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Caffè Nero in Tazza Grande

20

Set
2018

No Comments

In Convinzioni
Soluzioni

By Barbara

Teoria delle chiavi nella borsa shopper e quel che ne consegue

On 20, Set 2018 | No Comments | In Convinzioni, Soluzioni | By Barbara

L’assunto di base è che le borse shopper siano molto capienti e per questo molto comode, poichè possono contenere tutto l’occorrente allo svolgimento di una tipica giornata femminile. In una borsa shopper è consueto trovare: soldi gettati alla rinfusa; ombretti chiusi con lo scotch da pacchi; rossetti disciolti nel proprio stick per colpa del caldo; antizanzare; un libro di fisica quantistica; palline da ping pong; documenti di secondaria importanza come il passaporto e la patente; una calcolatrice con i tasti grandi;  almeno due telefoni di cui uno rotto; una virgorsol superstite;  gli occhiali da sole e quelli da vista; altri occhiali da sole, ma quelli belli di Jimmy Choo con la custodia; un paio di infradito; il quaderno degli appunti; la custodia aperta degli occhiali da sole Jimmy Choo che credevi di aver perduto; due pennette usb non formattate; le chiavi di casa attaccate allo stesso mazzo di altre tre chiavi di cui non è certa la provenienza; i cerotti; le carote; un peluche con apribottiglia integrato; le chiavi della macchina; un disco dei Kasabian; una maschera da unicorno.

Una delle grandi risorse della borse shopper è che , andando a fare la spesa, alla domanda : “Le serve una busta?” si può anche rispondere “No, tanto ho la shopper”.  Così trova spazio nella shopper anche un cavolo cappuccio, una bottiglia piccola di aceto di mele, il Nescafè  Red Cup e una confezione di petti di pollo.

Secondo la teoria delle chiavi di casa , dopo il supermercato, arrivati davanti al portone di casa, con un rapido gestodella mano, infilata sotto il cavolo cappuccio, scansando la virgosol e la patente, si affererà immediatamente un mazzo di chiavi che, portato alla vista risultarà essere il mazzo di chiavi della macchina. A quel punto, facendo ricadere nella shopper le chiavi della macchina,  ci si stupirà del fatto che non si è riusciti a trovare subito le chiavi di casa e si dirà “Eppure le avevo messe qui”. Non sarà difficile intrufolarsi nuovamente e inciampare nelle palline da golf. Capita. Per questo diventa importante bloccarle entrambe con una mano e aiutarsi con l’altra fermando i manici della shopper con quel gesto che solo l’esperienza rende automatico: l’unione “clic-clac” spalla-guancia, di cui neanche Don Lurio riuscì a spiegare l’importanza. Una volta fermate le palline il resto è una passeggiata. Così, facendosi strada tra il passaporto e gli occhiali, stando attenti anon aprire l’ombretto, si pescheranno… di nuovo le chiavi della macchina. Eh sì, è probabile. La situazione infatti potrebbe essersi complicata per l’accidentale rottura di una sigaretta che, sul pavimento della shopper, fa attrito e non lascia scivolare gli oggetti come dovrebbero. Fortunatamente si ha ancora la presa dentale libera che sarà utile per la defilata dalla shopper almeno della busta col cavolo cappuccio. Mentre la bottiglia di aceto di mele la si potrà reggere tra le ginocchia.

Ora, la teoria delle chiavi nella borsa, dopo almeno altre pescaggi delle chiavi della macchina, nella ricerca delle chiavi dicasa, vuole che qualcuno dei condomini apra casualmente il portone ad un certo punto della ricerca fallimentare e e che proprio in quel momento, sollevando la testa per dire grazie, i manici della shopper scivolino dalla presa facendo cadere in terra le chiavi di casa appunto. Importante far sì che nel recupero furtivo non si richiuda il portone, altrimenti si torna al punto di partenza.

Entrando finalmente in casa si potrà rimettere le chiavi di casa nella borsa dicendo a se stesse “Per fortuna ho una shopper così ce le posso facilmente buttare dentro senza doverle appoggiare all’ingresso di casa”. E’ lì che la persona che aveva voglia di petti di pollo per pranzo ma  che nel frattempo è già al caffè ti dice: “Mi dai le chiavi della macchina che devo andare a prendere una cosa urgente nel cassettino”. Con un sorriso spavaldo, annuendo come per dire “Ce le ho proprio qui”, al primo rapido controllo si pescheranno comodamente le chiavi di casa.

E sarà inutile ritentare. Perchè questa è la teoria delle chiavi nella borsa che dice che “quando ti servono le chiavi di casa troverai sempre quelle della macchina e quando avrai bisogno di quelle della macchina troverai subito quelle di casa”.

Fatevene una ragione come ho fatto io.

Respirate.

Non chiedetevi perchè accade ma partite dalle conseguenze.

Si perde un sacco di tempo alla ricerca di qualcosa di semplice e fondamentale in una vita complicata. La gente dice “elimina qualcosa dalla tua vita come fosse la tua borsa”, ma quella gente non sa che se hai una borsa così è perchè non riesci a fare diversamente. E’ per questo che ti sei comprata una shopper: per vivere pericolosamente. Altrimenti avresti comprato una pochette, ti saresti messa un paio di tacchi alti, anzi, “scarpe da cena” come dice Sonia,  qualcuno ti sarebbe venuto a prendere e le chiavi della macchina non ti sarebbero proprio servite.

Ah, lo stress causato dalle voci continue che ti invitano a non essere stressata! Che meraviglia.

Da una shopper piena, non ne esci così, con uno schiocco delle dita.

Mi mancano gli amici, la birra, le risate e mi manco anche io. Moltissimo. Ma ho dovuto accettare questo momento della mia vita, in cui sono ferma, in una posizione da contorsionista, davanti alla porta di una casa che forse è solo un miraggio, impegnata nella ricerca delle chiavi.

Non ci abita nessuno in quel palazzo e chi ci abita sta cercando le chiavi insieme a me, quindi nessuno ci aprirà per caso.

Sono una perfetta scema della vita, secondo la classificazione di Massimiliano Parente, e per questo le metafore di solito mi vengono benino, ma la cosa triste, ancora più triste delle metafore degli scemi della vita, è che questa non è una metafora. Sto davvero tentando di aprire le porte di una casa. E nel frattempo non sto vivendo.

Se non è una cosa scema questa!

Ma la teoria delle chiavi di casa mi ha aiutato a pensare che se mi siedo, e smetto di affannarmi, prima o poi passerà qualcuno che mi chiederà di spostare la macchina, così io, distrattamente, pensando ad altro, cercherò le chiavi della macchina pescando infine quelle di casa.

Questa sì, è una metafora, ma mi concedo il lusso di dire che funziona.

Ora devo solo ricordarmi come ci si siede.

Forse  mi può aiutare la maschera da unicorno.

18

Lug
2018

No Comments

In Dubbi
Soluzioni

By Barbara

In a Zimmerman Mood

On 18, Lug 2018 | No Comments | In Dubbi, Soluzioni | By Barbara

Sono nel mio momento Dylan, decisamente. Ed è molto difficile essere nel momento Dylan, per come la intendo io. Significa che lo penso spesso e che mi faccio molte domande a proposito di cosa deve aver pensato lui in questa o in quella situazione. Magari sto riflettendo su un concetto o sto prendendo una decisione, processi che per me durano diversi giorni, a volte settimane, e mi sbuca dal nulla la sua faccia. Mi è successo nel tempo anche con altri. Un po’ come accadeva a Rob in Alta Fedeltà, con Bruce Springsteen. Solo che nessun di questi che ogni tanto penso ha mai risposte o messaggi per me, come invece Bruce ne aveva per Rob. Senza motivo, semplicemente mi metto a pensare a loro . Ricordo di quando per esempio mi ero fissata con quella domanda a proposito di “Chissà come ci si sente a essere Iman e a ritrovarsi nel letto, la mattina, David Bowie”. Poi David Bowie è morto. Poco dopo eh, tipo due settimane, quindi forse è meglio che smetta di pensare chiunque. Comunque Iman avrebbe ribattuto che lei nel letto non si ritrovava David Bowie ma David Robert Jones e bla, bla, bla.

Stavo dicendo: è difficile essere nel momento Dylan perché neanche Dylan, io temo, abbia mai capito bene cosa voglia dire. Non sono una grande appassionata della sua biografia, a parte le cose che tutti sanno, o almeno che quelli che fanno il mio lavoro sanno, come : che c’entra Woody Guthrie, chi è il Thin Man della ballata e le citazioni tipo ” I don’t believe you, you’re a liar”. Non conosco a fondo la sua intera produzione, inclusi i bootleg, ma Il mio disco preferito, dei suoi,  è Blood on The Tracks. Mi dispiaccio sempre molto per Joan Baez e il documentario girato nel tour inglese del 1965 in cui la tratta come Harry avrebbe trattato Sally se non si fossero mai messi insieme, me lo rende detestabile. Anche se ho sempre pensato che Harry e Sally insieme in realtà fossero una coppia terribile e che Nora Ephron lo sapesse ma che ci abbia volutamente ingannati per vedere se ci saremmo cascati. Ci siamo cascati tutti e quindi , in fondo,  aveva ragione Dylan e Joan Baez s’è salvata la vita. Mi fa molto ridere l’episodio di Urban Myths in cui si racconta la leggenda della sua visita a Dave Stewart che finì nella visita a un Dave qualunque. Dal 2007 mi commuovo sempre quando ascolto I Want You perchè mi viene in mente Heath Ledger. If You See Her, Say Hello è la canzone d’amore più bella della storia del mondo e anche di altri mondi, probabilmente. Questo è quanto a proposito di quel che so di Dylan. Però qualcosa della sua enigmatica espressione mi si deve essere attorcigliato da qualche parte nel lobo frontale, e, quando meno me l’aspetto, allenta le sue spire e fa capolino.  Ieri ero sul terrazzo a prendere il sole su una delle sdraio che il proprietario della nuova casa ci ha lasciato a disposizione. Il terrazzo è condominiale ma l’ha arredato lui. Gli altri condomini, forse gelosi del fatto che fosse toccata proprio a noi quella casa, sfitta per lungo tempo,  con l’affaccio sul terrazzo condominiale, hanno iniziato a pisciare sul territorio come i cani, già dal mese di febbraio. Gente che abita al terzo piano e s’è impegnata l’oro di famiglia per comprare il terriccio per i vasi su all’ottavo piano, ricordandosi improvvisamente dopo forse trent’anni di quello spazio che tanto somiglia al terrazzo de Le Fate Ignoranti. Peccato che in casa nostra di ignorante non ci sia neanche il cane, e anche lui sia poco socievole coi paesani. In questi giorni li vedo farsi gli spaghetti aglio e olio al secondo piano e portarseli fumanti su per sei piani per mangiarseli, già incollati, su quello che praticamente è il balcone di casa mia, sudando più per il sali-scendi che per i trentacinque gradi. Del resto disturbare il prossimo è un obiettivo impegnativo, ci vuole costanza e sacrificio. Rimandando la scrittura  del trattato sulla frustrazione del farsi i vasi con le fragole al Tuscolano, sperando di dimenticare il cemento e la puzza di topo morto, ho pensato che potevo anche sedermici io, per una volta,  sull’affollatissimo balcone di casa mia. Ero in una posizione che conciliava la presa di coscienza: salda dai gomiti ai polsi sui braccioli, con i piedi ben piantati a terra , la schiena accomodata fino al collo e la testa appoggiata sul cuscino. Dopo anni di posizioni precarie del tipo: “Sono solo di passaggio, anzi, fammi andare che ho da fare” credo di aver per un istante indugiato, trovandomi immobile sotto il sole, a frenare le fantasie degli occhi socchiusi prima di aprirli un secondo e visualizzare la domanda del qui e ora, quella che mi ha fatto pensare a Dylan per l’appunto. Me lo sono rivisto nella scena finale del penultimo episodio del David Letterman Show. Già dalla prima visione, lì in diretta, di quel momento così storico per la tv e per un uomo di tv, qualcosa mi aveva disturbato. Non solo me ovviamente, visto che anche David Letterman pareva imbarazzato per l’apparente totale disinteresse di Dylan nei confronti di quello che stava succedendo intorno a lui. In quell’immagine di silenzio e goffe posizioni, m’è apparso finalmente il fumetto con le parole scritte dentro, e le parole erano «Ma che cazzo ci faccio qui?». Ho avuto un sussulto e mi sono detta che poi avrei fatto la prova su Google cercando quante più immagini di Dylan e abbinandole al fumetto in questione, ma ero già certa della bontà di questa intuizione. Il mio momento Dylan è quello di un “Ma che cazzo ci faccio qui?” finalmente convinto, fermo, con la giostra che non gira mentre mi pongo la domanda. Ricordo di essermi chiesta questa cosa più volte negli anni: quando avevo sedici anni, seduta al banco di scuola durante la lezione di Eneide, all’ultima ora del sabato; quando ne avevo venti sul letto della mia camera, aspettando una telefonata che non arrivava mai; a venticinque servendo ai tavoli del pub; a trenta nei lunghi pomeriggi in consolle al Mecs Village, indovinando canzoni per chi passava sulla battigia e poi negli inverni freddi quando diventavano consolle di locali pieni di fumo di sigarette. Ho sempre avuto una risposta, tutte quelle volte. Che ci faccio qui?

Studio per diplomarmi così poi potrò andare all’Università, anche se quel che conta è che domani non ci sia scuola.

Aspetto che mi chiami, così potremo uscire, anche se non so se alla fine gli hanno dato la licenza o se è rimasto a Torino perchè l’hanno messo di corvè.

Porto questo al tavolo 32, così poi posso andare a vedere se è pronta la comanda per il 46, e visto che è l’ultimo tavolo, tra mezz’ora me ne vado a fare colazione con gli altri.

Ora gli metto questa, perchè avrà più o meno quarant’anni e nel 93 avrà di certo comprato questo disco quando era al liceo. 

Non riuscirò mai ad andare davvero a tempo ma punterò sulla selezione. E poi questa piace al banco, così i ragazzi si ricordano che sono qui e mi mandano da bere. 

Risposte del qui e ora che danno un senso, incompiuto e provvisorio forse, di quel che sto facendo. Ecco cosa mi manca da dieci anni a questa parte. Il fatto è che a un certo punto i progetti e speranze e pensieri e avventure devono essere diventati troppi, si sono mischiati e non ci ho capito più niente. Come in uno di quei film dove a un certo punto ti fanno sbirciare un epilogo di vent’anni dopo, prima di raccontarti come ci si sia arrivati.

Ma che cazzo ci faccio qui?

Vuoto totale e frasi sconnesse farfugliate anche ad alta voce che non possono essere una risposta, perchè sono solo inviti a nuove domande.

Sono qui perchè stiamo ricostruendo casa daccapo. Sì il Big ranch. Da tre anni ormai.

Conduco show di televendite e so cosa è l’acido ialuronico a diversi pesi molecolari.

So anche cosa è la Trap.

Papà è morto. Oddio, pare impossibile che sia morto proprio lui.

Ho avuto un’azienda e l’ho chiusa.

Ah no, quello è successo prima. Prima della Trap dico.

Farò i bagni in resina cementizia.

Ecco. D’un tratto l’espressione di quello che ormai chiamerò The Zimmerman Mood deve essere comparsa sul mio viso. Non c’era nessuno a confermarmela ma non c’ero nemmeno io , perchè per una volta non mi guardavo da fuori, come fossi una spettatrice di passaggio, troppo indaffarata per avere opinioni. No , no, ero proprio io, da dentro, perduta e sconnessa, come probabilmente un Dylan qualunque a cui hanno chiesto, in un qualunque momento della sua vita, dal Greenwich Village in poi, «Chi sei e che ci fai qui?». Chissà se questo giustifica il mio esser diventata, agli occhi di chi mi conosce da tempo, così sfuggente, fredda e cinica. Cioè stronza. No, infatti, non mi giustifica, anche perchè nessuno cambia mai, tutti sono come sono da sempre. Ecco, di questo, per esempio, me ne farò in fretta una ragione.

Fatto.

Ho preso il sole ancora quindici minuti e sono rientrata a preparare il riso alla cantonese. Però mentre la frittatina tagliata si freddava accanto ai cubetti di prosciutto cotto, perchè è importante freddare tutto a parte prima di mischiare, ho cercato su Google tutte le foto di Dylan che potevo trovare, e con una App ho messo il fumetto parlante “Ma che cazzo ci faccio qui?” a tutte le immagini. Perfetto. Calzante. Illuminante. 

Che dici, Joan Baez, possiamo perdonarlo ora che sappiamo del suo smarrimento?

No.

Ah sì, in tutto questo, “a parte” è ancora fondamentale per me.

 

08

Mag
2018

One Comment

In Esperienze

By Barbara

Quella cosa lì che si fa con il latte.

On 08, Mag 2018 | One Comment | In Esperienze | By Barbara

Una volta per tutte: sì, esistono fobie alimentari. Sì,  alcuni di noi ne soffrono dalla nascita. No, non possiamo spiegarle in un modo comprensibile a voi che non ne soffrite. Vessati da continue domande, sottomessi alle frasi spesso minatorie dei padroni di casa cucinieri, derisi dagli amici commensali e terrorizzati dagli sputi nel piatto che chissà quante volte abbiamo ricevuto come risposta al nostro divieto d’improvvisazione allo chef, abbiamo imparato a formulare frasi che pongano fine ad ogni discussione e insensata tortura. Sono allergica e potrei morire. Ho una rara malattia. La mia religione non me lo consente. Preferisco digiunare. Ho un chip nel cervello che a contatto con l’enzima attivato da quella sostanza mi fa esplodere. E ogni volta non vediamo l’ora di tornare a casa da mamma. Perchè lei sola sa. Persino la nonna insiste da quando siamo piccoli e si rifiuta di capire. E’ tempo che qualcuno te lo dica, e lo farò io, con parole semplici e povere. Io non mangio formaggio, non posso stargli vicino, non lo tocco e preferisco non vederlo, quindi se tu ne mangi preferisco sederti lontano, perchè potresti contaminarmi. Pensa che non mangio nemmeno la maionese perchè gli somiglia. E quando me lo nascondi appositamente e io ne mangio per sbaglio, mi fai il torto peggiore che si possa fare a una persona. Vuoi sapere perchè? Ottimo, eccoti la risposta. Per me è cacca. Ma se pensi che questa sia una frase da bambina capricciosa, sappi che non uso questo termine come quando a tre anni ti fanno “le ttottò” sulle mani. No, è proprio cacca. Ma non quella carina di Arale. La mangeresti tu? E perchè no? Sei allergico? Ma se non hai mai provato come fai a dirlo, scusa? Nessuno è morto per questo, no? Forza, assaggia e se non ti piace poi puoi sputare. Vedi, per noi è così. Non ti piace come paragone, me ne rendo conto, ma credimi se ti dico che, almeno nel mio caso, ricordo benissimo i pianti per la sola vicinanza di “quella cosa che si fa con il latte” e che faccio fatica persino a nominare, a meno di tre anni di età. Sei sconvolto, lo so, perchè nessuno di noi ha mai avuto il coraggio di dirtelo, ma era tempo che qualcuno lo mettesse nero su bianco, così chi si trova nella mia condizione da sempre, ha finalmente modo di inviarti questo link e metterti a tacere. Un po’ come nel circolo della fiducia, ora sappiamo di essere in molti, e tutti abbiamo lo stesso perenne problema.  Che siano banane, pomodori, spaghetti, insalata, semi per  pappagalli o cocce di pomodoro noi non le mangiamo e facciamo fatica a sopportarne l’esistenza. Così se alcuni turofobici come me sopportano la mozzarella sulla pizza, lo fanno solo ed esclusivamente perchè a un certo punto non ce l’hanno fatta più e hanno ceduto pur di non dover inventare una nuova malattia mortale,  tentando di non immaginarsi nell’atto di mordere la cosa peggiore che si possa pensare. Io no, per me sei tu che sei matto a mangiare una cosa non commestibile. Così se mi chiedi cosa farei se stessi morendo di fame e intorno a me ci fosse solo “quella cosa lì che si fa col latte”, io ti risponderò “E tu, cosa faresti se stessi morendo di fame e intorno a te ci fosse solo “quella cosa lì che…?”… insomma hai capito. Non ho altro da aggiungere. Ah, e non ho nessuna intenzione d’ora in avanti di inventare altre fantasiose spiegazioni, perchè la verità è bellezza. Quando mi invitate a cena dico di no per questo motivo, così almeno voi potete mangiare la lasagna senza che la spiegazione che fornirò rifiutandola  vi ferisca troppo. Buon appetito a tutti.

 

 

28

Mag
2017

No Comments

In Convinzioni
new

By Barbara

Novantadue minuti di applausi (dichiarazione d’amore, recensione semiseria e invettiva annessa)

On 28, Mag 2017 | No Comments | In Convinzioni, new | By Barbara

Questo non è un donut.

Si può avere ripieno di marmellata, al cocco, alla cannella. Ma non è un donut. E’ un simbolo e fa parte di un codice. Non è un donut quindi , ma è un percorso circolare. Se la mia vita, o la tua, o quella di David, il protagonista di questa storia, fosse un inconsapevole percorso circolare, prima o poi egli si ritroverebbe in un punto del donut su cui già è passato. Se il donut potesse essere visto in un contesto multidimensionale, e immaginare l’insieme di tutti i detsini possibili di quel donut, come nel tesseratto di Interstellar, David, l’omino che cammina sul donut, potrebbe continuare a camminare all’infinito, senza accorgersi ad esempio che qualcuno ha mangiato il donut, perché nel passaggio da una dimensione all’altra, il donut mangiato non c’è più ma continua a essere sempre lo stesso donut. In un certo senso quindi il donut vive sebbene sia morto. Esattamente come Laura Palmer. E questo non è uno spoiler. E’ impossibile spoilerare Twin Peaks, poiché si può spoilerare solo un’interpretazione di Twin Peaks. Twin Peaks è come la realtà: si può raccontare solo la percezione di essa, non la realtà. Vi è mai capitato di avere una seconda possibilità? Io credo che a tutti accada prima o poi, ma non sempre è facile accorgersi di essere di nuovo lì, pronti a chiarire finalmente una situazione che in passato era rimasta fumosa.  Esattamente venticinque anni fa David aveva cercato invano di convincere una platea ostile. Fuoco Cammina Con Me veniva appreso come un prequel alla serie tv più discussa dei due anni precedenti. Pubblico, produttori, critica e produzione erano stati per mesi ossessionati dall’unica domanda inutile di Twin Peaks: “Chi ha ucciso Laura Palmer?”. Avevano talmente insistito che alla fine, stremato,  David gliel’aveva detto, tanto era davvero poco importante rispetto a tutto il resto. Tutti,  una volta avuta la risposta, gli avevano voltato le spalle e avevano ignorato  quello che invece era davvero importante: il codice. Twin Peaks era un codice, lo è ancora adesso, ma ora non si può più gridarlo ai quattro venti perchè qualcosa evidentemente è cambiato. Lo dice chiaramente il Gigante al Buon Dale, proprio in apertura del primo episodio della terza stagione :”Le cose non possono essere dette ad alta voce ora”. Al tempo invece, sarebbe bastato prestare attenzione, per capire che era tutto chiarissimo, lì, spiattellato in prima serata nelle case di tutto il mondo. Non chiedetemi ora cosa nel dettaglio, perchè è una storia troppo lunga. Fuoco Cammina Con Me non era un vero prequel, perchè non c’è sequel o prequel in una narrazione in cui tutto accade contemporaneamente, ma questa cosa non la si poteva capire se non si era capito che non era importante chi avesse ucciso Laura Palmer. Forse la domanda più corretta sarebbe stata “Chi ha ucciso Marylin?”, ma anche questa è un’altra storia.

Venticinque anni dopo David torna a Cannes ancora con la storia degli abitanti di Twin Peaks. Lo stesso Twin Peaks che aveva preso i fischi. Quella stessa serie di cui era stata chiesta a gran voce la cancellazione. Quello stesso mistero che una volta svelato non interessava più a nessuno. In ventisei anni chiunque abbia tentato di usare al meglio il linguaggio cinematografico ha saccheggiato Twin Peaks per personaggi, atmosfere, ambientazione, temi, e ha avuto successo. Twin Peaks è un cult. Un nostalgico “si stava meglio quando si stava peggio”. «Sì, dài, Dave, per favore , torna a Twin Peaks. Bene! Bravo! Bis! » . Cinque minuti di standing ovation, lacrime e felicità delirante. Eppure, dopo tutti questi anni c’è ancora chi si chiede: «Ma cosa diavolo è successo a Laura Palmer?». Sarebbe bastata la risposta della signora Ceppo «La storia di Laura è la storia di tutti noi» per mettere a tacere due generazioni di spettatori. Io mi sarei arresa da tempo fossi stato David. Invece lui no, lui ha atteso pazientemente che il cadavere passasse sul fiume. Io lo ammiro moltissimo. Lo ammiro per molte cose ovviamente e lo amo dal profondo del mio cuore, ma non l’ho mai amato tanto come per questa sottile, ironica, velata vendetta.

La terza stagione di Twin Peaks è perfetta. Ed è un atto restitutivo meraviglioso, perchè se tutto è cambiato nel corso di questi ventisei lunghi anni, la sua testardaggine è esplicita nel continuare a dire la stessa cosa in un modo diverso, adeguato ai tempi. Nel 1990 puntava dritto il dito contro il male, nascosto tra le righe della vita al sole. Ragazzi a scuola, gonne sotto il ginocchio, la festa della cittadina, gli intrighi per il potere, la vita in famiglia, torte di cieliegie e caffè dannatamente buono. E un segreto terribile e fondamentale più importante della vita stessa: “We live inside a dream”. Nel 2017 il male è la vita. Guardatevi intorno e ditemi se la profezia non s’è avverata. La storia di Laura è ancora la storia di tutti noi, e siamo tutti nella Loggia Nera. Non c’è stato mai un momento così buio. Guerre, stragi, sangue e morte, sì, ma non parlo di questo. Parlo del male e dell’odio che esiste tra due persone qualunque che non si conoscono e già solo per il fatto di non conoscersi si odiano. Due passanti che si urtano. Un naufrago e il suo ospitante. Due persone vere celate dietro due foto su un social network.  Come cani che abbaiano dietro le sbarre di una prigione, ricordando Bobby e Mike contro James. Homo homini  lupus. Ed è questo tempo qui l’ambientazione della terza stagione di Twin Peaks. La musica non c’è. Non siamo più in un posto solo, e se guardate bene l’ultima scena, sbirciando Jacque Renault che serve da bere al Bang Bang Bar (sì è proprio lui e sì questo è l’unico vero spoiler) , in uno sprazzo di felicità, cercata a fatica nel marcio, tutti sono ovunque. Siamo tutti qui. Morti, vivi, persi, siamo tutti in questo tempo buio, dove tutti i tempi si mischiano. Dove ogni tanto appare un vecchio telefono a tasti a ricordarci che se se ogni tempo è in questo tempo, allora, ciascuna immagine scelta per comunicare un messaggio in sogno, come un nano danzante, contiene già la sua evoluzione, che altro non è che elettricità pura. Un po’ lo immagino ridere sotto i baffi, David. Ah, adesso vi piace. Ah, adesso del delitto pare non vi importi nulla. C’è tanta presunzione, come è giusto che sia, in questa nuova stagione di Twin Peaks. E’ il suo talento lo schiaffo. Ma senza dirlo. Sottolineando invece l’unico altro talento che egli chiama a testimonianza: Stanley. Kubrick è ovunque. Nell’occhio della scatola di vetro che ricorda HAL 9000. Nei corridoi del luogo del delitto, uguali a quelli dell’Overlook. Come al tempo era nelle scarpe di Audrey/Lolita. Non dirà nulla di nuovo, ma lo dirà in modo diverso.

Solo, Gordon, stavolta lo dirà a voce bassa, ‘ché il male urla già da sé. Certo, conservo in cuor mio la speranza di un finale ottimista. Una luce che ci consoli. Ma temo sia solo una speranza.

Bentornato Gardon. Mi sei mancato.

01

Mag
2017

5 Comments

In Convinzioni
Esperienze
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By Barbara

13 Reasons why i didn’t like 13 Reasons Why. Ovvero i miei 13 motivi.

On 01, Mag 2017 | 5 Comments | In Convinzioni, Esperienze, new | By Barbara

Il primo motivo è che sono in un periodo “no” della mia vita. Non so bene di quale vita, delle tante che ho vissuto fino ad ora, ma sono certa che sia un “no”. Sono la Barbara peggiore che ci sia mai stata fino a questo momento. Mai così cinica, mai così arrabbiata, mai così lucida, severa, e soprattutto mai così antipatica. Mi sto talmente antipatica in queste settimane che mi sta venendo voglia di diventare amica di me stessa. E qui arriviamo al secondo motivo, legato al tema e non alla serie in sé: a tutti capita prima o poi di farsi pena da soli. Io non conosco nessuno che non si sia crogiolato nel ruolo della povera vittima indifesa almeno per una volta, ma quel trucchetto dei “passivo-aggressivi” è anche tempo che venga smascherato, dopo esser sopravvissuti allo sdoganamento dell’adolescenza come ricatto morale, no? Nel mio, a lungo cercato e faticosamente raggiunto, “periodo no” mi sono data una sola regola: prima l’onestà intellettuale poi l’empatia. Obiettivo: un’ empatica onestà. Quindi Hannah Baker non mi fa pena perchè per troppo tempo ho puntato tutto sulla mia capacità di far pena a me stessa e, sebbene in qualche occasione sia stata anche credibile, il siparietto lo conosco bene e la verità è che è solo un altro modo di dar sfogo alla propria vanità. Smettiamola di farci pena da soli,’ché tanto agli altri, giustamente, davvero non gliene frega niente. Punto. Se nel 2017 all’ highschool della provincia americana va così, nel 1992 al liceo di provincia romana, andava allo stesso modo. Non lo chiamavano bullismo e nemmeno me lo ricordo come lo chiamavamo, ma credo che fosse sufficiente dire che eravamo degli stronzi. Visto però che siamo in aria di progresso e che ci siamo evoluti al punto di dare una parola alle sventure quotidiane dell’adolescenza, è anche arrivato il momento di fare un ulteriore saltino in avanti e capire che è poi Hannah Baker a vincere la coppa dei campioni di bullismo. E questa è la terza ragione per cui le fondamenta psicologiche della serie traballano: non la definirei mai, come ho scioccamente sentito fare, diseducativa, dico solo che urlando ai quattro venti la pericolosità del bullismo, ne diventa portavoce mediatico e addirittura invito, quindi più che diseducativa è contraddittoria. Ah la vanità nel credere di sapere cosa “educa” ad una sana vita in società e cosa no, quando la vita in società non può in alcun modo essere sana, perchè non consente la liberazione individuale dell’energia data dalle pulsioni più basse! Finito, ora divento buona. Il quarto motivo per cui non poteva assolutamente piacermi è che ho visto troppe serie tv per farmi fregare così. Suvvia, non siamo ragazzini che scoprono Lost nel 2016, noi nerd dei tempi non sospetti. La cassettina gne-gne, con le cuffiette della Philips, il numero 13 per stare due passi avanti a Undici di Stranger Things, la bici di Elliott a E.T, il recupero di Donnie Darko, che già aveva a sua volta provato il recupero degli anni ’80… Santa Madonna Luisa Veronica Ciccone, che palle! Allora, tanto per essere chiari: se per ogni volta che avessi dovuto riavvolgere una cassetta con la matita pur di non sprecare le batterie, avessi avuto un lettore mp3, col tastino rewind e ffw, avrei detto subito: “sì, grazie, datemelo e ripigliatevi ‘sta monnezza.” La bici ce l’ho pure adesso, anzi è meglio perchè da Decathlon costa 200 euro il super-modello maxi-sprint. La comitiva del tipo “chi ha mai più avuto gli amici di quando aveva 12 anni?” è un’opinione perchè io non ho mai più avuto quelli che avevo a 30. Basta con questa atmosfera, fotografia, ambientazione anni ’80. E se anche non bastasse: basta con la mercificazione degli anni ’80 rivolta alle generazioni che si stanno immaginando una cosa diversa da quella che era. Noi nati nei primi anni ’70 siamo stati molto nostalgici, abbiamo pianto perchè proprio quando avremmo dovuto iniziare a contare qualcosa, ci hanno tolto tutti i soldi, i sogni, il pane di bocca e, ancora piangendo, abbiamo iniziato a morire di fame. Poi a un certo punto qualcuno deve aver capito che era inutile recriminare contro quelli più vecchi di noi, e ha scoperto che per iniziare a guadagnare qualche spicciolo dovevamo vendere la nostra nostalgia dei tempi andati a chi non potesse controbattere perchè non li aveva vissuti quei tempi. Che infatti sono andati. Questo è bullismo! Quindi se il quarto motivo è la banalità, il quinto è l’astuzia disonesta.
Sesto e settimo motivo sono legati a una cosa fondamentale nelle serie tv: i dialoghi sono terribili e i personaggi non hanno spessore. Una citazione su tutte: «Non sei tu, Casco, sono io. Sono io che non ti merito.» Lo sciopero degli sceneggiatori a Hollywood nel 2007 ha fatto danni incommensurabili. E’ da allora infatti che, quella che doveva essere una situazione d’emergenza, in cui dilettanti allo sbaraglio si improvvisarono sceneggiatori, si è trasformata in una consuetudine. Durante lo sciopero degli sceneggiatori, How I Met Your Mother si fermò. E se lo sciopero fosse durato per sempre non sarebbe più ripartito. Questa è onestà, bellezza, purezza. I dialoghi di How I Met Your Mother insegnano agli angeli a sorridere. E ai dilettanti che scrivere è un’altra cosa.
L’ottavo motivo per cui 13 Reasons Why non mi è piaciuto è che a un certo punto inizierai a pensare: «Forse si riprende». E invece no. Non sapevano come farlo finire. Questa è la prima cosa che penserai. Quando invece la cosa evidente è che s’è imposta la necessità di creare aspettative per un seguito. Quanti motivi mi mancano? Ecco, cinque.
Non sto affatto menando il can per l’aia pur di rubare tempo, sto solo dimostrando, con una lista di 13 motivi in un post solo, che tredici ore di serie tv sono lunghe come la merda. A meno che tu non sia JJ Abrams, oppure non utilizzi alla grande la linea narrativa verticale. Come in The Big Bang Theory. La lunghezza ingiustificata, era il nono motivo, comunque.
Il decimo è per forza legato a Twin Peaks ma questo, ormai, lo sanno tutti. Dopo Twin Peaks nulla è stato lo stesso. Portare il simbolismo in tv, in prima serata, in Italia addirittura come alternativa alle partite del mercoledì sera, invitando alla visione quelle stesse famiglie che in apparenza potevano essere la famiglia Palmer, fu geniale, folle, ironico ovviamente. Poco importava se molti non avrebbero capito, se il tormentone “Chi ha ucciso Laura Palmer?” sarebbe diventato più importante del vero significato della serie, lui, David, l’aveva fatto. Chi nel tempo si sarebbe occupato ancora di quell’arte un po’ oscura che è il cinema l’avrebbe capito, avrebbe imparato. Avrebbero tutti reagito in futuro al consueto taglio della programmazione per motivi di audience, ispirandosi al suo colpo da maestro: tornare solo per un’inarrivabile conclusione di stagione, che fosse uno sberleffo, uno schiaffo morale. «Non l’avete voluta la terza stagione? E ora beccatevi ‘sti ventisette anni di dubbi.» E invece no, è andata nel peggiore dei modi possibili, perchè le atmosfere cupe, i dettagli distribuiti ad arte, i colori, le frasi-rebus diventate tormentone, erano solo la coperta che, essendo ovviamente troppo corta, faceva intendere che ci fosse altro a cui prestare attenzione. Così invece di concentrarsi fosse anche solo, che ne so, sulla tecnica di far capire una cosa, mostrandone un’altra, hanno preferito ripetere a pappagallo quelle suggestione per far sentire intelligenti gli spettatori che le avessero riconosciute. Si sono svenduti la coperta di Twin Peaks, ma noi no, non ci avranno mai.
L’undicesimo motivo è un fraintendimento generazionale. A quindici anni dicevo, come tutti i quindicenni, che gli adulti avevano dimenticato come è sentirsi a quindici anni. Eccomi qui, ne ho quarantatré, e non solo non l’ho dimenticato, ma voglio credere di essere migliore dei quindicenni del 2017, come in effetti i miei professori erano migliori di me. Così quando ero ragazza io, noi eravamo quelli che dovevano imparare la vita da chi l’aveva iniziata a vivere da più tempo di noi e ora che gli adulti, dal latino, “adolesco” mi “sono già nutrito”, contro l’adolescente che si “sta ancora nutrendo”siamo noi, veniamo dipinti come dementi che non distinguono una storia di stupro da una di cazzeggio. Paranoici, ossessivi, superficiali per di più. Insomma, sono io che sto sempre dalla parte sbagliata, o forse è tempo che si torni parlare di Brenda e Brendon come di quelli che poveretti, devono ancora mangiare qualche chilo di sale?
Il dodicesimo motivo è la scena in cui Hannah si taglia le vene. Non l’ho vista. Un istante prima mi sono coperta gli occhi perchè ero sicura del fatto che l’avrebbero mostrata cruda come è cruda una scena di vene tagliate. Così poi se ne parla, no? Becero.
Infine 13 Reasons Why è una brutta serie tv, perchè nessuna serie tv davvero bella ha bisogno di un hashtag tanto di moda quanto #13reasonswhy. E mi rode un po’ del fatto che l’uso di questo hashtag renderà questa mia recensione, nemmeno scritta tanto bene, più popolare del mio post precedente, in cui ho messo un racconto breve scritto un anno fa, che trovo molto più bello di questi tredici, sporchi, tuttavia ragionevoli, motivi per dire che, no, 13 Reasons Why tutta questa attenzione, inclusa la mia, non la merita.

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18

Mar
2017

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In Convinzioni
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Soluzioni

By Barbara

A me le Rossana fanno schifo anche se sono rimaste solo quelle.

On 18, Mar 2017 | No Comments | In Convinzioni, new, Soluzioni | By Barbara

 Li ho sempre un po’ invidiati io, quelli che amano le Rossana. Che poi secondo me a loro non piacciono davvero. Già dolce, fatta di caramella caramellosa, in più con dentro la crema zuccherosa. Ma per favore. Orsetti gommosi, quelli verdi prima di tutti. M&M’s rigorosamente con la nocciola, meglio se rossi. Il Liquirone e le Goleador. Cocacole frizzanti.  Le Fruit Joy, se proprio non si vuole rinunciare al vintage e tutt’al più una Halls agli agrumi, per stare al passo coi tempi. Ma le Rossana no, fatemi il favore. Un po’ come i pastiglioni alla menta fresca che avevano in bocca la consistenza dell’aspirina americana. Va be’. Comunque, finite tutte le altre, quando nella ciotola sono rimaste solo tre Rossana, in molti dicono di sì, anche se la sera prima stavano dicendo a un amico che piuttosto che mangiarsi una Rossana si sarebbe lasciati morire di fame. Poi invece, in preda all’ipoglicemia, in piena carestia di Big Fruit, se le ciucciano come fossero gommose ai frutti rossi. La vita felice (immaginata) è dei possibilisti e io non lo sono. Non dico felice. No, no perchè? Io sono felice, ma non tutto il tempo, perchè non sono possibilista. Semplicemente quando non ho quel che voglio, come lo voglio, non voglio nulla. Rossana? No grazie. Ma guarda che c’è solo questa eh. E pazienza, farò senza. Insomma sono felice solo quando lo sono davvero. Quando non lo sono, sono normale, ma se mi chiedono “come va?” dico che va di merda. Però lo dico sorridendo, perchè il buonumore non va mai perso. Eppure, Rossana a parte, ho passato una vita ad essere accomodante. Ciao, buongiorno, ma certo, tutto bene, sono d’accordo, facciamolo, come vuoi tu e se ci tieni per te tutto. Ma perchè invece non ho detto più spesso: fanculo no, non mi piace,non mi muovo, tienitela te sta Rossana che a me fa schifo e muoio di fame piuttosto? Me ne sto seduta qua, con le gambe incrociate che non si incrociano mai perfettamente perchè mi fanno male le ginocchia dopo un po’, a guardare fuori la primavera che è esplosa in questo enorme parco che un tempo chiamavo casa. Una prigione dorata in cui mi sono cacciata di nuovo. Maledetta me. Vuoi una Rossana? No, grazie. Poi ti passano una Rossana con la carta blu, ingannevole e fedifraga, e tu dici “ah be’ allora se ha la carta blu”. E invece no. Bocca chiusa a sigillo e dieta per non cedere al richiamo dello zucchero. Perchè per imparare a dire  “no fanculo, neanche se mi ammazzi”, devo pensare insistentemente a quell’unica eccezione della mia infanzia. La missione è aumentare il numero dei limiti invalicabili e fare leva su quel principio che è la sostanza di cui sono fatta io, e anche i miei sogni: l’onestà intellettuale. Le cose sono cambiate quando ho smesso di  desiderare intensamente e mi sono chiesta perchè desideravo. Fai la prova, su. Voglio questa cosa. Sì, ma perchè la voglio?  E diventi potente in un secondo. Niente orsetti gommosi? Pazienza, tanto non è che volevo una caramella, volevo quelli. Rossana o pesce al forno a quel punto pari sono. E’ una gran presa di coscienza. Non è che faccio festa. Anzi, c’è grande soddisfazione nel dire che sto di merda. Fredda come il marmo sono. Muta come un pesce divenni. Immobile come un sasso mi trovarono. No no no. Anche se intorno a me, in una malconcia posizione di Buddha, uno scroscio di carte di caramelle rosse impedisce ai miei pensieri di fluire. Mi scusi non ho il resto.  Le do anche 400 caramelle “. “in cartone?!?” “no!… sciolte…”. Tenga pure il resto, e tanti saluti.

05

Feb
2017

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In Convinzioni
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By Barbara

La La Love ovvero «Vorrei che ci si potesse amare»

On 05, Feb 2017 | No Comments | In Convinzioni, Senza categoria | By Barbara

Ma il Magico Accordo è un’illusione. Sai Hubbell, con gli anni sono diventata sempre più certa delle cose di cui sono certa, eppure qualche bugia continuo a raccontarmela. Sono K-Katie, e anche Jimmy, ma oggi mi chiedo se mai potrei essere Seb. E’ un talento quella volontà di amore che trascende ogni altra urgenza. E io quel talento non ce l’ho. Facciamo ordine, adesso che il puzzle è completo.

jimmi_hubbel_seb

La La Land è arrivato a conferma dell’unica soluzione che ho sempre considerato plausibile: se sei così la resa è inevitabile, ma c’è un universo in cui le cose sono andate diversamente e solo lì quel Magico Accordo continuerà a suonare indisturbato.

 

08

Gen
2017

In Blog
Radio

By Barbara

La mia intervista a Viviroma Magazine

On 08, Gen 2017 | In Blog, Radio | By Barbara

Grazie a Federica Elmi per la sua bellissima intervista per ViviRoma Magazine di Dicembre 2016
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14

Nov
2016

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Senza categoria

By Barbara

In My Secret Life (Ode To Leonard Cohen)

On 14, Nov 2016 | No Comments | In new, Senza categoria | By Barbara

Qualche volta mi metto per gioco a contare le canzoni che conosco. Perdo sempre. Nel senso che mi fermo alle prime dieci che mi vengono in mente, ci faccio una playlist su Spotify e poi penso a una trasmissione per la diretta in radio. Quando non esisteva Spotify, ci facevo un cd. E prima ancora una cassetta. E’ solo il mezzo che cambia, credetemi, a noi deejays, non ce ne frega niente del tempo che passa e della tecnologia che avanza: abbiamo sempre un cuore di pezza, che continua a scucirsi perchè a volte si gonfia a dismisura. Che strano lavoro, questo nostro. E’ un segreto continuo. La verità è che io non voglio lasciare l’Italia per non dover imparare a fare questo lavoro in un’altra lingua, perchè non c’è nessuna lingua come l’Italiano. Puoi dire una cosa e significarne un’altra, celare un segreto eppure sembrare trasparente come l’acqua. Alcuni amici che fanno questo lavoro mi capiranno. Ci intendiamo. Ognuno conosce i segreti dell’altro solo dall’ascolto delle canzoni scelte, o dalle frasi pronunciate tra un disco e l’altro. Ognuno però, per un tacito accordo, si fa i fatti propri, anche se qualche volta ci mettiamo a vicenda quei like su facebook che significano “Io lo so ma non lo dico a nessuno”. Anni fa erano una pacca sulla spalla, non cambia mica nulla. In questo continuo lavoro di segreti nascosti ci sono tre canzoni d’amore che spiegano il mondo, secondo me. No, non è vero, sono molte di più. Ma queste tre sono le conversazioni che uno col cuore di pezza fa con se stesso in alcuni momenti fuori dal tempo. I momenti fuori dal tempo non capitano tanto spesso. Per fortuna, forse. Perchè quando ti capitano ti cambiano talmente tanto la vita che poi il resto del tempo ti sembra per sempre inutile. E’ come quando stai facendo una cosa importante e all’improvviso tutto si ferma e rimani da solo col mondo immobile intorno a farti domande strane e a guardare come se non avessi mai visto.
La prima è una canzone di Tom Waits che si intitola I Hope That I Don’t Fall In Love With You. Una volta discussi con Ghè, che è un grande autore: lui diceva che per me i testi delle canzoni contavano troppo. Ma poi quando parlammo di questa canzone lui fu d’accordo con me. In quella canzone Tom Waits nella mia testa fa il barista. Uno così o suona il piano o fa il barista. Diciamo che suona il piano, ma per me fa il barista. La cosa certa è che lavora in un locale. E in quel locale con lui lavora una ragazza che forse serve ai tavoli. L’intimità che si crea tra quelli che lavorano insieme in un locale, e si ritrovano a parlare e bere e giocare a carte insieme prima della chiusura è un’intimità senza speranza. Ci si innamora per forza. Il mondo fuori diventa piccolissimo. Poca gente, poco rumore, tante luci e sogni lucidi. Gli spazi si allargano, le parole diventano pesanti, si dice solo il vero, si mangiano cose piene di calorie, si crede a tutto e si immaginano mondi bellissimi. Non so come è che succede, ma succede così e dopo qualche tempo tra un locale e l’altro, quando capisci come funziona il gioco, e dopo aver ricominciato daccapo mille volte, arriva un momento in cui, seduto su uno sgabellino, in un angolo dici a te stesso, guardando verso di lei “Spero solo di non innamorarmi di te”. Però è già successo, è già tardi. Ecco, quella canzone è quel momento. E se io ci ripenso adesso, quell’attimo in cui speri di non esserti innamorato di una persona, anche se sai che quando tornerai a casa ci penserai, e ti metterai nel letto e sorriderai per quella cosa che ha detto, sapendo che era per te e solo per te, ecco quel momento è tutto, e io vivrei altre venti vite solo se mi dicessero che in ognuna di quelle ci sarà almeno un momento così. E Tom Waits ci ha scritto una canzone. Beato lui. Ho sempre pensato sì, beato lui, che l’ha vomitato in una canzone quel pensiero e non ci deve sempre tornare ogni tanto, riascoltandola, come faccio io.
La seconda canzone che spiega il mondo l’ha scritta naturalmente Bob Dylan, ed è If You See Her, Say Hello. Bob Dylan mi sta tantissimo antipatico e a quella storia che dice che è morto tre volte e ogni volta è stato rimpiazzato da un sosia diverso, io ci voglio credere, perchè non posso credere che uno così antipatico abbia potuto scrivere una cosa tanto bella. E’ la canzone che ti canti quando pensi che lei se ne è andata perchè è colpa tua, e che ha fatto bene ad andare via, ‘ché almeno lei s’è salvata, e che quella separazione ha salvato pure te. Ma in cuor tuo speri che lei stia di merda e stia soffrendo senza di te. Speri che qualcuno gli dica che t’ha incontrato e, anche se a quella persona dirai “Falle credere che non mi manca affatto” ti farai un film su come le racconteranno di te e magari lei sospirerà. Tanto a te che t’importa? T’importa, maledetta. Il punto è questo, ed è l’unico punto che abbia mai contato al mondo: ci sono persone che stanno insieme per sempre, anche se si lasciano, anche a mille miglia di distanza. Quella cosa delle separazioni e dei matrimoni con altri, e poi la vita che passa, e gli acciacchi e cento figli, lavori diversi, uno ricco e uno povero, o uno nero e uno bianco, insomma tutto questo semplicemente non è importante. Arriva qualcuno che c’era da sempre, ci parli mezz’ora, poi cammini un po’ e ti racconti la vita, fai l’amore o anche no, tanto è lo stesso, perchè ti riconosci la pelle l’uno nell’altro e non è che te lo spieghi, è un assioma, è solo così. Poi va via, ma continua a esserci. E non c’è nessuna possibilità che di quell’alchimia ti sia accorto solo tu e lei no. Così in isolati e solitari moti di ribellione nei confronti di un Dio, la cui esistenza è provata già solo per il fatto che deve pur esserci un forza superiore che ha pensato tale beffa , altrimenti non si spiega, ti dici che sei solo tu a pensare a lei e che speri stia bene. Quante balle, tutte in un’unica, sola, meravigliosa canzone. Maledetta di nuovo. Lei e la canzone.
La terza e ultima è il motivo di questo post.
L’ha scritta Leonard Cohen che ha scritto molte canzoni bellissime prima di questa, che è del 2001 e si intitola In My Secret Life.
L’altra mattina quando ho letto della sua scomparsa mi sono molto commossa, più che per la sua assenza, motivata comunque dall’età, per il suo saluto al mondo, un po’ come Bowie aveva fatto qualche mese fa. Avevo letto in radio un’intervista in cui presentando il suo disco aveva detto che davvero si trattava di un saluto, che era arrivato il suo momento e che quella era un po’ un’elegia a se stesso. Forse la vanità ci salverà più che la bellezza? Ci ho pensato, perchè sia lui che Bowie non hanno voluto che fosse qualcun altro a salutarli, ma giacché c’erano hanno fatto un gesto del tipo “Scusa, non conosco nessuno che sappia farmi il discorso funebre come me lo farei io, quindi: eccolo.”
Giusto.
Se muoio stanotte, per colpa di questo sushi che ho sullo stomaco, facciamo che questo post è il mio saluto al mondo e che la mia canzone sarà If You See Her, Say Hello.
Ma se avrò invece tempo per ancora far finta che sia in un modo diverso da come alcuni giorni sono, suonerò ancora questa In My Secret Life. E’ la canzone della soluzione, io credo. Mio cugino Johnny, che amo molto, mi ha insegnato tempo fa una cosa: “Devi fare come se”. Quando la vita non è esattamente come vorresti tu, devi fare come se lo fosse. Nel cuore di pezza ricucito, custodisco una vita parallela, una vita segreta, in cui alcune cose sono andate diversamente da come ricordo. In questa vita segreta a volte ho tempo per sedermi sulla spiaggia, per ridere come facevo in quei giorni che non dimentico. Per essere ancora la bimba piccola di mio papà. Nella mia vita segreta ci sono tante cose di me che ora non mostro più. Ognuno, io credo, ha diritto a una vita segreta. Per questo non dirò di più e solo la suonerò domani in radio.
Poi magari un collega metterà un like alla playlist e io saprò che è anche un po’ la sua.
Ma, giuro, non lo dirò a nessuno.

In my secret life
In my secret life
In my secret life
In my secret life
I saw you this morning
You were moving so fast
Can’t seem to loosen my grip
On the past
And I miss you so much
There’s no one in sight
And we’re still making love
In my secret life
In my secret life
I smile when I’m angry
I cheat and I lie
I do what I have to do
To get by
But I know what is wrong
And I know what is right
And I’d die for the truth
In my secret life
In my secret life
Hold on, hold on, my brother
My sister, hold on tight
I finally got my orders
I’ll be marching through the morning
Marching through the night
Moving cross the borders
Of my secret life
Looked through the paper
Makes you wanna cry
Nobody cares if the people
Live or die
And the dealer wants you thinking
That it’s…

27

Ott
2016

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In Esperienze
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By Barbara

Rimorso!

On 27, Ott 2016 | No Comments | In Esperienze, new | By Barbara

La vita non è perfetta, le vite nei film sono perfette. Ecco una storia imperfetta: facevo radio da pochissimo tempo e siccome al tempo i corsi per diventare conduttore radiofonico non c’erano e si imparava prendendo i calci da colleghi e ascoltatori, non ero capace. O meglio: non avevo quel talento naturale che hanno alcuni in dizione, impostazione della voce e intonazione, in più di tempi radiofonici non sapevo niente. Ma ero più simpatica di adesso. Non c’erano i social, dove tutti sono amici di tutti, e così presi un indirizzo email e scrissi a un conduttore già mediamente affermato per un consiglio. Mi rispose che la radio era un’altra cosa da quella che facevo io, che dovevo studiare ma che probabilmente quell’impostazione così necessaria per fare quel lavoro non l’avrei mai avuta. « Però “sei carina”, prova in altri campi. Hai un’idea vecchia e romantica, che suona un po’ “popolare” e troppo confidenziale… anzi, scommetto che ti piace il film Radiofreccia.» Touchè. Decisi che forse in qualcosa si sbagliava. Non dimenticherò mai quelle parole così insipide. O meglio, adesso capisco quanto lo fossero, al tempo mi ferirono. Non so bene come ma ho imparato quelle cose così difficili da imparare, tanto che i provini più importanti della mia vita sono persino andati malissimo perchè ero troppo poco “confidenziale” e troppo precisa. Però ho lavorato molto. Lo dico sempre: la vita fa ridere. Radiofreccia in tutto questo tempo è sempre stato il mio film preferito, sì. Ma ho trovato estremamente rassicurante poter fare questo lavoro senza dover intaccare di un centimetro quel mio solido totem. Come un segreto prezioso da custodire, che non è che dai via così.
La maschera da Mary Poppins, se sei Freccia te la puoi mettere. Ma il punto è che se sei Mary Poppins, Freccia non ci diventi.
In un mondo crudele dove tutti per anni hanno gridato al miracolo ogni volta che sentivano cinguettare Mary Poppins, improvvisamente va di moda essere Freccia.
Mi sta un po’ sulle palle ‘sta cosa, ma se ci penso bene, fa più ridere che altro. Per fortuna “sono carina”, e il grande vantaggio in questo è quello di sembrare anche scema. Così è più facile continuare a essere se stessi, mentre il mondo intorno, che è un brutto mondo, fa i suoi giri. Io delle mie canzoni mi fido ancora adesso, credo davvero che non puoi sapere un cazzo della vita degli altri e quelle come me sposano sempre Ilaria. O la versione maschile di Ilaria, che si fa i fatti suoi e nelle cose di radio non c’entra perchè sa che sono cose grosse.
Ah, e il Rimorso l’ho passato tempo fa. Che se ce l’avessi ancora, questa sì sarebbe stata una grossa occasione.

16

Ott
2016

No Comments

In Convinzioni
Soluzioni

By bellatrix74

Sì, ho paura del buio. E non è vero che non è per sempre.

On 16, Ott 2016 | No Comments | In Convinzioni, Soluzioni | By bellatrix74

Ecco come stanno le cose: non è più tempo di farsi delle illusioni.
Andava ripetendo tra sé.
Ora, a parte il fatto che io non mi faccio illusioni, piuttosto vaglio molteplici possibilità, questa storia che ripeto le cose a me stessa deve finire. Sono grande, è ora che la smetta di rimproverarmi per cose che non posso cambiare. Mi sono abituata a questa mania del controllo e poi il primo segno di guarigione dalle nevrosi è avere consapevolezza di esse. Mi piacciono le mie nevrosi, le amo persino. Le vorrei, se non le avessi già. Sono piccola, ho diritto a tutte le nevrosi che voglio. E che nessuno mi rompa le scatole. Va anche bene se a puntare il dito contro di me sono le persone buone, oltre me stessa, ma che adesso addirittura io abbia scoperto che esistono i cattivi e che debba sopportare il loro sudiciume, no eh, mi pare troppo. Sì, io ho paura del buio e quando dormo sola tengo la lucetta accesa. E per sempre ascolterò la musica mentre dormo, per sempre. E siamo due a zero per me. E’ il momento della verità e del cinismo e io sono così cinica che quando ieri mi  è diventato il cuore duro come una pietra, in quella sensazione che m’era capitata solo altre quattro, cinque volte, mi sono detta: “E’ proprio strano come succede, ed è bellissimo quel freddo che s’impadronisce di te”. Io so chi sono: sono cresciuta in provincia, in una casa molto grande con tante persone. Due fratelli hanno sposato due sorelle, quattro nonni, sette tra cugini e fratelli, gli amici al muretto, le feste in casa, il Natale coi biscotti e la spesa con nonna il sabato mattina. La prima volta con il mio primo amore, i voti alti, i genitori insieme per una vita. Se la mia non fosse stata una famiglia comunista e matriarcale sarebbe sembrata quella di Seven Heaven. Ma era veramente così comunista che alcuni, come mio nonno e mio padre, hanno preferito lasciare questa terra pur di non vedere il governo Renzi. Io sono uscita dall’eremo a ventitré anni e sono stata la scema del villaggio per un bel po’. La prima volta che ho avuto a che fare con chi mi accusava di buonismo credevo che scherzasse. Ma che è sto buonismo? Io nel mulino bianco ci ho vissuto davvero e se qualcuno ne volesse la prova… be’, il mulino sta ancora là eh, e chi ancora ci vive chiede il permesso persino a Rosina per prenderle le uova ogni mattina. Fa ridere, io faccio ridere. Facevo. Ho ancora paura del buio e per sempre ne avrò. Perchè il buio mi confonde, non mi fa vedere le cose come sono realmente. Ma oggi sono diventata un po’ più cattiva, quel tanto che basta per capire cosa non sarò mai. Mi viene da vomitare davanti alle serpi. Cammino e ne incontro ovunque. Le vedo belle con gli occhi grossi e le ciglia che fanno vento. Mi spaventerebbero se non conoscessi i loro obiettivi. Le serpi vanno dove non vado io, cioè ovunque ci sia sole.
Senti, tu, vaffanculo.
Sono vent’anni che mangio il sale e non ho mai pestato un callo a nessuno. Non venire a pestare i miei solo perchè pensi io sia distratta, ché è tempo per me di dirti che non è per sempre. Non è per sempre quell’illusione di vittoria. Perchè tu non sei abbastanza. Devi sperare che vada male a me perché vada meglio a te. Quanta tristezza. Quindi sì, io ho paura del buio, sono un po’ ingenua, credo nel paradiso dei buoni, e studio molto per avere risultati. Non ho mai fatto favori sessuali e quando me li hanno chiesti non li ho capiti. Pensa. A me non importa di andare in un posto qualunque dove vuoi andare tu, anzi, quando vedo un nido di vespe lascio che si pungano tra loro, chè io ho altro da fare. Il talento è una schiavitù perchè se come me ci sei nato, con il talento, senti di dovergli portare rispetto. Ma lui ti ripaga. Sai come? Ogni giorno al risveglio è lì a suggerirti nuove idee. Tu potrai copiarne quante ne vuoi. Io ne avrò sempre di nuove e migliori di ieri, da metter in opera lontano, lì dove non dovrò sentire la tua puzza.
Agli altri, buona vita.
E che ognuno si faccia i cazzi suoi, ‘ché io Rosina l’ho vista pure incazzata e non era una presenza piacevole. Ciao.

02

Lug
2016

No Comments

In Esperienze

By bellatrix74

La vera storia dei pimientos ibicencos.

On 02, Lug 2016 | No Comments | In Esperienze | By bellatrix74

2016-06-28 17.32.43

Non è una scoperta il fatto che lì dove la natura abbia dato il meglio di sè, l’uomo si sia impegnato a dare il peggio. Così Ibiza, el paraìso del mundo, è del tutto simile al peggior girone dantesco nei tanti luoghi, del territorio e dell’anima, in cui quella natura meravigliosa ha perso, schiacciata dal peso della barbarie. I barbari, apparentemente estranei agli equilibri dell’universo, eppure in esso previsti e forse necessari, incedono veloci dalla costa fino al cuore dell’isola e, anno dopo anno, la consumano di sogni di plastica venduti a caro prezzo. La vacanza di chi ancora approda qui per l’alone di mistica energia che riesce ad avvertire, è una vacanza difficile perchè vissuta alla continua ricerca della preziosità sempre più sepolta, mai tuttavia pentendosi di aver accettato la sfida a ogni nuovo avvistamento di bellezza, anche fortuito. Oggi io ho trovato questi pimientos e l’isola m’ha parlato. Aspetta, devi sentire la storia prima di ridere della mia scoperta. Dopo tre giorni in un qualunque posto di mare, chiunque si rompe un po’ le palle: mare, mare bello, tramonto, tramonto, cena, paella, tramonto, sangria e vestiti di cotone bianco. Io no. Come un monaco tibetano, immobile davanti al mare per ore, con la musica nelle orecchie mischiata alle onde, io sono felice. Ricarico le pile e quando dalla contemplazione torno alla vita, riesco poi a non fermarmi per mesi. Ora, questo a Ibiza è possibile. Anzi, la carica dura molto di più perchè qui è tutto amplificato. Quando scendendo nelle cale sperdute trovi il punto di blu più bello e più isolato non è solo emozionante: è paralizzante. Quando vedi il sole rosso sulla linea dello stesso orizzonte di Es Vedrà e non ci sono altri esseri umani a parte te, non è meraviglioso: è commovente. Quando sali a piedi tra i sentieri dell’entroterra e scopri tra le conifere quelle piccole farfalle blu che popolano distese di limonyum cresciuto selvaggio dove la terra è più brulla non pensi solo allo splendore, alla magia piuttosto. Ma è faticoso. Potresti capitare a Sant Antoni solo per fare benzina e senza accorgertene finire nelle vie del centro di sera, in un quadro di terrore, sgomento e  non tanto vago odore di birra, vomito, piscio e forse morte. Mentre fuggivo senza dare nell’occhio, dopo aver per caso ascoltato l’esortazione del sosia di Gary dei Take That, quando era ancora ciccio, “ok guys, let’ fight. Have fun!”, ho pensato che forse mi avevano sparato e l’odore di morte fosse colpa mia. Per fortuna no. E per fortuna dopo pochi chilometri mi sono ritrovata stesa tra i cuscini sulla spiaggia a guardare il cielo stellato più bello mai visto. Quindi Ibiza devi amarla proprio tanto per andarci in vacanza. O devi odiarla, magari. Ma io la amo e qui mi ci sento così a casa che ho fatto un po’ la sbruffona e mi sono meritata i pimientos di cui ancora non sapevo nulla. In quel posto scoperto per caso qualche anno fa, nascosto tra le cale, a pranzo servono la parillada libre, libera, a mo’ di sfida: «Più ne vuoi, più te ne porto». Tu penserai di batterli ma loro vinceranno sempre, perchè ti porteranno quella un po’ più grassa che ti sazierà subito e non ne chiederai ancora. Insomma dei furbitos ibicencos. Oggi però è stato diverso. Non avevo altra ambizione che mangiare. La caccia alla cala illibata ci aveva stavolta davvero stremati e avevamo sfidato, con successo,  la ripida scoscesa qualche chilometro dopo Cala d’En Serra. Seduti nel portico avevamo atteso birra fresca e parillada, ma ci aveva accolto stavolta una signora di mezz’età che potrei descrivere così: vigorosa, probabilmente harleysta, scattante, un po’ hippy, supersorridente, evidentemente più “furbitas ibicenca” degli altri mai incontrati prima nell’isola. Forse ha capito che avevamo scalato la cime dell’impossibile ricerca della meraviglia. Forse semplicemente le stavamo simpatici. Così senza saperlo ho fatto la richiesta magica. Anni di vacanza in Mexico mi hanno convinto della mia forse lontana discendenza azteca perchè io e i pimientos andiamo d’accordissimo. Più di quanto riescano ad osare i messicani stessi: crudi, assoluti, come spuntino. Portatemi un pimiento vero e vi solleverò il mondo. Ma che a Ibiza ce ne fossero di autoctoni così importanti m’era sfuggito. Stupida, presuntuosa, ignorante me. Alla nostra nuova amica la domanda “¿tienes de pimientos?” deve essere sembrata uno scherzo. Mi ha risposto che probabilmente ne era rimasto qualcuno in cucina, ma non ne era certa, ‘ché la mia era una richiesta un po’ strana. Chissà se a Ibiza ci sono i pimientos. Pensavo. Viso sorridente il mio quando mi ha portato un piattino con tanti peperoncini colorati. Uno strano ghigno sul suo volto.

Dopo l’immagine di quel ghigno ricordo di aver pensato “uh che fortuna, ne erano rimasti un po’ in cucina” e poi… solo l’euforia, il caleidoscopio, il calore diffuso e il senso di smarrimento. Mai mai mai avrei creduto. Mai. Ma quali funghetti? Fatevi portare i peperoncini ibicenchi se ne avete il coraggio! Quelli rossi tondi, mi pare di ricordare. Forse,  dico, perchè ne ho immagini confuse. Li ho mangiati tutti. Ma ci sono volute due parillade e lei, felice come poche altre volte devono averla fatta sentire degli stupidi turisti, ci ha portato la carne migliore, cotta a puntino, quella riservata solo ai coraggiosi, e m’ha strizzato l’occhio, se ricordo bene. Se.

Non so nulla di Ibiza. Ora certo ne so un po’ di più, ma non ancora abbastanza. Ho anche imparato una grande lezione. Da sempre mi dico che il modo migliore per affrontare la vita è camminare nelle scarpe di più persone possibili, prima di dare giudizi di qualunque tipo. Ora ho capito che è importante non solo camminare nelle loro scarpe ma anche percorrere le loro strade. Saremo sempre turisti in un posto che non è casa.

Anche perchè se Ibiza fosse casa, non farei la radio probabilmente, coltiverei pimientos piuttosto. E aspetterei turisti presuntuosi per prendermi gioco di loro.
E invece no: li farei sott’olio e li lascerei agli angoli dei vicoli a Sant Antoni, per punire i festaioli che hanno ridotto quest’isola un inferno.

Pace e amore. Torno a casa va’.

 

12

Apr
2016

In Blog
Radio

By Barbara

“Se la Radio è sempre più rosa…”

On 12, Apr 2016 | In Blog, Radio | By Barbara

F – Cairo Editore, N.15 – 13 aprile 2016:  sei donne di radio, inclusa me. Di Francesca Galeazzi
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11

Gen
2016

No Comments

In Convinzioni

By bellatrix74

Funk To Funky

On 11, Gen 2016 | No Comments | In Convinzioni | By bellatrix74

blackstar

Tu sei lo spettatore, ti pigli l’arte così com’è: una risposta. Lo sei anche quando è la tua. Insomma quando sei lì, con la maschera, il costume il trucco e tutto il resto, sei anche fuori da lì, sei anche quello in prima fila. Sei quello che è arrivato per primo. Hai visto le prove, hai visto prima delle prove e prima ancora di pensare che le avresti fatte. E quando eri quello seduto sulla panchina illuminato dall’idea eri già anche quello seduto in prima fila durante lo show. La prima volta capita per caso, credo. E a tutti. Mentire, far finta, raccontare una storia, disegnare croci e cerchietti all’asilo. La differenza sta nel ricordo. Quando da spettatore lascerai l’artista cuocere nel suo brodo, tornerai a casa, camminerai, mangerai, parlerai, sorriderai e berrai il caffè, potrai pensare ai compiti da fare, alla telefonata che stai aspettando, a fare il bucato, oppure potrai riflettere sull’accaduto. Ma ero proprio io? E quella sensazione di essere in me e fuori da me, era reale? Se ci rifletterai, anche solo per un secondo, ti chiederai cosa ne è stato di te in quell’infinito istante di perfezione creativa e allora non ci sarà punto di ritorno. Troverai in quella misteriosa esperienza d’ubiquità la risposta a ogni nuova domanda. E saranno, dal bambino all’adolescente, sempre domande diverse. Chi sono io? Perchè mi batte il cuore? Cosa voglio diventare? Che colore è questo? La risposta sarà sempre il palco. Lì, perfezionando ogni giorno di più la tecnica, troverai nuove e bellissime risposta per il te stesso spettatore. Che il resto del pubblico possa solo intuire la domanda non sarà importante se resterà comunque toccato dalla bellezza delle tue risposte. Prenderai gli applausi, un bell’inchino e tornerai a parlare con la gente, a preparare la cena, a fare la fila alla posta. Poi, un giorno, mentre aspetterai l’autobus, o durante una birra con gli amici, o sbucciando una mela avrai una domanda nuova. Cercherai quel pagliaccio d’artista e stavolta gli chiederai della morte. Cosa succede quando si muore? Scrollerai le spalle e darai un calcio al sasso davanti a te, continuando a farti i fatti tuoi. Oppure continuerai a pensarci , alternando la curiosità dello spettatore alla necessità di quell’altro sul palco di sorprendere con una risposta. Ci penserai ancora, e ancora. Quella sarà l’unica domanda che avrà mai avuto importanza nella tua vita, e capirai che mai, non ce n’è stata mai una diversa, che dal primo giorno è solo quella a cui hai voluto trovare risposta. Accetterai la sfida e questo farà di te un uomo diverso dagli altri.

E ora cosa posso raccontarmi? Voglio sapere. Conoscenza. Scienza. Tenetela per altri quell’inganno chiamato fede, non per me, non per il mio impeto creativo che tutto puo’. Qualcuno, qualcuno deve pur sapere. Chiederò, studierò. Io saprò dire e saprò spiegare. E troverò un nuovo lessico, una grammatica usata o abusata da scienziati e stregoni. E il trasformismo non sarà che un espediente nel fare e disfare, nel dire che io, il riflesso di Narciso, e il mio spettatore attento, Narciso stesso, potremo esser questo e quello, nascere e morire, ogni giorno in quel percorso circolare che ferma il tempo, fino al giorno in cui la risposta ci sarà. Un altro da me. Un mago. Un astronauta. Un triste pagliaccio. Un significante sempre diverso per uno stesso significato. E nel consumarsi infinito dell’interpretazione, non ci accontenteremo di altro se non della bellezza. Quell’intuizione divina che è verità. E poi, quando la polvere tornerà alla polvere, e il funk al funky, sarà chiaro anche per gli altri che non era inutile il tempo perso a giocare col Maggiore Tom. Che era tempo fuori dal tempo e che, fino alla fine, nel tentativo di spiegare la morte, l’avrò sconfitta.

Credo sia questo.
E non ho giudizi di valore sull’uomo.
Sono nel pubblico, seduta accanto al suo spettatore preferito, se stesso. Lo guardo mentre, in piedi, applaude in silenzio, finalmente, per una risposta così completa, così meravigliosa, così perfetta, da lasciar sperare il mondo che non ci sia mai stata davvero, per evitare a tutti noi, miseri Narcisi o uomini comuni che fuggono quella domanda, un confronto scomodo a cui aspirare.
Nessuno, ha mai potuto più di quel che David Robert Jones/Major Tom/Ziggy Stardust/Aladdin Sane/The Thin White Duke/The Man Who Fell To Earth/Pierrot/The Goblin King/The Regular Dude/The Outsider/The Next Day Man/Lazarus ha potuto, alle prese con una risposta così impegnativa.
Alla fine ha vinto lui. E nulla più puo’ esser detto.

11

Gen
2016

In Blog
Radio

By Barbara

Funk To Funky

On 11, Gen 2016 | In Blog, Radio | By Barbara

Tu sei lo spettatore, ti pigli l’arte così com’è: una risposta. Lo sei anche quando è la tua.
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20

Ott
2015

No Comments

In Esperienze

By bellatrix74

Il lato oscuro della Forza

On 20, Ott 2015 | No Comments | In Esperienze | By bellatrix74

darth

La Forza è: l’odore del caffellatte appena sveglia nel primo giorno delle vacanze di Natale; l’acqua calda sotto i piedi nudi, giocando nei pomeriggi d’estate a stare in equilibrio sul muretto del viale, mentre mamma e zia innaffiano il giardino; restare svegli più a lungo il sabato, ma solo dopo aver fatto il bagno e aver messo il pigiama; aspettare la domenica mattina che arrivino Massimiliano e Michela; il colore verde scuro del trifoglio alle otto di sera nel mese di luglio, mentre appesa con le gambe a cavallo di un ramo, dondolo a testa in giù guardando il sole; dormire tutti insieme in camera di Cinzia; fare lezione d’inglese vestiti come gli indiani e seduti in circolo; aprire gli occhi e capire dal silenzio nella stanza che fuori c’è la neve; annoiarsi qualche volta; lavare i capelli a tutte le bambole e poi stenderle al sole; fare la lotta sul tappeto; imparare a usare il videoregistratore e fare le votazioni per decidere cosa vedere; fare i compiti solo a metà; mettere le calze pesanti bianche; avere la febbre e restare a letto a guardare la tv; ascoltare la musica con le cuffie grandissime insieme a papà; giocare alle olimpiadi sul Commodore e perdere sempre; giocare a palla avvelenata e perdere sempre; giocare a quel gioco inventato che Massimiliano aveva chiamato Palla a Uovo in omaggio alla testa di Michele, e perdere sempre; giocare a nascondino “buione buione” dicendo a Valentina, di anni cinque, che deve contare fino a cinquecento prima di cercarci; immaginare di girare un film e fare il “ciak” con una lavagnetta e un legnetto; aspettare che zio porti dentro la legna per vedere come si accende il fuoco; il coro dell’Antoniano prima dei cartoni animati; andare a fare spese con mamma, solo io e lei; invidiare mio fratello perchè papà lo porta a vedere il Ritorno dello Jedi; puntualizzare che non esistono cose da femmine, e voler fare anche le cose da maschio; fare le cose da femmina con Cinzia e Valentina e dire a Michele che lui non può farle; cucinare insieme a mamma, ma con delle pentole piccole dove come per magia, appena mi giro, compare del sugo già cotto; scrivere una petizione firmata da tutti e portarla a nonna dicendole che deve togliere i pomodori da lì e farci costruire una piscina; fare la torta e imburrare la teglia mentre fuori è già il tramonto anche se sono solo le sei; sedere sul divano e non toccare a terra coi piedi; aspettare la telefonata per sapere se è nato Marco; diventare cinque dopo essere stati quattro per tutto quel tempo; stare seduti dopo pranzo sotto l’albero di castagno con nonno che ci racconta di come si fa a prendere la volpe; sperare che per cena ci sia il pollo al forno; fare la conta; risolvere le espressioni con le parentesi graffe; guardare Fantastico il Sabato e Discoring la Domenica, dicendo “io voglio fare quello”, senza sapere bene cosa fosse “quello”, ma averne più o meno un’idea.
Il lato oscuro della Forza è: ricordare tutto questo, e soffrire un po’, ma poco.
A Natale uscirà il nuovo Star Wars.
Non avevo sentito così tanto male, da quando papà non c’è più, come oggi, guardando il trailer.

17

Lug
2015

In Blog
Music

By Barbara

Panta Rei

On 17, Lug 2015 | In Blog, Music | By Barbara

Oggi è uscito il disco che mi salverà la vita. L’ho aspettato senza saperlo.

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24

Giu
2015

No Comments

In Esperienze
Senza categoria

By bellatrix74

In uno strano periodo della mia vita…

On 24, Giu 2015 | No Comments | In Esperienze, Senza categoria | By bellatrix74

DSCN0405Diventavo un albero, una volta a settimana.
Mi avevano consigliato la teatroterapia per risolvere i problemi con me stessa, così, io e me stessa,  ne abbiamo parlato un po’ e poi abbiamo iniziato a seguire un corso in cui imparavamo a rotolare, a saltare, a camminare a respirare e infine a raccogliere le forze per diventare  albero. Io sceglievo sempre un albero strano, tanto che l’insegnante mi chiedeva perchè  non riuscissi mai a decidere che forma dare ai miei rami. Le rispondevo che era colpa di me stessa, che lo voleva bello e affascinante, eccentrico e ammirato, con la chioma tonda e ricca, un albero che andasse in tv. Questo ci faceva perdere un sacco di tempo e andava a finire che mentre gli altri del corso si godevano l’aria fresca della sera tra i germogli dei loro rami, noi, in bilico e senza radici, non riuscissimo neanche a capire se fosse inverno o primavera, se avessimo bisogno d’acqua, se fosse di qualche utilità la nostra presenza nell’ecosistema. Il corso è finito prima che io e me stessa potessimo scendere a patti. Il tempo è passato e io ho guardato il panorama da tente stanze, studiando gli alberi intorno alle colline e quelli dei giardinetti di periferia, imitandone le forme nel tentativo di cercarne una mia, sempre convinta che sarei stata un buon albero solo quando i passanti mi avrebbero notato. Mi sono arrabbiata e ho scavato presuntuosa la terra, facendomi sanguinare le unghie, urlando che non era giusto che non ci fosse posto per me.

DSCN0403
Stasera ho ritrovato questa foto, di quella volta che mi sono imbattuta in questo albero qui, in un parco che sembrava lontano dal mondo.  L’ho toccato. Tutti lo toccavano. Tutti scattavano foto. L’albero firmava autografi. Io ho chiesto a me stessa se davvero quello lì fosse migliore di altri, se fosse più felice, più sano, se avesse radici forti. Le ho chiesto se riuscisse a distinguerlo dagli altri che la mano paziente dello stesso giardiniere aveva scolpito tutti uguali e se davvero l’intenzione di quell’albero lì era di essere così.
Me stessa è stata finalmente zitta e io, ho ripensato alla fatica dei miei rami che in questi anni, senza che io potessi accorgermene, hanno preso la forma che volevano, che già c’era forse.
Non posso dire di me stessa che fosse stupida.
Posso dire solo che fosse giovane.
Ma è stato divertente capire cosa non andava, è stato divertente capire cosa voglio veramente, cosa davvero conta per essere felice.

Non è il successo, ma il sorriso. Le radici, la virtù, e i fiori a primavera per i passanti.

03

Giu
2015

No Comments

In Convinzioni
Senza categoria

By bellatrix74

Il giorno di mai.

On 03, Giu 2015 | No Comments | In Convinzioni, Senza categoria | By bellatrix74

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Diventa il giorno di oggi senza che nessuno t’abbia avvertito. Se ne era parlato per un certo periodo, tra i farfugliamenti notturni col soffitto. Sarebbe potuto arrivare, sì. Ma poi non c’era stato e pace. Life goes on, ch-ch-changes e bla bla bla. Mi piaceva scrivere. Più ci ripenso e più mi piaceva. Poi ho smesso. Mi piaceva anche inventare storie con dentro almeno un amore, un fenicottero e una canzone. Ero felice solo se inventavo una storia nuova al giorno. Non dovevo scriverla per forza, mi bastava inventarla e sognarci un po’ su per farla diventare un’altra cosa. Una playlist, una trasmissione, un lavoro, una radio, un algoritmo. Un coso qualunque che avessi fatto io. Ci pagavo le bollette appena, con quel qualunque coso avessi inventato. Valeria mi diceva sempre che per me funzionava come per il protagonista di quel monologo che aveva portato a teatro. C’è chi per non morire crea. Poi a un certo punto, da qualche parte, devo essermi stancata. I debiti, le delusioni, i fallimenti, la malattia di mio padre, mai tempo per amici e amori, la confusione. La vita reale che improvvisamente riesce  a farsi sentire anche da te, che non hai mai risposto al telefono a nessuno proprio per paura che fosse lei. Così dici basta. E dicidi, come io ho deciso, che è tempo di fare le cose facili, quelle che non si pensano, quelle che si fanno e basta. Non è che non sei più tu, solo sei tu con un pezzo di te che dorme. Non se ne accorge nessuno. Smetti pure di fumare, tanto non serve a nulla fumare se non devi inventare qualcosa. Ho chiuso la web radio, pagato gli ultimi debiti del progetto imprenditoriale fallito, messo via il romanzo che non finirò mai. Buttato via le compilation degli anni del Mecs. Riposto i disegni di quella linea di moda che avevamo pensato io e Ale. Chiuso il blog di cinema. Ho perso i codici di tutte le applicazioni inventate per il sito. Ho persino riportato la chitarra in soffitta, tanto era proprio impossibile che riuscissi a imparare a suonarla se non ci ero riuscita in vent’anni. Non ho più scritto neanche un sola idea  da inviare a chissà quale radio in Alaska. L’ultima cosa che ho inventato è stata la soluzione facile. No, non così facile, per quella ci vogliono i vent’anni che non ho. Ma facile del tipo: “tu mi dici cosa devo dire e io lo dico”. Un’idea geniale: lavorare e basta. Per un po’ ci ho anche creduto che avrebbe funzionato. Ma il telefono non ha suonato.

Le altre volte in cui ho fallito, ho tirato dritto. Avrei avuto qualcosa altro da inventare. Oggi invece è il giorno di mai. Il giorno in cui anche quelli come me, con mille risorse, se ne stanno seduti in un angolo. Non per la delusione. Magari fosse quella, ne farei brandelli nel giro di tre giorni. No, è la consapevolezza il mio assassino. Ho trovato questa foto, e non è un caso che l’abbia postata Johnny. Tutto è stato chiaro.

Nel giorno che mai credi sarebbe arrivato capisci che l’unica illusione che davvero t’ha rovinato è stata quella di credere di poter essere qualcuno che non sei. Le cose vanno come devono andare per te, non come devono andare per chiunque.  E’ allora che, in un istante, tutto inizia a fare male. Tutte le cose perse, finite, mai realizzate, le imprese fallite. Non ci avevo pianto mai. Piango solo guardando i film, o quando sono molto arrabbiata. Ma oggi, che ho capito che solo le strade difficili sono le mie, sono precipitata quaggiù, in mezzo ai cocci di cose passate, che non avevo mai voluto raccogliere. La cosa più onesta che posso fare e ripartire da lì. Ma prima, trovare la forza.

26

Nov
2014

No Comments

In Convinzioni
Esperienze
Soluzioni

By bellatrix74

Io quella volta che sono stata davvero felice.

On 26, Nov 2014 | No Comments | In Convinzioni, Esperienze, Soluzioni | By bellatrix74

thebeach

Me la ricordo benissimo. E quella volta che sono stata davvero felice me lo sono detto, ridacchiando tra me e me. Dicono che quando sei felice non lo sai e lo capisci solo dopo che la felicità è passata, ma é un inganno. Te lo dicono così pensi di essere stato felice anche quelle volte in cui non lo sei stato davvero, fai spallucce e ti racconti che in fondo la tua vita non fa poi così schifo. Eccerto. Se finisci con il ricordartela sempre meglio di come era in realtà, la vita, per forza che t’accontenti. No no, invece io, ve lo giuro, quella volta che sono stata davvero felice, lo sapevo mentre ero felice, non dopo. Non è che la presa di coscienza sia stata chissà quanto lunga. E’ durata qualche secondo, e poi ho continuato a essere felice facendomi i fatti miei e senza ripetermelo ogni minuto. Sennò mi rovinavo la felicità. Quando ci ripenso mi ripeto che io lo so quale è il segreto della felicità, ma non è che per questo posso ridiventare davvero felice quando mi pare. Io ora posso anche dirlo, non fa niente, mica è una cosa che non si può sapere, tanto poi dipende tutto dalla fortuna. Quella volta che sono stata davvero felice me lo sono detta, ma non ho mai pensato che se l’avessi detto a qualcun altro sarei stata ancora più felice. I social network ancora non c’erano, ma se anche ci fossero stati non ci avrei scritto che ero felice perché non mi sarebbe venuto in mente di accendere il computer, o il telefono. Questa è una cosa che so per certo: quando sei davvero felice il computer è spento e pure il telefono. Quando sei felice non sei mai felice da solo e le persone che sono felici con te, non è che te lo devono dire, ma se vogliono possono farlo perché stanno lì e te lo possono dire di persona. Poi soprattutto quella volta che sei davvero felice, a volte sei anche davvero stanco. Ma non  di quella stanchezza che t’addormenti pensando a come risolvere i problemi nella tua testa. Più di quella stanchezza fisica che ai problemi proprio non ti ci fa pensare prima che arrivino. Quando sai che sei davvero felice ha infatti un sacco di cose da fare insieme agli altri che sono felici e lo sanno come te.  Insomma se sei felice davvero lo sei almeno in tre. Quattro è meglio ancora. Se arrivi a dieci, funziona, ma già scricchiola. Quando ci sono i film in cui fanno vedere quale è il segreto per essere davvero felici, mi viene un po’ di invidia per quelli che stanno nel film. Perché funziona così: quando non fai parte di quelli che sono felici, allora fai parte di quelli  che sono invidiosi di loro. Ma a quelli che sono davvero felici non gliene importa proprio niente, anzi, non se ne accorgono nemmeno. Ripenso spesso a quella poesia che mi piaceva da ragazzina che dice quelle cose sulla felicità de “I Ragazzi Che Si Amano” , e adesso mi fa sorridere perché nessun Prévert al mondo ha mai avuto il coraggio di raccontare cosa succede dopo un po’ che i ragazzi che si amano si sono baciati in piedi contro le porte di un sacco di notti. Arriva la noia, e finisce che i ragazzi che si amano iniziano a farsi selfies mentre si baciano contro le porte della notte, per metterlo su facebook, così almeno a qualcuno sembrerà una cosa nuova. Due non basta, o forse basta ma solo se sono due dentro un altro numero di persone. E poi ci vuole una missione che non sia solo quella riproduttiva. Magari va bene anche quella, ma di questo non posso portare testimonianza diretta. Perché quella volta che sono stata davvero felice la missione riproduttiva era solo un elemento decorativo e non fondamentale. Quindi, per arrivare al punto, quella volta che sono stata davvero felice, lo sapevo io e lo sapevano quelli che con me facevano cose stancanti per una missione comune, in un posto comune, dove si stava insieme davvero e non su internet. Insomma è come dicono alla fine di quel brutto film con Di Caprio che di bello ha però il commento finale. La felicità è quando senti nella tua vita di fare parte di qualcosa. Ma è solo fortuna. Quando succede capita di solito per caso che ci si ritrovi insieme in quella situazione e in quel posto e con quello spirito. Già spegnere il computer e uscire di casa però aiuta. Ciao.

12

Set
2014

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In Soluzioni

By bellatrix74

Oggi Le Signore Ricche Che Fanno La Spesa hanno fatto la rissa.

On 12, Set 2014 | No Comments | In Soluzioni | By bellatrix74

Ho anche avuto paura, a un certo punto. Ma poi mi sono lasciata tirare dentro perché non volevo che la cassiera sfruttasse lei i diritti di questa storia, senza sporcarsi le mani. Me l’ha confessato il mese scorso. M’ha detto : «Un giorno racconterò tutto quello che mi vedo passare davanti agli occhi. E sarà un best seller.» Eh no, cara mia. Troppo facile. Al Supermercato delle Signore Ricche Che Fanno la Spesa, ci devi venire e devi pagare le seppie surgelate otto euro anche tu, se proprio ti interessa vivere emozioni forti. Quando sono arrivare ad abitare in questo quartiere ho provato due o tre supermercati, prima di convincermi che quello delle Signore Ricche Che Fanno la Spesa è in assoluto il migliore. Chiariamo un punto: io detesto fare la spesa. Stirerei le camicie piuttosto, se solo sapessi come si fa. Ma se c’è un posto in cui la natura umana si manifesta in tutte le sue sfumature, a mio avviso, quello è il supermercato. Quindi mi armo di pazienza e vado a guardare le Signore Ricche Che Fanno La Spesa. Prima passano da Bangla Bulgari, come lo chiamo io. I fagiolini li fa due euro l’etto, ma mi sta simpatico e poi si ricorda tutto di tutti. Di me sa che dopo la spesa vado in radio. E oggi si è molto preoccupato quando mi ha sentito senza voce, quindi m’ha regalato lo zenzero. Dentro al Bangla le Signore Ricche le riconosci: sono quelle che cercano lo scalogno e l’erba cipollina. Aglio e cipolle sono da plebei. Usano i guanti di plastica per tastare tutte le pesche. Poi: scelgono, mettono nella busta, si tolgono i guanti, cambiano idea e sostituiscono la pesca plebea con una più adeguata. Qualche volta Bangla Bulgari mi fa passare avanti, perché sa che compro solo le cose che ha lì in cassa, tipo i ravanelli e il basilico. Non oggi per fortuna, perché avrei potuto iniziare io una guerra che è poi terminata al Supermercato delle Signore Ricche Che Fanno La Spesa. Dopo il Bangla infatti ci si rivede tutte lì, con i nostri (i loro) vestitoni a fiori su sfondo bluette e la collana di turchese al collo, a disquisire col banconista se il grasso del Parma può far male al gatto, e se le olive sono greche. Oggi era difficilissimo fare la spesa come la fanno loro, con quel grugno portato in alto e il carrellino a traino come su una passerella. Il primo vero venerdì di rientro. Un bagno di sangue. Al banco erano al numero 32 e io avevo il 47. Morto che parla. «Preferisco andare da mia mamma ai Castelli stasera e fermarmi dall’alimentarista di fiducia che morire qui, immersa nell’odore di lonzino mischiato a Opium di Yves Saint Laurent!» Mi sono detta mentre andavo ad affrontare la fila scomposta in cassa. Fila troppo scomposta. Ora, se c’è una cosa che le Signore Ricche Che Fanno La Spesa sanno fare, è passarti avanti in fila, con nonchalanche, fingendo di non essersi accorte di te. Ma lì, a combattere con i simili, solo le più alte in grado, quelle che hanno fatto le vacanze a Vieste e non al Forte, ce la fanno. E così eccola spuntare dal nulla, col suo etto di crudo dolce in una mano e mezzo litro di latte nell’altra, a dire, con la voce di Joan Crowford e tutte le vocali chiuse: «Oh, scusatemi care. Scusi eh. Mi scusi. Sì, scusi anche lei. Ho solo questo. Pago e vado via.» Un silenzio tombale le reggeva il manto mentre come regina si faceva largo tra le borse di Fendi e i foulards finto vintage Guy Laroche. Ho avuto appena tempo di canticchiare tra me e me la marcia imperiale di Darth Vader «Dam dam da – Da-da-daaa Da-da-daaa » che la Bette Davis di via Gallia, è uscita dalla fila apostrofando la fedifraga: «Un tempo tra persone civili, almeno si chiedeva il permesso. Siamo tutte qui a soffrire allo stesso modo!». Cantami o Diva l’ira funesta delle comari. E’ stato come dare il via. Un parapiglia di insulti, battibecchi e minacce. Le indecise tra una fila e l’altra, sempre pronte a cambiare corsia all’esigenza, vengono lapidate per prime. «Lei la riconosco! Ogni giorno fa il suo giochetto a zig-zag credendo che le altre siano fesse. Adesso la spedisco dritta dritta a far la fila dal macellaio, che quando vede quei zamponi che si ritrova, la fa passare avanti e inizia a preparare i cesti per Natale!». Le malcapitate con in mano solo il pane e l’omogeneizzato per i piccoli Dudù, si mettono talmente tanta paura che, pur di non far la mossa di passare avanti, iniziano a prendere a caso surgelati dal reparto freezer. Io agguanto due confezioni di ghiaccioli alla frutta. Ma solo perché mi ricordo di colpo che li volevo. Quelle più vicine alle due casse iniziano a far a gara per chi fa prima a metter su le cose, sbirciandosi dalle file parallele con gli occhi iniettati di sangue e inveendo contro le rispettive cassiere «Facciamo vedere chi è più civile! Forza, si sbrighi! Si sbrighi!». La supermamma di turno, solitamente perduta senza la tata al seguito, libera il bambino griffato dal passeggino, e, sollevato, lo stringe al petto e dice ad alta voce «Non piangere piccolo mio! Non piangere. Certo siamo noi che avremmo diritto di passare, ma saremo pazienti.». Il bambino non piange, ma si capisce benissimo che si chiede quale vita grama lo attenda. Il panico tra la folla assiepata si smorza solo quando una delle due cassiere inizia a chiamare con voce disperata una certa Valeria, perché apra la cassa tre. Valeria non se la sente evidentemente, e l’atmosfera, in sua attesa, si fa ancora più tirata. Quando ecco che, proprio dietro di me, si materializza la protagonista dei miei sogni. Mai, in anni di ricerca ossessiva del perfetto personaggio per un racconto, mi ero imbattuta in tale miracolo narrativo: la nevrotica ricca, con la donna delle pulizie in ferie. Un cliché. Una leggenda metropolitana. E invece eccola lì, bofonchiare ad alta voce, mentre come una pazza, raccoglie i cestelli di tutte per impilarli compostamente in un angolo. «Per forza, per forza che non riusciamo a seguire le file! Guarda qui, che disordine! Tutte, dico, tutte noi, nessuna esclusa, abbiamo la donna delle pulizie che ci sgombera il passaggio ad ogni angolo di casa ed eccoci qua, come finiamo quando vanno in ferie. Perdiamo completamente la bussola e dobbiamo fare da sole anche le cose più difficili. Via! Via questi cestelli. Ordine. Oh Dio, mi sento mancare.» Afferro e metto sul nastro le ultime due o tre cose, prima che possa derubarmi del carrellino a traino rivolgendomi un secco « Sfaccendata e distratta! Tsè.» Penso che forse conosce mia madre, che da anni mi attribuisce tali qualità. Ma non credo. L’unica donna delle pulizie di mia mamma, ero io quando ne combinavo una grossa. La nevrotica abbandonata dalla donna delle pulizie inizia a singhiozzare. Il bambino strilla come un matto perchè vuole tornare nel passeggino. A una delle due sfidanti da corsie il bancomat si inceppa e lei inveisce contro la cassiera. Bette Davis inizia a spingere la signora col pane e il latte, che si giustifica con una confezione di mazzancolle surgelate, ma pare non voler reagire. Le ho lasciate così. Ero in ritardo e dovevo andare. Però ho immaginato un finale da lotta nel fango. Camminando verso casa, ancora una volta la morale di una banale avventura quotidiana è diventata la riposta ad una domanda in testa da giorni: capita sempre nelle ripartenze che tutto sia confuso. E’ la crisi necessaria alla ripresa del lavoro ordinario. Una specie di Big Bang prima che l’universo possa tornare lentamente a espandersi. La cosa migliore in quel momento è essere la Valeria di turno, la cassiera scomparsa. Tanto il giorno dopo, quando tutto sarà tornato alla normalità, nessuno si ricorderà di quel che è successo davvero nel momento di caos. Buon inizio stagione a tutti, amici e colleghi. Calma e gesso, ‘ché da qui a giugno la strada è lunga.

25

Apr
2014

No Comments

In Esperienze

By bellatrix74

Arturo

On 25, Apr 2014 | No Comments | In Esperienze | By bellatrix74

girl coffee arturoMi chiamo Arturo. Sono una donna simpatica. Non bellissima. Un tipo. Ma soprattutto simpatica. Almeno questo è quel che dicono più spesso gli uomini a proposito di me, perciò ho deciso di non offendermi quella sera in cui i miei amici mi hanno chiamata così per la prima volta. Ho un tatuaggio sotto la spalla sinistra, piccolo piccolo, che riporta una A ricamata alla maniera delle signore di corte. La A sta per “Arturo”, ma la decorazione sta per “donna”. In bagno ho messo uno specchio ovale accanto alla parete della doccia, così ogni volta che mi lavo i capelli resto fissa con lo sguardo sulla lettera, che è orgogliosa iniziale del mio nome. Non sono più in molti a chiamarmi Arturo, anzi, ora che ci penso, forse non c’è proprio più nessuno che mi chiama così. Non ha molto senso continuare a portare un nome se nessuno lo usa, ma io, se mi fermo a pensare a chi sono davvero, mi dico che non sono mai stata niente di diverso da Arturo. Quando sento dire “Buongiorno Denise” a volte neanche mi giro. Il lavoro che faccio adesso mi piace e sono contenta della mia nuova casa e di questa vita semplice. Lavoro in una radio locale. Ho un contratto a sei mesi, e l’ho firmato la scorsa settimana, quindi per i prossimi cinque sono tranquilla. E’ la terza volta che lo firmo e ogni volta è un’emozione sempre maggiore. Non ci chiamano più disc jockey, noi che scegliamo le canzoni, perché i dischi non li abbiamo più da anni, in radio. Nessuno li ha, per fortuna. Si rovinano, sono ingombranti e fanno perdere un sacco di tempo. Io incastro numeri, marketing, gusti del pubblico, generi, classifiche e popolarità, per definire algoritmi complessi che facciano fare ad un computer, in una frazione di secondo, quello che un disk jockey, avrebbe fatto molto più lentamente, dopo dieci anni d’esperienza. Grandioso: l’esperienza al servizio delle macchine per far lavorare comodamente giovani leve che di quell’esperienza non avranno bisogno. Ma hanno delle belle voci e riescono a contare le parole una per una, perché si incastrino perfettamente nei pochi secondi a loro disposizione tra un disco e l’altro. Io ogni tanto dietro il microfono ci vado ancora, ma il più delle volte conto i minuti che mi separano dalla fine della trasmissione perché mi annoio disperatamente. Così torno tra i miei codici e lì mi metto a fantasticare a proposito di cosa staranno facendo tutte quelle persone che ascoltano la radio. Li immagino nelle situazioni più disparate ed è solo allora che le canzoni iniziano a suonarmi in testa, come quando le sceglievo una a una per la gente del Bettilù. Non esiste neanche una canzone che non abbia una storia e non esiste neanche una storia che non abbia almeno una canzone. E questo è quanto c’è da sapere per fare davvero bene questo lavoro. Nel tempo si affinano le doti, si riconoscono i suoni e le emozioni, ci si affida a un colore , a una parola, si delineano contorni e situazioni. Si scelgono i personaggi, le loro intenzioni, le azioni e i cuori. Anche solo immaginarne i cuori è sufficiente. Il più delle volte si indovina. Di tutti quelli che accendono la radio in quel momento, ce ne sarà anche solo uno con quella storia lì. E la missione sarà compiuta. Per la legge dei numeri bisogna puntare a tutti gli altri naturalmente, non a quell’unico scemo che in quel momento guarderà la radio come se quella gli stesse parlando. Ma, con un po’ d’attenzione, si potrà cogliere il momento esatto in cui tutti gli altri saranno distratti e mandar su la canzone per quell’unico ascoltatore senza nome né faccia. Oggi è come allora. Quasi. Un po’ più complesso e senza dischi veri. Ed esattamente come allora, funzionerà meglio, se prima ti sarà morto il cuore. Un cuore che muore è morto. Basta. Finito. Va in un posto dove stanno tutti i cuori morti e da lì spara sentenze su quello che ha preso il suo posto, spettegolando con i compagni ex-cuori, morti anche loro. Hai visto? Hai visto cosa ha fatto? E lei! Guardala là, non ci si crede! Ferma , impassibile, come se lui fosse stato messo lì proprio per non farle sentire più niente. E il bello è che lei si vanta pure, di averci il cuore nuovo, tutto bello pulito e comodo, comodo.
Quando a qualcuno muore il cuore succede in un istante. Dopo quell’istante ha, nel petto , due o tre giorni di vuoto e poi, finalmente, gli nasce un cuore nuovo. Il modello Cuore Personal 2.0, confrontato all’originale in dotazione alla nascita, è molto più efficiente. Non si dispera, è un buon consigliere, valuta con attenzione, raramente sobbalza e soprattutto è studiato per la costruzione di relazioni interpersonali sane, futuribili e stabili. Sistema frenante ripartito per una maggior sicurezza e doppio airbag. Insomma, il nuovo cuore funziona che è una bellezza. E solo quando si è in possesso di questo nuovo modello, si può giocare davvero bene con le canzoni, perché nessuna di quelle che si conoscono, né di quelle che si ascoltano per la prima volta, potrà farti a pezzi. Il giorno in cui il mio cuore è morto non ho sentito dolore. E Arturo è morta con lui. Quella sera me ne stavo a bere nel locale di un amico, mentre la band cantava canzoni pericolose e ridevo con lui tra una canzone e l’altra pensando che qualcuno, i ragazzi della band, doveva averli avvertiti se stavano suonando in quel modo. Come fosse un test. Il mio amico mi chiese: «Come va?»
E io gli risposi : «Credo bene, perché non fa affatto male.»
Lui disse «Bene.»
E io aggiunsi «Già.»
Poi siamo andati a fare colazione coi cornetti caldi come se niente fosse. Non so con esattezza quando poi il modello Personal 2.0 si sia auto-attivato, ma fino ad ora non ha sbagliato un colpo. L’unica noia è data dai commenti fastidiosi di quelli che avevano conosciuto il vecchio cuore e ora compiangono lo scomparso, per egoismo. Io sto una meraviglia, dico. Lo dico perché fa parte del protocollo, che va seguito alla lettera dal momento dell’autogenesi del 2.0. Insomma, mi trovo bene, ce l’ho ormai da quasi dieci anni e pare che sia ancora in garanzia. Non sono una persona diversa, sono sempre io, solo molto meglio. Arturo non ce l’avrebbe mai fatta in una vita così. Una vita felice. Sono sposata da cinque anni. Ho sposato un altro deejay. Anche a lui deve essere morto il cuore qualche anno fa, per questo ci siamo innamorati e ancora lo siamo. Sono felice di andare il sabato a pranzo da mamma e di incontrare i nostri amici il venerdì sera per una birra in centro, una sola. Mi va bene tutto e non mi lamento mai, perché io ho il massimo che si possa desiderare, dopo tutte quelle peripezie e avventure strampalate. Lo ripeto sempre a me stessa, ogni volta che guardo quella A. Nessuno dei ragazzi del Bettilù, me compresa, s’è mai chiesto dove fosse finita Arturo. Eravamo tutti troppo impegnati ad essere felici e a traslocare ciascuno in una casa di cui pagare il mutuo, in quarant’ anni di comode rate, intestate ai nostri genitori. Arturo non li avrebbe voluti mai quaranta anni di rate e poi si sarebbe ubriacata troppo spesso per ricordarsi di andare in banca a coprire il conto in rosso. Non penso a lei così tanto come potrebbe sembrare, ma in questi giorni è quasi estate e quando la vedo arrivare così all’improvviso, le immagini di quei giorni in cui ero lei, mi si piantano davanti ad ogni cosa che faccio. L’estate del 2004 è una specie di magia: a volte sembra che non sia mai finita, ricompare per un secondo in un odore, un rumore, quasi a dire “Buh! Indovina chi è?”. Sospesa nel tempo, resto immobile a meravigliarmi della sua persistenza. E’ come se lei fosse rimasta esattamente dov’è sempre stata e tutto il resto le sia passato attraverso. Così mentre il mondo passa, l’estate del 2004 rimane. E anche il mio nome, Arturo, come la A sulla mia pelle, non va via.

(Da “Cento Giorni al Bettilù” di Barbara Venditti)

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Disperato, gassato ed ero(t)ico stomp.

On 03, Apr 2014 | No Comments | In Convinzioni, Dubbi, Esperienze, Soluzioni | By bellatrix74

Consegna a domicilio non prevista. Stop.
Ho detto stomp, non stop.
Non c’è tempo per uno stomp adesso, devi lavorare.
Roger. Ma necessito con urgenza di gassata scura in versione Zero. Tre supermercati sprovvisti. Stop
Mettere naso fuori di casa e ricorrere ad alimentarista di fiducia. Concesso. Stop.
Roger. Infilo scarpe. Passo e chiudo.
CocaColaZeroCocacolaZeroCocaColaZero. Ti amo. Ti bramo. Ti soffro. Faccio al volo la conta delle mie dipendenze del passato e orgogliosamente mi vedo al pari di gente che sta simpatica a tutti, tipo Keith Richards. Decido di non dar peso al fatto che la dipendenza da CocaCola Zero sia molto meno rock’n’roll di quella da rum, da un tale che non mi voleva, da quell’altro che non mi voleva pure, dalle gomme alla cannella, dal fumo, dai minestroni della Knorr, da certi dischi, da quel tizio che in fila dopo gli altri due continuava a non volermi. Mi sono umiliata molto più così. Piglio il cane che mi guarda terrorizzato, chiedendosi dove cazzo andiamo malvestiti e spettinati, dopo tutti questi mesi tappati in casa tra un lavoro e l’altro, e si va. A giudicare dal tepore e dal fatto che alle sei sia ancora giorno, dovremmo essere ad Aprile. Sì infatti, lo dicevo stamattina in radio che era “qualcosa Aprile”. L’ultima cosa che ricordo , prima della “nuova condizione” era la striscia di mezzeria della strada su cui stavo facendo jogging un sabato mattina. Era Agosto. Mi ricordo che all’improvviso ho pensato che non volevo più fare le cose che facevo, che ne volevo fare altre, che le volevo fare tutte e tutte insieme. E che mi piaceva solo Radio Rock. Ma cosa mi viene in mente  di mettermi a pensare? Finisco sempre per combinare un sacco di guai. E invece io penso. Maledetta. Ho impilato ore, impegni, files, canzoni, format, spot, lanci, radio, tv, web. Casa solo per il computer e per il letto. A volte. Disastri coniugali e relazionali di cui Michael Douglas sarebbe stato invidioso.  Ora mi ritrovo con questa bella torre che ogni volta che la guardo dico “cade cade cade”. Penso a delusioni, a grandi imprese, a una thailandese, ma l’impresa eccezionale, dammi retta è non essere asociale. Saluto la cartolibraia. Mi ha riconosciuto, o forse è solo gentile con tutti. Il cane dopo tre passi fa per tornare verso casa, pensando che sia la solita pisciatina sotto il portico. Quando capisce che scendiamo giù tra la gente reale, cioè non quella che sta dietro allo schermo, dove lui crede che ci siano tutti quei canetti simpatici che gli faccio sempre vedere su Youtube, ha un sussulto e si mette a correre. Per stargli dietro, tenendo il guinzaglio con il braccio teso vado a sbattere contro il palo della bacheca delle affissioni funebri. Leggo di un signore che conoscevo ai tempi del Liceo. Ne danno il triste annuncio i familiari e bla bla bla. Mi spiace molto. E all’improvviso mi viene in mente quella cosa fastidiosa della morte, che uno, magari mentre sta facendo cose importanti, piglia e se ne va. Mio padre è ancora tra noi, grazie al cielo. O grazie alla terra, dipenda da in cosa si crede. In famiglia sono impazziti tutti. Io no. Lo ero già da prima quindi nessuno nota la differenza, anzi gli amici di famiglia dicono che sono l’unica a non aver perso la bussola. Vedi che vantaggio a non averla avuta mai? CocaCola Zero. La apri e fa Fruushhhh. Ne ho bisogno. Vorrei fermarmi da Marcello ma va a finire che poi resto tutto il pomeriggio. E devo lavorare su quelle puntate nuove da consegnare. Me lo andrei a sentire un disco con Marcello e  a bermi una birra con lui. Gli amici mi mancano tutti. Quelli del bar dove sta Vale, tanto. Ma il punto è che  qualche mese fa ho scoperto di aver perso quarantamila euro con quell’idea meravigliosa di fare l’imprenditore e mi sono dovuta concentrare su altro che non fare le cinque del mattino ridendo e bevendo rum.  CocaCola Zero. Se non ce l’hanno nemmeno al bar del circoletto mi metto a urlare. Proprio mentre cerco di superare l’impasse del conto degli zero nella cifra quarantamila, immaginando il rumore di quando la versi nel bicchiere che è tipo CtohlCtohlCtohl, mi imbatto in un capannello di negozianti. Mi fermo a salutare e ascolto i discorsi come il vecchietto che guarda i lavori stradali. Quando sento dire “piccoli commercianti” dal più arrabbiato di loro nel difendere la categoria, inizio a immaginarli come come Umpa Lumpa.  Il tizio, con cui sono tutti d’accordo, dice che è giusto che il supermercato abbia chiuso, che l’abbiano espropriato e che siano stati tutti licenziati, perchè da quando ci sono i supermercati gli Umpa Lumpa, cioè i “piccoli commercianti” non lavorano più. Vorrei far notare che non è giusto per i poveri cavalli, che si sono fatti un mazzo tanto per avere un posto nella storia dei mezzi di locomozione, che adesso con questa storia dei motori su ruote, non ci sia più lavoro per loro nel trainare carrozze. E anche che con questa mania del telefono dobbiamo smetterla  e restituire ai piccioni viaggiatori la loro dignità. E scrivere le lettere a mano, perché la canzone Mr Postman torni ad essere una hit. Fingo approvazione, anzi mi scappa anche un “Che tempi Signora Mia” nei confronti della fruttivendola. Accanto a lei sono esposte delle bellissime mele Granny Smith. Quasi, quasi… Con la CocaCola Zero, non ci starebbero male. Quattro euro e sessanta al chiilo. Per le fragole le faccio un bonifico più tardi? Che prezzi, signora mia, speriamo che riaprano il supermercato, va’, sennò quelli che ci lavoravano e ora sono disoccupati come fanno a comprarsi le sue mele? Pochi passi e il mio alimentarista-fornaio di fiducia mi sorride dicendo che, anche se non mi vede da mesi,  la CocaCola Zero ce l’ha. Una sola. Ed è mia, se la voglio. Ce l’ho fatta. L’afferro. La pago tre euro, sempre per il discorso del supermercato, ma l’alimentarista-fornaio mi guarda e non mi dà il resto. Dice che sono magra. Troppo. Quindi perché Zero? Perché l’altra non mi piace. Ma ti ci vuole lo zucchero. Anzi i carboidrati. Compra un po’ di pane. No, non lo mangio più il pane. Guarda tu queste ragazze. Va a finire che stanno male malissimo e invece bastava che comprassero un po’ di pane. Compro il pane. Ne stacco un pezzetto e lo mangio per convincerlo a darmi il resto, ‘ché devo andare a bere la mia CocaCola Zero. Il pane è terribile. Davvero. C’è da volergli tanto bene all’alimentarista-fornaio che da quattro anni ci vende il pane e le CocaCola Zero. Perché a farlo non è proprio capace, ma ha un talento unico nel riuscire a farlo tutto uguale, dalle rosette al lariano, al francese. E’ una cosa che fa lui. Solo lui. Come Astariti che fa l’Urlo della Notte nel film La Scuola. Risalendo verso casa decido di fare la strada più lunga. La metafora mi colpisce e rallento il passo per rifletterci. Se ne accorge anche il piccolo e si gira a guardarmi come per perdonarmi di essere così. Mi abbasso ad accarezzarlo e ripenso a quando un paio di mesi fa eravamo sul divano a piangere mentre lo operavano e sapevamo che forse non l’avremmo rivisto più. La CocaCola Zero mi sta raffreddando il pane e pesa anche. La voglia ce l’ho ancora ma non riesco a muovere più un passo. Resto ferma, di sasso, sotto il sole d’Aprile a chiedermi come ci sono arrivata  fino a qui. Valla a capire la vita: la guardi come fosse quella di un altro e poi all’improvviso ti accorgi che eri tu. Sei tu. Tremendo sospetto. Mi vengono in mente, nell’ordine: Il Papa, David Bowie e una mia compagna di scuola al liceo. I primi tre avatar a cui sono riuscita a pensare. Era un test. Il sospetto è confermato. Dico il nome di una persona qualunque. Tac. La immagino come nella foto del profilo. Tremo ma devo farlo: mio marito. Tac. Foto del profilo. E soprattutto: io. Foto del profilo e immagine di copertina! Aiutateci. La società distopica paventata da Philip K. Dick! Eccoci. L’apocalisse del sè. Cosa è reale? Riprendo a camminare a testa bassa, come se qualcosa m’avesse colpito alla testa. Ho tanta voglia di CocaCola Zero. Ah già. Ce l’ho qui. Devo solo infilare la chiave nella toppa. Signora scusi ma le sembra normale che la luce delle scale resti sempre accesa? Qui dobbiamo chiamare l’amministratore. Simpatico vecchietto della porta accanto. Taglio corto e dico che io non so nulla, io pago l’affitto. Ma come non sa nulla? E qui dobbiamo parlarne. Non adesso. Non mi va. Non riconosco la foto del suo profilo, quindi lei non esiste. Nella vita reale, in questa vecchia vita qui, dove il vicino ti ferma per le scale senza chiederti se hai da fare, non puoi chiudere la chat dicendo che stai uscendo. E’ terribile. Rivoglio subito la mia scomoda società distopica fatta di profili, e avatar, e hashtag. Dove controllo io tutto. Dove esiste la contemporaneità delle azioni. Dove il multitasking è praticato anche dagli uomini, non solo dalle donne. Dove tutti questi lavori, doveri, impegni, obiettivi di cui ho riempito le mie giornate, possono convivere con la  nostalgia di una vita diversa e con l’idea di averla ancora, come quando suonavo i dischi in spiaggia da mattina a sera. Mi sono impuntata , lo so. La felicità che sto cercando è come questo Fruushhhh. Ma sono troppo arrabbiata per rinunciare a questa stupida, gassata, inutile CocaCola, che è pure Zero, quindi senza calorie, zucchero e contenuti. Ho fatto la strada più lunga per portarla a casa, e mi rendo conto che il piano può risultare poco chiaro a qualcuno, mentre per me lo è, eccome. Non so bene con chi o con cosa sono arrabbiata, ma è andata così. Metto il culo sul divano, solo per un momento. Non so se inviarlo, quel provino. Un altro guaio.  E’ tardi. Faccio le mie scale tre alla volta verso lo studio, afferro la tastiera, guardo il file del romanzo messo da parte, resisto alla tentazione di aprire vecchie foto o riordinare i dischi che volevo mettere dentro Wasabi e con dolcezza, mi chiedo se è o no il caso di premere Enter… ma è già partita la mia mano.

22

Gen
2014

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In Convinzioni
Senza categoria

By bellatrix74

A Michela-Wong-Foo, grazie di tutto. Brigitte Bardot.

On 22, Gen 2014 | No Comments | In Convinzioni, Senza categoria | By bellatrix74

brigitte bardot -  the real thing La teneva in mano, come se Brigitte in persona, gliel’avesse davvero firmata e mi veniva incontro, con il sole alle spalle, in un pomeriggio di venerdì. Uno dei tanti in cui ci incontravamo, ma quella volta era il mio compleanno. Brigitte era il mio regalo. Un biglietto “quindici-quindici”. Diceva che non aveva ma visto un’espressione così somigliante a quella esatta che avevo io quando andavamo a ballare. Io non so se le ho mai creduto davvero, ma m’è sempre piaciuto pensare che quell’icona di gioia e luccicanza sarebbe stata una buona aspirazione dell’essere. Negli anni Brigitte m’ha seguito ovunque. O forse io ho seguito lei, non so. Stanotte ancora non mi guarda. Balla e pensa ai fatti suoi. Se ne sta lì, ormai stinta e segnata dal tempo, appesa con una puntina alla parete di questa stanzetta che ho voluto chiamare studio, perchè “ripostiglio” non sarebbe piaciuto a Brigitte. Ne ha viste almeno dieci di case diverse, e molte più stanze, e pareti, la mia Brigitte. Mai s’è scomposta. Era lì nella foto della prima trasmissione in radio, e anche in quella in cui mi truccavo, vestita da sposa. Buffo che il fotografo l’avesse voluta nella foto, senza che io gli dicessi nulla. Ci ho pensato e ripensato. Ho pensato agli oggetti preziosi. Ecco, ho deciso che questo biglietto ingiallito e stropicciato con Brigitte che balla, è il mio oggetto più prezioso. L’unica cosa che davvero mi appartiene. Ho discusso talmente tanto, con tutti,  nel tempo  sull’argomento “Quel che resta”,  che adesso fingo di non sentire quando se ne parla. Io credo che nella vita ci si incontri, ci si conosca, si vivano delle cose insieme, e poi ci si separi, restando tutti un po’ più ricchi di come si era prima di conoscersi. Punto. Non vedo la tragedia. Di Michela-Wong-Foo ho ancora quel pomeriggio in cui, mi raccontava della bellezza. La bellezza secondo Michela è in un pomeriggio di febbraio, quando stai bevendo un tè seduto al tavolo di un bar, e ti accorgi che dalla finestra alla tua sinistra entra un po’ di sole del tramonto. Ti volti e senti un po’ più caldo’, poi la luce vira e diventa una specie di prisma che punta sulla superficie del tavolo. Tu ci guardi attraverso e vedi il pulviscolo che si muove. Ecco, quel movimento è la bellezza. Non l’ho mai capita bene questa cosa, lo confesso. Ma per tutti questi anni me la sono tenuta esattamente così come l’ho scritta adesso. Pertanto non credo che Michela potrebbe esserci più di come già c’è. Lei l’ha sempre saputo che entrambe la pensavamo così e che forse eravamo le uniche due a non avere bisogno di dirselo. Ecco perché m’ha regalato questa Brigitte. Perchè non dimenticassi il pulviscolo che balla attraverso la luce. Il resto, fa volume.

09

Dic
2013

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In Soluzioni

By bellatrix74

Last Christmas è stata solo culo.

On 09, Dic 2013 | No Comments | In Soluzioni | By bellatrix74

santa5Sì, ho detto culo. Ma che non mi si fraintenda. L’immagine di retro copertina del singolo, datato 1984,  in cui “George – Babbo Natale”, cavalca simpaticamente Andrew vestito da renna, non vuole sottolineare altro se non la gioia e la sorpresa dipinta sul volto dei due, nel momento in cui hanno realizzato di aver fatto il colpaccio del secolo. E pensare che neanche la volevano pubblicare. La canzone dico, non la foto. George l’aveva scritta per Pasqua. Era un noioso pomeriggio di fine Ottobre, non aveva niente da fare e aveva pensato di scrivere una canzone per Pasqua. Vai a capire perché. Si chiamava Last Easter. A Andrew piaceva così così, non gli suonava bene quella cosa di “the very next day”, ma comunque c’era tempo prima di pubblicarla. Per Pasqua. Pensa come sarebbe stato il mondo se gli Wham! avessero girato un video ambientato nel corso della classica braciolata di pasquetta. Vabbè comunque il punto non era Last Easter, ma piuttosto che bisognava trovare subito un lato B per Everything She Wants, che sarebbe stata la loro canzone di Natale. Ora, io da questo pensiero non esco da giorni, me ne sto facendo una malattia: quale raggio divino illuminò in un momento qualunque, di un giorno qualunque, un qualunque individuo, dello staff di produzione degli Wham! che, senza apparente motivo alcuno disse “Ma scusa, pigliamo Last Easter, facciamola diventare Last Christmas e la mettiamo come lato B”? Pensa che idiota deve essersi sentito quando tutti l’hanno deriso per aver anche solo pensato di sfidare Bob Geldof, che stava per sfornare Do They Know Is Christmas?. Lui, il tizio dello staff, deve aver puntato i piedi. Mi sa che era un pezzo grosso. Insomma, chiunque fosse, ha inventato il Natale per la seconda volta. Così, senza pensarci. Ieri mi sono presa una pausa dai cinque lavori che sto facendo ora e ho messo le canzoni di Natale dentro Wasabi. Poi ho anche fatto l’albero. Sono stanca. Non lo sono mai stata così tanto e onestamente ho un po’ perso la bussola. Non che l’abbia mai avuta, ma stavolta lo smarrimento mi rende più triste del solito. E poi, all’improvviso, accendendo la tv… Last Christmas. Le cose che restano. Di più: le cose che fanno restare tutte le altre, perché le impregnano talmente tanto della loro presenza che finiscono per diventarne l’essenza. Quando suona Last Christmas, il Natale è dappertutto. Come se non fosse passato neanche un giorno da quando Johnny Parker la presentò per la prima volta a VideoMusic. E io, nel 2013,  immobile, col telecomando in mano a sentire all’improvviso quell’odore buono dei giorni in cui in casa c’erano tante persone, tra cugini, zii, parenti di cui non sapevo il nome. E si andava a giocare fuori anche col freddo. E nonna mi aveva tenuto da parte una fetta di Pandoro, perché lei lo sapeva che mi svegliavo tardi. Io quei giorni li rivorrei disperatamente, e questo mi fa incazzare. Anzi, ci sono due cose che mi fanno incazzare: rivolere quei giorni per non aver avuto il talento di crearne di nuovi belli così, e il non aver inventato una cosa come Last Christmas. Ancora. Mi sono organizzata in tutti questi anni solo per potere imparare un giorno a inventare Last Christmas e invece ieri, chiedendo a Daria quale fosse il segreto secondo lei, m’è venuto in mente che forse Last Christmas era stata solo culo. E infatti. Last Easter non avrebbe funzionato mai. Quella strana combinazione di fattori per cui, elementi diversi, innocui, incongruenti, come due frasi  sbagliate del tipo  “i gave you my heart” e  “the very next day”, si combinano in un’alchimia inaspettata, semplicemente invertendo la Pasqua col Natale, è solo culo. O forse no. C’è solo un’altra possibilità. Forse il tizio che tirò fuori l’idea di farla uscire in versione natalizia era innamorato perso di una sua ex. Sapeva che l’avrebbe rivista a Natale e aveva un po’ fantasticato su come sarebbe stato incontrarla di nuovo. Ed è stato lì che ha sentito l’assoluto bisogno di Last Christams, perchè con Do They Know Is Christmas?, puoi sognare di salvarci il mondo, ma non puoi cullarti un vecchio amore tanto da farlo diventare immortale, meraviglioso, più bello di tutti gli altri. E quindi ecco la risposta: se soffri per amore hai poteri magici insperabili. Mmh. Questo lo so fare, m’organizzo in un paio di giorni e ritorno in modalità “broken-hearted” come e quando mi pare. Avverto gli amici. Così si mettono tutti a pregare che mi dica culo.

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09

Nov
2013

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In Soluzioni

By bellatrix74

Quasi un sentire.

On 09, Nov 2013 | No Comments | In Soluzioni | By bellatrix74

virginia-w E invece no. Un forte credere. Più combattivo del camminare sul cemento con i piedi cosparsi di pece. Più duro del cuore, quando il cuore diventa un sasso. Più giovane del vino ancora nella botte e per questo vivace, vivo, vivido, vivente. Tenace come un male che nessuno vuole. Limpido al punto da non essere visibile all’occhio disattento. Luminoso e tronfio ma cupo nel profondo come un’anima rivoltata su se stessa, messa all’incontrario con le cuciture sbagliate in vista. Sola. Solo. Solitudine del salire le scale al verso contrario. Disappunto del vicinato e sussurro continuo come fosse pioggia. Seppur asciutto nei sentimenti e di sentimento. Crudele e incapace di prudenza. Vincitore infine sulla pazienza, sul convivio, sulla sua morte e sul silenzio. Ma in quel momento solo silenzio c’è al suo cospetto e ancora silenzio tutt’intorno, nel vorticoso e rivoltante odore della supremazia innata di questo modo d’essere, marcio, violento, compromesso eppure magnifico. Solo un piccolo, microscopico ricordo di quel che s’era sperato di dare, di imparare , di concedere. Fallito il tentativo di circoscrivere, irrompe naturale e tutto distrugge. Solo la facoltà, in un istante, di poter salvare chi è accanto e non comprende. Via. E’ un gioco privato la vita. Non so dire come e se lo sia quella altrui, ma la mia, di certo. Miei i sassi. Mie le tasche. Mia la corrente. E ovunque mi porti, che io sia corpo leggero e senza resistenza alcuna, perché sola. E non c’è altro. Solo questo.

29

Ago
2013

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In Convinzioni

By bellatrix74

Sotto i ponti di Madison County.

On 29, Ago 2013 | No Comments | In Convinzioni | By bellatrix74

clint

Ad arrivarci nell’Iowa. Ma poi che ci devi andare a fare nell’Iowa, se sotto i ponti hai un’altissima probabilità di finirci anche qui? Ogni volta che penso all’Iowa, tra l’altro, mi viene in mente Kevin Costner, il baseball e un campo di pannocchie. Se lo costruisci, lui tornerà. Il problema è costruire oggigiorno, perché a tornare, tornano tutti prima o poi. Basta sedersi lì, sotto i ponti di Madison County e aspettare. E mentre aspetti convincerti di non aver mai avuto nulla di quello che hai voluto, senza invece renderti conto che hai voluto solo quello che non hai mai avuto. Ed ecco facilmente spiegato il famoso teorema di Madison County. Posti i due assiomi:
1) Tanto va la gatta la lardo che potrebbe incontrare Clint Eastwood
e
2) Non sai mai dove incontrerai Clint Eastwood e che intenzioni avrà nei tuoi confronti
Ci accingiamo a dimostrare che: l’amore vero è solo quello che non hai, che hai già avuto e poi perso, o che non hai avuto mai.
Per la dimostrazione ci possiamo avvalere di Meryl Streep, ancora sconvolta da un viaggio in Africa dove si era innamorata di uno shampista con la passione per la caccia e il volo acrobatico, e di Clint Eastwood, depresso per il pre-pensionamento e per aver dovuto riconsegnare distintivo e 44 Magnum. Ora, se oggi guardiamo alla pensione come a una speranza lontana, neanche fosse il paradiso, dobbiamo tener conto che nel 1995, per Clint Eastwood quello non era il paradiso, ma era l’Iowa, come da tempo gli andava ripetendo Kevin Costner, tra le pannocchie. Si sentiva pertanto autorizzato a comportarsi in maniera un po’ stramba, fotografando ponti e dando fastidio a donne che avevano fatto una precisa scelta di vita. Per quanto sia discutibile la scelta di lasciare Robert Redford in favore dell’Iowa, avrebbe potuto concedere il beneficio del dubbio ad una donna ormai coinvolta in un ménage coniugale di innegabile routine, ma che sapeva benissimo quel che stava facendo. Per la proprietà invariantiva, secondo cui la differenza fra due uomini non cambia se a entrambi si addiziona o si sottrae una stessa donna, Clint Eastwood sarebbe comunque rimasto uguale all’ispettore Callaghan, se fosse diventato il compagno di vita in Africa di Meryl Streep, ma diventando il loro un mènage coniugale, le sarebbe comunque venuta a  noia la vita con lui e lui morendo le avrebbe chiesto perdono per aver infranto i suoi sogni, vivendo con lei per sempre. Lei, donna di mondo, lo capisce dall’inizio e pensa: “Che mi importa? Ora mi godo questi quattro giorni di vero amore che non avrò mai più, così potrò poi passare la vita a difendermi dalla noia pensando ad un amore che non ho potuto avere.” Lui invece, che ancora non supera il lutto per la perdita della 44 Magnum, non capisce che il motivo per cui lei non scende dalla macchina è che vuole continuare ad amarlo per tutta la vita. Cosa può volere di più una donna, nella vita, dell’immagine ferma nel tempo di un uomo in silenzio, sotto la pioggia, che la guarda andare via, mentre lei deve fingere di non conoscerlo? Cosa può volere di più? Robert Redford, senza dubbio. E infatti viene dimostrato il teorema per cui: anche se hai a casa Robert Redford che ti aspetta per lavarti i capelli tutte le sere, arriverà il giorno in cui vorrai farti fare la permanente da Clint Eastwood, anche solo per un’ora, per poi non rivederlo mai più e sognare in silenzio di “come sarebbe stato se”. Dal canto suo per Clint Eastwood sarebbe stato molto più facile trovare un’altra moglie per poi avere voglia di tradirla solo con Scorpio, che infatti ha ucciso proprio per continuare ad amare per tutta la vita. Ad un attento osservatore infine non sarà sfuggito il fatto che, sia tu Clint Eastwood, Robert Redford o l’Ed Harris amico dei Mrs Dalloway, quando incontri Meryl Streep la tua morte è assicurata prima della sua. Così lei potrà rimpiangerti ancora più a lungo. Spero di non incontrare mai Meryl Streep. Ma Robert Redford a me, andrebbe benissimo anche per più di quattro giorni. Lo tradirei con mio marito per una notte soltanto, tanto all’idea di stare sotto i ponti ci stiamo abituando da tempo. Ma sai quella notte che capelli!

20

Ago
2013

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In Soluzioni

By bellatrix74

Livin’ la vida loca.

On 20, Ago 2013 | No Comments | In Soluzioni | By bellatrix74

vidaloca Vale. Cioè: va bene. Anche se poi “Vale” per me significa un sacco di altre cose. Ma questa è un’altra storia. Insomma, amici, io ci ho pensato bene. Sì, d’accordo, siamo la prima generazione di sconfitti, distrutti, disperati, fregati, rovinati dalla generazione precedente, che la storia ricordi, dal primo dopoguerra. Ma, onestamente, anche se è difficile ammetterlo, chi puo’ dire, più di noi, di aver avuto la possibilità di vivere la “vida loca”?. Nessuno. Non vi convinco, al primo impatto, me lo sento. Troppi debiti, dubbi, stenti, malesseri. Vabbè. Vi convincerò così: ho dato 24 esami su 26, e non ho comunque preso la laurea per un cavillo burocratico, dopo dieci anni di lavoro e studio, fino ad arrivare ad aprire un’azienda, con la vittoria di un bando della creatività che mi ha causato molti debiti, a causa dei quali sono dovuta tornare a lavorare per altri, pagando di contributi più di quanto avessi mai guadagnato, nel tempo, per cui non potendomi più permettere una casa, sono tornata dai miei genitori, pur continuando a fare: siti web, format radiofonici, produzioni audio-video, lavori da barmaid, cameriera, maitre,speaker radiofonico, saltimbanco, domatore di rinoceronte, per poi arrivare, nuovamente libera e felice, a campare in un antro di trenta metri quadri, alla giornata, augurandomi che non aver mai acceso i riscaldamenti quest’anno, agevoli il tornaconto di fine anno. Oggi, con orgoglio, ad agosto duemilatredici, posso dire: io non ho nulla. Ma, signori, ho vissuto fino ad ora la vera “vida loca”. Ho trentanove anni. Mio padre alla mia età aveva due figli, un mutuo e un impiego per la vita. Altro che “la vida loca”. Non l’avrebbe avuta neanche in dieci vite della sua, la mia vita imprevedibile, folle, sorprendente, da giocoliere. E stasera (attenzione, qui è la rivelazione) ne sono felice. Forza, scagliate ‘sta prima pietra. Ma come? Invece di ribellarmi? Di combattere per la giustezza degli intenti? Invece di imporre la mia visione meritocratica del sistema, cosa faccio? Dico grazie per il maltolto? Sì. Sono stati dieci anni meravigliosi. Io se li avessi immaginati, con tutte queste sfortune e imprevisti, mai li avrei potuti immaginare così belli. Dio, se mai avessi avuto quelle notti di dolore su quel tetto! Cosa sarei oggi io? E quei giorni di sole e poi di neve? Io sono stata deejay su una spiaggia. E direttore in una radio. E ho messo su una montagna di debiti tutti miei fatti di dischi e di canzoni e colori che non finirò mai di pagare. E parole. E racconti. E gente, tanta gente. Tanti bar, con la “parannanza” indosso che manco me li ricordo. E le notti a ballare quando i locali sono chiusi per tutti gli altri. E una notte, in un recinto fatto a mano, con i rami portati dal mare, sulla spiaggia, ho raccontato a Lorenzo, di sei anni, mentre sua mamma lavorava al ristorante, la storia di Cassiopea e di come c’era finita in mezzo a tutte le altre stelle. Io ho avuto più di tutto quello che mai potessi sognare. Se la mia sorte continuerà ad essere quella di tutti i ragazzi della mia generazione, allora magari, avrò ancora la fortuna di inventarmi una vita in un mondo che non c’è. E se pur ci fosse stato, mai l’avremmo immaginato così. Siamo una generazione di romantici, e nel nostro Sturm und Drang ci crogioliamo, vittime del piacere di lottare ogni giorno contro la tempesta. Voi no, eh? Eh vabbè, ci incontreremo nella prossima vita, quando saremo tutti gatti. E quelli come me staranno sui tetti a godersi il chiar di luna. Miao.

04

Ago
2013

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In Soluzioni

By bellatrix74

L’Uranio 238 decade in 4,5 miliardi di anni.

On 04, Ago 2013 | No Comments | In Soluzioni | By bellatrix74

red-pin-up-tattooed_pin_up__by_gio_sama-bigBeato lui. La Donna Comune in circa 39 anni. Al contrario della sua copia sintetizzata in laboratorio, detta anche Donna Vip, la Donna Comune vede, al completamento del 39mo anno di età la conclusione di un naturale processo iniziato cinque anni prima, quando, ignara del fatto che ancora poteva salvarsi, aveva sorriso dei primi cenni di sfaldamento adducendoli a “defaillance temporanea”. Come i libri di  fisica ci hanno insegnato,ai tempi della scuola, a proposito dell’irreversibilità di alcuni processi evolutivi, altresì numerosi amici gay, e per questo inspiegabilmente immuni al processo di decadimento,  ci hanno per anni istruito a proposito della possibilità di rallentare il processo. Ricordo benissimo le loro parole: «Ripeti con me: primo principio della gluteodinamica. Così come nulla potrà fermare la corsa della pallina sul piano inclinato, nulla potrà impedire al gluteo di continuare la sua discesa verso il basso, a meno che, per tempo, non si introduca un elemento d’attrito, detto anche “squat machine”.»  Alcune donne più furbe e meno impegnate in mille progetti, hanno ritenuto il consiglio fondamentale per la propria futura salute-psicofisica. Non così io. Ero troppo impegnata a soffrire per amore, o a partecipare ai provini per un network, o a creare una radio web, o a impostare la giusta sequenza di brani, o a prendere lezioni di dizione, o a suonare agli aperitivi, o a scrivere i codici di un software, o a ubriacarmi con gli amici. Dieci anni fa dovetti accettare, a fatica, l’assioma per cui , nella Donna Comune, a partire dai 28 anni, la patatina fritta nel suo percorso dalla bocca allo stomaco devia inspiegabilmente su una corsia preferenziale direzione coscia, restando intrappolata lì, intonsa in eterno, contribuendo all’aumento di volume. Oggi, a 39, una nuova raggelante evidenza: la tanto osannata forza di gravità, della cui scoperta il genere umano continua  a vantarsi, è una trappola, un inganno, un pericoloso nemico, che attenta non più solo al gluteo, cosa a cui ero pure preparata, ma, orrore, al corpo tutto, in ogni suo minuscolo centimetro. Il naso, le sopracciglia, il mento, le guance. Il collo. Le tette. Per concludere con la conferma definitiva dell’avvenuto decadimento: il tricipite. No, il tricipite no! Non a me. Non avrei mai sospettato che potesse succedere proprio a me. Aiutatemi. Scorrono davanti ai miei occhi immagini di un tempo passato in cui tutto mi era concesso. Salutare agitando la manina. Salare un po’ di più l’insalata. Ballare le canzoni dei Blur. Battere le mani a tempo ai concerti. Pigiare con forza sui tasti del pianoforte. Io non suono il pianoforte, ma magari avrei voluto imparare. E ora, per sempre, questo lenzuolino steso, mi starà appeso all’omero, come una bandiera bianca a confermare la resa nella guerra contro il tempo. E tra poco avrò quarant’anni. E allora sarà la fine. Mi narrano di terribili buchi nel penzolante interno coscia. Di gomiti rugosi. Di volti in cui mascella e zigomo non hanno più alcun valore in un contesto di rotondità spugnose e lucide. No! Giammai. Persa nel delirio e nel terrore, recupero la mia dignità e in cerca di uno spiraglio, alzo il dito al cielo come un supereroe nel suo momento di riscatto. La malasorte che mi ha voluto infine anche senza lavoro, dopo aver optato per un allenamento al lavoro, piuttosto che un allenamento in palestra, non vincerà. Avessi un tricipite decente, io che l’avevo splendido, forse avrei anche maggiori possibilità di carriera, giacchè pare che le due cose siano inspiegabilmente legate per la Donna Comune. Per non parlare del gluteo, competenza a quanto pare imprescindibile per l’assunzione in qualsiasi contesto. Oggi è il giorno del riscatto. Approfitterò di questo mese di vacanza per seguire scrupolosamente un programma di recupero che chiamerò: “Rocky Balboa Non Sei Nessuno”
Eccone i punti chiave:
– tu dolce di qualunque forma e tipo: al mio cospetto eclissati. Non esisti.
– tu alcool: neanche mi piaci.
– tu scarpa da ginnastica: sarai mia compagna inseparabile in lunghe corse.
– tu manubrio da due chili chiuso in un armadio: ti metterò le lancette e faro’ di te il mio orologio da polso.
– tu lampada abbronzante: restituiscimi dignità.
– tu computer pieno di codici e di meravigliosi fogli di calcolo e pagine web: mi mancherai molto. Tornerò.
– tu mia meravigliosa creatura radiofonica: stai bene dove stai.

E quello che sto cercando di dirvi è che se io posso cambiare (prima di raggiungere il punto di non ritorno dei 40), e voi potete cambiare, allora tutto il mondo può cambiare. Adrianaaaaaaaaa!!!!

25

Lug
2013

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In Dubbi

By bellatrix74

Harry, era meglio se non ti presentavo Sally.

On 25, Lug 2013 | No Comments | In Dubbi | By bellatrix74

sallyPerchè vedi Harry, uno dei grandi problemi della specie umana, è nell’inclinazione, probabilmente genetica, a ragionare sempre secondo la teoria evoluzionista. Pedissequa definizione di evoluzione: “Il progressivo e ininterrotto accumularsi di modificazioni successive, fino a manifestare, in un arco di tempo sufficientemente ampio, significativi cambiamenti negli organismi viventi”. Questo fondamento biologico, comunque opinabile, sembra calzare a pennello anche alle relazioni emotive, sociali e sentimentali. “Tu Tarzan, Io Jane. Noi cena insieme, poi bar, poi parlare di storie passate, poi diventare amici, poi ridere, poi non essere più amici perchè essere innamorati”. Evoluzione. In fisica la stessa teoria è persino più diretta: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.
Ecco perchè il teorema “Uomini e donne non possono essere amici” è fondamentalmente sbagliato se si considera come Wikipedia liquida in una sola frase i 96 minuti di masturbazioni mentali che ci accompagnano da quando Rob Rainer è diventato amico di Nora Ephron. La frase che contesto: “Il film segue l’evolversi del rapporto tra Harry e Sally, rispettivamente interpretati da Billy Crystal e Meg Ryan, in un arco di tempo di oltre un decennio, dal 1977 al 1989, attraverso una serie di incontri casuali, il nascere di un’amicizia speciale e la sua evoluzione in vero e proprio amore”.
In pratica il contrario di quello che il film vuole dire. Forse.
Al fine di procedere con il metodo scientifico sarà opportuno valutare le diverse possibilità, considerando come buona anche quella citata di Wikipedia e cioè il punto di vista “eracliteo” (e anche un po’ “clitorideo”, perché tipicamente femminile), che vuole il rapporto di Harry e Sally come qualcosa in divenire.
In aggiunta a quella elenchiamo:

L’ipotesi Parmenidea, detta anche “dell’Essenza” : Harry e Sally non sono mai stati amici e mai lo saranno; sono solo due persone che flirtano dal primo minuto, a causa di un inganno chimico, e come tutti quelli che flirtano hanno bisogno di dare un nome a quello che stano facendo. Il fatto che prima chiamino “amicizia” la relazione che li lega e poi la chiamino “amore”, non ha alcuna importanza ai fini dell’essenza. Sally è. Harry è. Insieme sono. Non possono essere citati ad esempio di alcun altro rapporto per l’unicità della loro essenza, che essendo infinita non è “in divenire”, perchè tutto ciò che è non cambia. Fine della storia. Anzi, essenza della storia.

La legge del Caos: Harry e Sally, prima ancora di conoscersi erano naturalmente predisposti, per caratteristiche di personalità, ad una certa affinità elettiva. Per questo, quando le condizioni esterne sono favorevoli ( e solo allora), condividono emozioni, tempo e attività ricavandone piacere e gratificando il proprio ego. Nel momento in cui le condizioni smettono di essere favorevoli (allo spettatore non è dato sapere cosa accade intorno a loro di contingente, come tasse, lavoro, soldi, tagli di capelli sbagliati) smettono di essere amici. Il fatto che diventino poi marito e moglie non è in relazione causa-effetto con la loro precedente esperienza di amicizia.

La teoria del piano inclinato (o del quadro che cade): Harry e Sally sono due ragazzi appena laureati che, grazie ad un’amica comune, hanno la possibilità di dividere le spese del viaggio in macchina fino a New York. Potrebbe succedere qualcosa ma non succede. Stop. Si incontrano di nuovo su un’aereo per Chicago. Coincidenza, disinteresse. Punto. Il terzo incontro è quello che avviene in condizioni favorevoli, ma, fino a quando non succede qualcosa di eclatante, i loro destini sono ancora aperti ad ogni possibilità. Quando è che la pallina inizia a rotolare? Quando è che cade il quadro dal muro? Qualunque sia il momento, è solo da lì, da quel piccolo, preciso, minuscolo istante che smettono di avere potere decisionale sulla propria vita. La pallina rotolerà sempre più veloce e nulla fermerà la sua corsa, fino appunto a fine corsa. Il sesso, spinta energetica che ha inclinato il piano e fatto staccare il quadro dal muro, punta alla liberazione dell’energia. Harry e Sally a letto insieme sono a fine corsa. Nessuna tragedia, suvvia. E invece no, perché la debolezza umana è proprio nel non saper guardare alle cose in termini di “inizio e fine”. Il matrimonio a questo punto è l’unica soluzione, se confrontata con una vita passata ricordare “quanto era bello rotolare lungo il piano”. Ed è qui che entra in gioco il principio di inerzia galileiano. Il matrimonio, appunto.

La teoria multidimensionale, detta anche “We’ll Always Have Paris”: Harry e Sally avranno per sempre Parigi. Come Elsa e Rick. Non importa quanto invecchieranno, se mai si lasceranno, se sono stati amici o non amici, se si sono amati o se invece era solo un inganno ormonale, se si sposano o se non si vedranno mai più. Se esistono tante dimensioni quante sono le possibilità, allora Nora Ephron ce ne ha raccontata una sola. In un’altra Sally e Harry stanno ancora lì a decidere se imbucare i biglietti gli auguri di Natale tutti insieme o controllare gli indirizzi uno a uno. E Natale non passerà mai. E’ un po’ come la teoria dell’essenza,  su più livelli. Solo molto più romantica.

Ognuno potrà scegliere l’ipotesi che lo fa stare meglio, anche se ciò significherà mentire a se stessi. In fondo la psicanalisi l’hanno inventata per questo no?
Restano dei quesiti a proposito di Elsa e Rick. Sarà sufficiente obiettare ad Harry, l’opinione secondo cui Ingrid Bergman sarebbe a “basso mantenimento”. Ma questa è la teoria su Casablanca. La formulerò in un’altra notte. Quando farà meno caldo.