebbero lucidare le scarpe. E poi ci sono i giorni da deejay sulla spiaggia a incastrar canzoni tra le richieste e le storie. Gli amici, quelli di fuori che si chiedono dove sei finito e  quando ti incontrano ti chiedono una compilation. Anche ora che esiste spotify, anche oggi: la cazzo di compilation. I giorni nei vari archivi di varie radio a digitare titoli di canzoni. E quelli in cui nevica e in qualche modo ci devi comunque arrivare in radio. I giorni a farsi venire un’idea. I giorni in cui per una distrazione capiti nel capannello di gente sbagliata e ti sorbisci due ore di disquisizione su: bitrate, attrezzature, segnali, frequenze e gabbiotti a Monte Cavo da andare a sabotare una volta per tutte. Noi, tutti noi, sempre qui. Mai arricchiti nel conto in banca, ma ricchi molto più di chiunque altro lo sarà mai. Ecco, questo è quel che c’è nel mezzo dei giorni in cui non vinci. Ma ce ne fossero giorni, abbastanza da farne altri venti, di anni così.

24

Apr
2013

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In Esperienze

By bellatrix74

In disorganica ricerca della bellezza.

On 24, Apr 2013 | No Comments | In Esperienze | By bellatrix74

Senza un filo logico, come in effetti è giusto che sia, ma allo stesso tempo senza soluzione di continuità tra le azioni. Camminare e sorridere, poi comprare dei fiori e quindi sedersi e accarezzare la superficie liscia di una panchina verniciata da pochi giorni. Mangiare, guidare, parlare con i medici, comprendere e poi citare lo sponsor in diretta prima di annunciare il nuovo singolo dei Daft Punk. Incontrare un amico, pensare alla bolletta da pagare, poi chiedersi dove si va quando si muore. Rifare il letto all’ora sbagliata e accendere la luce. Poi spegnerla passando ad un’altra stanza. Masticare compresse di Vitamina C effervescente per sentire male su palato, entrare al market per comprare la cena, puntare la sveglia ad un’ora qualunque di un giorno qualunque. E solo nel mezzo di azioni singole e incoerenti accorgersi di tale ricerca. Come fosse un unico lunghissimo sonno, senza sogni, solo un dolore strano. E all’improvviso la bellezza. Un sasso bianco scalciato via per caso. I limoni maturi nel giardino che mai più ho visitato davvero. E salire le scale piano, sapendo che sotto il rivestimento in noce ci sono i disegni che facemmo da bambini, sul bianco tra uno scalino e l’altro. Lui deve aver pianto quando li ha ricoperti col legno. Che ironia. Mai tempo per cercarla, e lei mi trova proprio quando non posso sorriderle. Così con quell’azzurro polvere, scoperto, o forse inventato, tra nuvole nere, è iniziata un’incessante ma disorganica ricerca. Era ieri, o forse due giorni fa, non so. Tutte le cose difficili di prima sono ad un tratto facili.  Tutte insieme, nello stesso istante, senza scorrere, sovrapposte e incastrate. Birilli per aria, li afferro al volo e faccio la giravolta, senza scompormi. E’ il sonno, questo lungo sonno da cui non riesco a svegliarmi, la cosa difficile. Pare la vita di un’altra. E la guardo da fuori masticando ancora quelle compresse di Vitamina C perchè m’hanno detto che mi fa bene, ne ho bisogno. O lei, quella della vita che guardo ne ha bisogno. Lei scioglie guai come nastrini da corsetto e cammina veloce senza perdere l’equilibrio tra l’ospedale dove sta lui e il resto della vita. Io solo cerco bellezza disorganizzata tra minuti discontinui. Le quattro e mezza. E poi, un istante dopo stranamente le cinque. O le sei. E ricordarmi senza motivo di quella frase che convinse Tolkien per suono e non per significato: Cellar Door. Pensare alla vita allo stesso modo: solo la bellezza, senza significato. Cellar Door.

09

Gen
2013

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In Esperienze

By bellatrix74

E poi, a un certo punto, un cuore muore.

On 09, Gen 2013 | No Comments | In Esperienze | By bellatrix74

broken_heart_emo-1500 Capita. Un cuore che muore è morto. Basta. Finito. Va in un posto dove stanno tutti i cuori morti e da lì spara sentenze su quello che ha preso il suo posto, spettegolando con i compagni ex-cuori, morti anche loro. «Hai visto? Hai visto cosa ha fatto? E lei..guardala là, non ci si crede! Ferma , impassibile, come se lui fosse stato messo lì proprio per non farle sentire più niente. E il bello è che lei si vanta pure, di averci il cuore nuovo, tutto bello pulito e comodo comodo»
Quando a qualcuno muore il cuore succede in un istante. Dopo quell’istante ha, nel petto , due o tre giorni di vuoto e poi, finalmente, gli nasce un cuore nuovo. Il modello Cuore Personal 2.0, confrontato all’originale in dotazione alla nascita, è molto più efficiente. Non si dispera, è un buon consigliere, valuta con attenzione, raramente sobbalza e soprattutto è studiato per la costruzione di relazioni interpersonali sane, futuribili e stabili. Sistema frenante ripartito per una maggior sicurezza e doppio airbag. Insomma, il nuovo cuore funziona che è una meraviglia. Il giorno in cui il mio cuore è morto non ho sentito dolore. Era inevitabile che succedesse, anzi, logoro e ormai malfunzionante aveva resistito anche troppo. Quella sera me ne stavo a bere nel locale di un amico, mentre la band cantava canzoni di Ivano Fossati e ridevo con lui tra una canzone e l’altra pensando che qualcuno , i ragazzi della band, doveva averli avvertiti se stavano suonando in quel modo. Il mio amico, che sarà sempre il migliore amico che ho, m’ha solo chiesto «Come va?» E io gli ho solo detto «Credo bene, perchè non fa affatto male.». Lui ha detto «Bene.» E io ho detto «Già». Poi siamo andati a fare colazione coi cornetti caldi come se niente fosse. Non so con esattezza quando poi il modello Personal 2.0 si sia autoattivato, ma fino ad ora non ha sbagliato un colpo. L’unica noia è data dai commenti fastidiosi di quelli che avevano conosciuto il vecchio cuore e compiangono lo scomparso, per egoismo. Io sto una meraviglia, dico. Lo dico perchè fa parte del protocollo, che va seguito alla lettera dal momento dell’autogenesi del 2.0. Insomma, mi trovo bene, ce l’ho ormai da sette anni e pare che sia ancora in garanzia. Non sono una persona diversa, sono sempre io, solo molto meglio. Qualche volta ci ripenso a quelle cose lì. Al duemilatre, o al duemilaquattro o al duemilacinque e mi dico che un po’ se oggi, a dieci anni di distanza sono contenta di me è merito di quel vecchio scemo, che un giorno si svegliò e cambiò tutto. Ma poi muovo veloce la testa a dire no, e mi scrollo l’idea di dosso. Oggi è già il duemilatredici, pensa. Non so… sarà ‘sto tre. Ma ho uno strano presentimento. Buon anno a tutti.

23

Dic
2012

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In Convinzioni

By bellatrix74

I Maya guardarono nel futuro. E videro le buste di mais al supermercato.

On 23, Dic 2012 | No Comments | In Convinzioni | By bellatrix74

per-i-maya-il-mondo-non-sta-finendo-ma-lambie-L-YldCwF-175x130Nella persona del grande trascrittore di calendari si espressero: « E che ce dovemo fa’ co’ quelle? Il mais non tiene nemmeno se lo usi per le tortillas! Io ne ho visti di tacos che facevano casca’ tutto il guacamole sulla canotta. Figuriamoci che disastro se uno abita in centro storico e non ha il parcheggio sotto casa. Prevedo pioggia di uova sul selciato come fossero meteoriti di fuoco. Inversione dei polli in confezioni precarie, dove cosce si mettono al posto delle ali. Bottiglie di Coca-Cola esplose come vulcani in eruzione e fiumi scuri appiccicaticci ai bordi delle strade. Sarà un mondo senza plastica?Be’, di certo sarà l’età dell’oro, perchè potremo permetterci di comprare ogni volta, per evitare l’apocalisse della busta di mais, una bustona da due euro, di plastica, che però potremo riutilizzare, se non fosse per il fatto che certamente la dimenticheremo a casa. In sintesi, saremo dei completi idioti. Questo però fa supporre che utilizzeremo il nostro cervello per più alti scopi. Prevedo, prevedo, prevedo…che, con buona pace dei Jalisse, sostituiremo fiumi di parole sintetizzando ogni concetto in soli 140 caratteri. Ma non saranno sintesi esaustive, poichè per decifrare sigle e parole mozzate l’unica soluzione di comunicazione sarà la lettura nel pensiero a distanza. Anche perchè ci incontreremo pochino, giusto per andare a votare alle primarie. Ma poi, ste primarie, che saranno mai? Le faremo senza dubbio prima di qualcos’altro, ma siccome non si è ancora capito bene di cosa, forse semplicemente si resterà a girare su noi stessi, gira e gira come se il tempo si fosse fermato. Comunque vabbè, dai, questi qui del futuro non possiamo essere noi, saremmo troppo scemi. Saranno alieni, va. E’ l’unica spiegazione. Amici, per avere conferma delle mie previsioni chiederò consiglio a Kukulkan, dovrebbe stare da queste parti, ma mi sa che è uscito e forse ritorna alle 21 e 12, m’hanno detto. E’ sempre in ritardo da quando lavora come drag queen al nuovo locale dell’amico mio Briatore, il Nibiru. Mo’ si fa chiamare il Serpente Piumato, e quando sale sul cubo lui, in pista è l’Apocalisse. Vabbè, io scrivo queste cose sul calendario, ma poi basta, ‘che me so’ rotto. Speriamo almeno che gli idioti del futuro non capiscano male. Mi faccio una foto mentre porto sulla schiena la spesa facendo intendere che s’è rotta la busta, e la metto al centro del calendario a mo’ di didascalia, tanto per essere chiari. Ah, amici, andate a fa’ la spesa, prima che inventano le buste di mais, mi raccomando.»

02

Dic
2012

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In Soluzioni

By bellatrix74

No! I Pan diStelle a forma di albero di Natale non li posso accettare.

On 02, Dic 2012 | No Comments | In Soluzioni | By bellatrix74

PAN-DI-STELLE-BISCOTTI-NATALIZINo, no e no. A tradimento, poi! Dovrebbero scriverlo grosso così: Attenzione! Hanno una forma diversa dal solito, li vuoi lo stesso? E invece niente, te li mascherano con la storia del disegno sulla busta. Ma chi ci fa caso al disegno sulla busta? E’ come se cambiassero le facce sugli euro. Uno non se ne accorgerebbe finchè non glieli rifiutano alla cassa. “Signora, ma non ha notato che su questa banconota da cinquanta euro c’è l’effige del capitano Kirk?”. Eh no che non l’ho notato, mi passano di mano talmente veloci i cinquanta euro che fatico persino a credere di averli mai avuti. Figuriamoci se sto lì a considerare se in foto Caravaggio è venuto bene o male. Caravaggio? “Ma guardi signora che lei mi sta prendendo un granchio! Sulle banconote dell’euro le facce non ci stanno mica, ci sono raffigurazioni architettoniche”. Non ci sooono? E me lo dice così? Cioè per tutti questi anni io ho inconsciamente dovuto elaborare il lutto per una grave perdita iconografica e non me ne sono mai accorta? E’ come se sui Pan di Stelle non ci fossero più le stelle! E poi perchè non ci sono le facce? Non riuscivano a mettersi d’accordo? Ma, dico io: non ci si poteva organizzare come si fa in queste casi? Certo, sono passati molti anni, ma oggi la soluzione sarebbe stata trovata in un baleno, poichè di moda e largamente condivisa: le primarie. Tutti a votare per decidere le facce sui cinquanta euro. Mi pare democratico. Te li immagini i personaggi storici che fanno la campagna per le primarie su Facebook? “Eppur si muove!, quindi scegliete Galileo per ricordare che nulla è fisso, neanche il tasso”. O anche “Qui o si fa l’Italia o si muore, signora mia,  scelga Garibaldi e le prometto più Italia per tutti.” Altrimenti l’opzione artistica che piace tanto perchè un po’ radical chic: “Scelga Paolo Uccello, signora mia, per ricordare quanto queste cinquanta euro non le dureranno un…”. Qualcuno avrebbe avallato l’opzione rock’n’roll proponendo l’effige di Jim Morrison e abbinando naturalmente un qualunque aforisma inventato che parlasse di fuoco, rettili, vita e lacrime. Io avrei votato per Mazzini, e la diffusione su larga scala della vera ricetta della carbonara. Ecco la frase di campagna elettorale “E’ ora che tutti sappiano che ci va il guanciale e non la pancetta!”.
Sfumata l’ipotesi “primarie per il nuovo volto dell’euro”, eravamo comunque in tempo per le  primarie per “la nuova forma del Pan di Stelle”. Avrei speso ben volentieri due euro per decidere tra forma a “slitta di Babbo Natale” e “forma a pupazzo di neve”. Ma albero di Natale no, giammai! Banale, borghese, inadeguato ad esprimere i malumori del popolo. Tutta questa voglia di cambiare, di rottamare, deve essere il nuovo male del secolo. A me i cambiamenti non dispiacciono, ma sono in una fase nella vita in cui mi accorgo piuttosto facilmente di quando un cambiamento a tutti i costi è solo una fuga, un diversivo. Sarà che troppo spesso nella mia vita mi sono raccontata la favola del bisogno di cambiamento pur di non assumermi le mie responsabilità. Tanto se oggi cambi solo per fuggire, domani ti accorgi che la fuga era solo un percorso circolare. A proposito di circolare, ma cosa aveva la forma a palla che non andava bene più? E poi via, anche questa busta marrone! Rivoglio la mia busta gialla col mulino, e già che ci siamo anche un prezzo decente , perchè se a mia madre quindici anni fa avessero detto che i Pan di Stelle sarebbero costati seimila lire, le stelle gliele avrebbe fatte vedere lei all’alimentarista di fiducia. In tutto questo è quasi Natale dunque.
Che palle, cioè… che alberi!

13

Ott
2012

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In Esperienze

By bellatrix74

Cazzo i Pooh! C’è un errore!

On 13, Ott 2012 | No Comments | In Esperienze | By bellatrix74

«Filippooo!!!! Qua ci stanno i Pooh in scaletta. Ma soprattutto ci sta quella canzone lì.. Oddio come fa: ” e se  fossi una donna che torna è qui che tornerei.” Capito? Nello spazio dedicato alle nuovissime novità, di una radio che suona solo le novità. C’è un errore!»
Nessun errore. Sono tornati, anzi non se ne sono mai andati. Ma non è questo che mi fa riflettere stasera. In fondo il povero Dodi non è altro che uno che fa il lavoro suo. Magari non è ancora in pari con i contributi Enpals, che ne sai? Che ne sapete voi che non avete idea di  quanto pesa un numero di matricola Enpals nel bilancio familiare di chi fa i conti pure con l’Inps? E sottolineo PURE. Quello che invece mi inquieta è il punto di vista dell’altra me, che vive in Inghilterra, a Londra, e paga l’Inps alla Regina. Dicono che ci sono almeno cinque copie di ciascuno di noi sparse nel mondo. Bene, la mia copia inglese, in questo momento riderebbe di me se sapesse che ascolto ancora i Genesis? Certo c’è da sottolineare che a Peter Gabriel non gli sfiora neanche la mente l’idea di poter riproporre The Musical Box con Michael Bublè, ma sì, diamine, lo confesso: ascolto Selling England e ancora oggi ne godo compiaciuta. La mia altra inglese direbbe forse che c’è un errore nella scaletta in onda, se le comparisse all’improvviso..bho… I Know What i Like? Comunque, ho finto serenità e ho annunciato (rigorosamente in image ramp) i Pooh con Mario Biondi, nella loro nuova canzone, “Ci penserò domani”. Poi mi sono detta: “Mah, ci penserò domani”. Alla fine del mondo, intendo. All’incontrovertibile sorte dell’universo, intendo. E invece no, perchè stasera, dopo essermi sorbita il figlio di Piero Angela (almeno lui ha passato il testimone, anche se l’Enpals resta comunque in famiglia) che parla di Pere-Lachaise, stando attento a non nominare Jim Morrison (per carità), cambio sul primo e dopo lo spot che pubblicizza Sky (sulla Rai? E’ come se la Littizzetto nello spot della Coop dicesse: andate a comprare alla Standa!, vabbè…) c’è la Clerici con i Pooh. Oddio, è una congiura. Almeno cantassero “Notte a Sorpresa”, che mi ricorda tanto dei sabato sera migliori della mia vita, a dieci anni a guardare Fantastico. Invece no. Il dado è tratto: è tempo che decida cosa ne sarà di me. Tutti i segnali sono rivolti a far sì che io esca da questo torpore e decida di espatriare. Ma dove vado? Certo non in America. Persino Prince ha fatto un disco banale e bruttino. Forse è per questo che non lo può ascoltare nessuno e lo passano solo tre radio e neanche si potrà comprare senza inviare fotocopia autenticata del documento. Ma non è questo il punto. Oggi pensavo a Maria Antonietta, che gli hanno tagliato la testa per quella scemenza lì delle brioche al posto del pane, e confrontata alla Minetti che dice che non bisogna essere preparati per fare politica, mi è sembrata una leggerezza da adolescente più che perdonabile. Ora, a mio avviso, la soluzione “Nibiru” è la migliore. Suppongo tuttavia che sia un’invenzione, un sogno, una fiaba insomma tipo quelle che si raccontano ai bambini per far credere che alla fine è il bene che vince e il male che perde. E’ il bene che widget piuttosto. Detengo il copyright di questa minchiata che esprime perfettamente l’esigenza nel 2012 di rendere tutto accessibile con un solo dito, e non è necessario che sia il medio (anche se resta comunque sempre il dito che si fa comprendere di più). Dove ero rimasta? A già, a Nibiru. Arriverà e spazzerà via tutto. Tranne i Pooh. Ma per fortuna non ci sarà più la radio, così almeno non saranno più in nessuna scaletta. Se come dicono i Maya però inizieremo a comunicare con il pensiero, temo fortemente di essere intercettata dalle sinapsi di Facchinetti. Tutto, ma “Dio delle Ciuttaaaaà”, no. Per favore. Dio fulminami prima. Vado a letto che domani ho il turno presto in radio.Sempre che Nibiru non sia in anticipo. Ma spero di no, vorrei indossare il vestito da fiore di Gabriel per quel giorno. A Flower? Notte. Ah! Dimenticavo: ma perchè i tecnici nelle radio si chiamano tutti Filippo? Bho, sarà un segno.

19

Ago
2012

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In Esperienze

By bellatrix74

Ho uno smartphone, ma non il basilico.

On 19, Ago 2012 | No Comments | In Esperienze | By bellatrix74

Ed è solo l’inizio. Arriveranno giorni bui, in cui mi serviranno le cose più semplici, più banali, quelle davvero importanti, come ad esempio le mollette per stendere i panni o le chiavi di casa, e io non le avrò. Però avrò uno smartphone. Immagino che non sia un’ipotesi troppo remota la realizzazione dell’app “chiavi di casa”, spero solo che la inventino presto, perchè so che tra poco sarò schiava di questo aggeggio come è successo a tutti quelli che hanno ceduto prima di me. E loro, gli imperterriti dell’analogico, ripeteranno ancora per poco la cantilena “a me non serve altro che un telefono”. Lo dici a me? Io neanche lo uso il telefono. Mi da fastidio quando squilla e così lo tengo quasi sempre spento. Ma ora ho uno smartphone, vuoi mettere? Vuoi la ricetta della pasta fredda con sgombro, pomodorini e cremina al basilico? Facile, ho uno smartphone. La cerco e ce l’ho. Anche con le figure. E se invece la invento, allora la condivido con il mondo grazie al mio social network mobile. Anche con le figure. Facile: ho uno smartphone! Lo so fare, lo faccio. Ma la questione esistenziale del basilico resta. Perchè tutta la neve dello scorso inverno ha ucciso le povere piccole piantine, nell’orto di casa mia. Ed è una cosa brutta, perchè senza basilico, la pasta estiva più buona di sempre non si può proprio fare. Ecco perchè, per la prima volta in vita mia, sono qui, al supermercato, con uno smartphone, davanti al banco frigo in cui vendono il basilico perfettamente adagiato su vaschette in plastica analogica. Tre foglie di basilico analagico ben un euro. So’ pazzi. Il mio smartphone digitale ne costa , preso in superofferta, solo sessantanove. Con un po’ di matematica analogica arrivo subito al punto: tre foglie di basilico a un euro per sessantanove, mi dice quante foglie di basilico comprano il mio smartphone. Ecco qua: il mio smartphone vale duecentosette foglie di basilico. Quindi non mi serve ‘sto basilico striminzito qua. Il ragionamento fila e perciò non lo compro. Meccanismo mortale. Che ci vai a fare al cinema se sullo smartphone ti scarichi l’app che ti porta George Clooney direttamente sul divano di casa tua? No Martini? No George, non ce l’ho il Martini, ma ho l’applicazione Party. Però non mi chiedere la “pasta sgombro, pomodorini e basilico”, perchè quella non te la posso proprio fa’. Peccato, è buonissima. Cioè lo sarebbe, se non fosse nevicato così tanto lo scorso inverno. Idea! Aspè che cerco… vediamo… applicazione per non far nevicare.. o piovere… Eppure, deve esserci, l’ho vista, era qui da qualche parte.

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07

Ago
2012

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In Dubbi

By bellatrix74

Se tu sapessi casomai…

On 07, Ago 2012 | No Comments | In Dubbi | By bellatrix74

…che sogno te da mille anni. E non è per fare una citazione che poco s’accorda con l’aria da “sono una che ascolta musica figa”. Certo, in effetti io sono figa e infatti ascolto musica da figa, ma la discografia di Claudio Baglioni la so a memoria. E’ anche per questo che sono figa. Ma, a parte l’autoesaltazione a difesa della scelta, il ronzio nella testa di certe frasi a volte è talmente forte che l’intero costrutto che vi ruota attorno non si esplicita senza che le si abbia prime scritte. Eccola. A lettere grosse, perchè sono un po’ più miope dell’anno scorso. Finto il prologo, se tu sapessi casomai che sogno date da mille anni, beh? Che faresti se lo sapessi? Non me lo chiedevo così, giusto per fare un esempio, perché in realtà la domanda è pertinente anche prescindendo dalla richiesta specifica. Se tu sapessi casomai, oggi, quel che avresti voluto sapere ieri e poi potessi svegliarti domani mattina e fosse ieri, che faresti? Io non lo sapevo che questa storia della radio e del lavoro di anni e della passione e della conoscenza persino, mi avrebbe portato qui. Fino ad ora è stato molto faticoso. Mi rivedo piccola, seduta al tavolo della colazione e se solo fossi più onesta di così lo ammetterei che era chiaro come sarebbe andata. Detesto le vacanze dalla radio, mi costringono a riflettere e fare bilanci. Bilancio negativo, va bene? Ecco. Ora posso tornare a lavorare sulla monografia su Syd Barret che sto producendo. Che palle. Tanto non servirà a molto, ma solo ad avere qualcosa di buono da ascoltare in macchina. Fanculo a me e alla voglia che oggi ho di essere un avvocato. O un architetto. Va bene pure un meccanico, anzi meglio. Anche se il top sarebbe un idraulico. Eppure se solo avessi avuto davvero pazienza avrei dato retta a chi mi diceva che era la fisica la mia materia. Se tu sapessi casomai che avresti potuto essere Margherita Hack. Saprei tutto sulla vita, sui pianeti, e avrei tutte le risposte alle domande fondamentali sulla vita l’universo e tutto quanto. Direi:”Uh, vedi, un Bosone! Fantastico! Ora posso confermare il coso lì, il modello classico. E stiamo a posto”. Ma mi metto su un disco dei Doors e faccio le pulizie di casa, ché se l’universo ha il bosone, io ho l’ormone. E quello è immune persino al Cortexiphan. Mpf. Vado.

01

Lug
2012

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In Dubbi

By bellatrix74

Many Rivers to Cross

On 01, Lug 2012 | No Comments | In Dubbi | By bellatrix74

La prima domenica di luglio del 2012. Guidando nel vuoto risonante di questa città, che si prepara alla bolgia speranzosa di stasera mi dico che forse, davvero, sono morta. E’ un pensiero faticoso, ce l’ho da due giorni, sempre più presente e pressante. Tra l’altro risolutivo rispetto al numero importante di domande, enigmi e indizi che mi hanno accompagnato negli ultimi anni. Ci penso meglio: durante lo schianto dormivo. L’ultima cosa che ricordo è il bianco dell’air bag, poi fumo e un rumore lontano. E subito dopo ero in piedi, al centro della strada, con le macchine che ancora tentavano di schivarmi, incolume e senza un graffio. Non mi sono chiesta neanche per un secondo come avessi fatto ad uscire da lì. Forse dal finestrino, non so. Non me lo sono chiesto. Non prima di molti anni dopo. Davanti a me, nel primo fotogramma utile nei miei ricordi, c’era Michela che mi guardava fissa. Avevo provato a chiederle se fosse lì perchè qualcuno aveva chiamato aiuto e invece, dormendo, avevo fatto lo slalom tra mille e più veicoli sulla strada a scorrimento veloce in orario di punta e avevo preso proprio lei. Mia cugina. Non la vedevo da un po’, ma le avevo telefonato forse un paio di giorni prima per chiacchierare. Ed era lì. Anche lei senza un graffio. Con le macchine distrutte ma tutte e due sane e salve al centro della carreggiata. Valle a capire certe storie. Certe giornate. Poi ci ripensi dopo anni e ti dici, in una domenica mattina come tante, andando in radio, che non c’è altra spiegazione. Sei morta. Ecco il perchè di tutte quelle strane coincidenze: i numeri che tornano; le canzoni nella mente ascoltate in radio un secondo dopo, come se dall’altra parte qualcuno lo sapesse; aver realizzato cose impensabili e nonstante tutto non esser paghi, come se qualcosa fosse sfuggito; non avere più un soldo e non averne avuti mai nonostante tanto, tanto lavoro. Pensandoci, nei sogni i soldi non si vedono mai, e quando si vedono non comprano niente. Nei sogni è tutto confuso e difficile, esattamente come è per me da molto tempo ormai. La cosa che più mi spaventa è che che forse inizierò presto a vedere gente con tagli alla gola, parti del corpo mancanti, occhi bianchi e roba simile. E’ proprio guidando, adesso, su questa strada vuota, mentre tutti vanno al mare e io vado a lavorare, che me ne accorgo. E in questo strano sogno di vita dopo la morte io continuo a lavorare mentre gli altri vanno al mare, esattamente come facevo quando ero in vita. Forse è per questo che sono ancora qui. Devo vincere il karma e poi andrò avanti con la strana storia lì del tunnel di luce. Comunque, ieri sera ho riguardato Alta Fedeltà, e adesso mi trovo a pensare che mai momento è stato adatto come questo per la top five delle migliori canzoni in un film. Se fossi in un film, e non in un sogno post mortem, i miei pensieri non sarebbero soli, ma ci sarebbe una canzone. Magari anche un flash back sul luogo dell’incidente e poi in dissolvenza immagini degli ultimi cinque anni. Ma la soluzione è dozzinale e nessuno regista figo del 2012 la userebbe mai, piuttosto  uscirebbero dalla radio frasi fuori campo a più voci e, a intermittenza di volume, Many River To Cross di Jimmy Cliff.
Quindi: la top five, in ordine sparso, delle migliori canzoni presenti in un film, non per la canzone in sè ma per la perfezione del contesto.
Raindrops Keep Fallin’ On My Head, naturalmente, da Butch Cassidy and The Sundance Kid. Jorando al Club Silencio in Mullholland Drive, anche se è pertinente alla scena e non fuori campo, come dovrebbe essere. Baba O’ Riley degli Who in Febbre a 90′ (L’ho rivisto due giorni fa e devo ammettere che ne avevo sottovalutato la pregnanza). Mad World di Gary Jules in Donnie Darko. Infine, siccome me ne manca solo una, It Might Be You in Tootsie. Ho detto, infatti: le migliori nel contesto. Ora, non che la playlist mi abbia risolto il problema del rischio di incontrare zombies, fantasmi, mia nonna o gente morta in generale, però il sospetto si allontana man mano che il giorno avanza, e questa vita qua mi appare sempre più giusta, chiara, utile persino, così come è. Poco importa come ci sia arrivata; in qualche strano modo, l’ho fatta io. Più tardi vedrò Michela, devo ricordarmi di chiederle come sta e se ha visto gente morta, di recente. Non si sa mai, meglio una verifica incrociata in questi casi.

16

Mar
2012

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In Convinzioni

By bellatrix74

Io sono pessima

On 16, Mar 2012 | No Comments | In Convinzioni | By bellatrix74

Davvero, se mi conoscessi mi eviterei. Lo so, ma non posso fare nulla per cambiare. Stasera m’è salita un grande invidia per quelle che sono amorose e piene di cuori tra i capelli. Che c’hanno un uomo e gli dicono che lo amano, e già che ci sono si godono la vita familiare. E poi ci sono i regali da fare, i compleanni da festeggiare, stare a pranzo la domenica e camminare vicini, eccetera. Senti, io non lo so perché, ma a me non mi funziona così il cuore. Ed è un guaio terribile. Mi pare sempre di perdere un sacco di tempo dietro a tutta questa storia di stare vicini e fare famiglia. O meglio, loro, le donne,  no, non perdono tempo mica, solo io, solo per me è una cosa inutile. E’ inutile perché sento che non mi fa felice. Sono sposata da tre anni e più, ma la “mammitudine” o la “moglitudine”, non m’assale. Faccio schifo, lo so. La vedo ancora come una corsa solitaria, anche se lo amo moltissimo, per quanto posso amare io, che forse non lo so fare. A me questa cosa dell’amore non m’è mai venuta così bene, o almeno mi viene bene solo nel modo che intendo io, ed è un modo troppo diverso da chi mi sta intorno. Lui lo sa e forse è un po’ come me, per questo andiamo d’accordo. O anche no, non ci andiamo d’accordo a volte, ma non ci lasciamo mai. Ci amiamo tanto io e lui e davvero siamo una famiglia. Ma io, che sono la donna, non riesco a fare la parte della chioccia affettuosa che trasecola ogni volta che pensa che lui esiste. Le faccio le cose per lui, così come lui le fa per me, ma mi secca molto farle quando sono scocciata. Così come a lui secca fare qualcosa se non ha voglia. Mi sono chiesta più volte in questi giorni se sono sempre stata così, o se invece semplicemente sono diventata pessima dopo anni di esperienza. Lo sono sempre stata. Anche con la gente intorno eh, con i parenti e persino gli amici a volte. Insomma, voglio bene a tutti, ma non ho  niente voglia di stare a cavillare sulla cosa lì del sentimento. Picci picci, miao miao. E questa è la risposta alla domanda che mi ha torturato per anni: perché tutte mi passano davanti? Perché io se non sono “l’altra” sono l’amica, o la vicina o peggio magari è la volta che sono la fidanzata e loro sono “l’altra”, quella che conta di più? Facile: perchè loro sono migliori di me in questo. Ma se l’ho sempre saputo e non ne ho mai sofferto, stasera, per un attimo, sono stata invidiosa. Non di quel che hanno, ma di quel che sono. E’ assurdo, è come essere un gatto e desiderare per un momento di essere un pollo. Vorrei essere fiera di me e piacere tanto alle mamme e alle zie, e invece sono solo una povera cretina piena di sè. Impopolare in effetti, sebbene convinta del contrario. Fa bene ogni tanto non amarsi affatto, e stasera  sono solo molto arrabbiata con me e con tutte le cose che non ho voluto volere. O con quelle che ho voluto magari, ma ho dimenticato, per sopravvivenza. E domani mi sveglierò e sarò sempre io. E anche stanotte mentre dormirò sarò io, solo io, nient’altro che questa me così povera e così vera. Porgo scuse non richieste, passo e chiudo.

22

Gen
2012

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In Esperienze

By bellatrix74

Vecchie cose.

On 22, Gen 2012 | No Comments | In Esperienze | By bellatrix74

Il mio computer è deceduto oggi, alle 18:01 di una domenica piovosa. Non ha sofferto, la morte è stata rapida. Ho tentato al rianimazione ma invano, pensando che, in fondo ha avuto una buona vita. Cinque anni non sono molti, ma al ritmo con cui lo facevo lavorare è già un miracolo se non ha levato le tende lui stesso, usando il caricatore della batteria per alimentare la fuga. Ma oggi, mi ha insegnato una cosa che non sapevo di aver fatto mia: non mi interessa più delle cose di ieri. Se fosse successo anche solo qualche mese fa avrei vissuto con disperazione la perdita di un alleato in tante battaglie, ma ancor di più la perdita di tutti quei files, impilati con fatica in anni di lavoro. La musica, il software di missaggio, tutti i podcast, le dirette, le demo, quel che restava di questo blog, due romanzi, non so quanti racconti. Il tempo a Pesaro, gli anni per Antenna1, la compilazione del business plan per l’azienda, le foto del Mecs. Non ho più nulla. Ma perchè non mi dispiace affatto? Questo presente qui è come una palude scura in cui a fatica mi muovo alla ricerca di un appoggio per trovare di nuovo la riva. Ma che senso ha trovare la riva se tutt’intorno non c’è altro che fango e fango e fango? E il fango sono tutte queste cose vecchie. Le vecchie idee, l’impossibilità di vedere le cose in modo davvero nuovo, sempre la stessa canzone. Anche fossero novemila, perchè sì, un archivio organizzato di novemila brani editati è quel che ho perso, sono vecchie canzoni. Anche quelle di un mese fa, sono vecchie. Come la gente che governa questo paese, come i programmi in tv, come la tv stessa. La radio nuova è vecchia e stanca. E io sono stanca di essere vecchia e stanca. Quindi via, nuovi spazi. Tabula rasa. Non ho più paura di perdere nulla, è questa la grande scoperta.  E’ ora di ricominciare.