In a Zimmerman Mood

Dubbi, Soluzioni

Sono nel mio momento Dylan, decisamente. Ed è molto difficile essere nel momento Dylan, per come la intendo io. Significa che lo penso spesso e che mi faccio molte domande a proposito di cosa deve aver pensato lui in questa o in quella situazione. Magari sto riflettendo su un concetto o sto prendendo una decisione, processi che per me durano diversi giorni, a volte settimane, e mi sbuca dal nulla la sua faccia. Mi è successo nel tempo anche con altri. Un po’ come accadeva a Rob in Alta Fedeltà, con Bruce Springsteen. Solo che nessun di questi che ogni tanto penso ha mai risposte o messaggi per me, come invece Bruce ne aveva per Rob. Senza motivo, semplicemente mi metto a pensare a loro . Ricordo di quando per esempio mi ero fissata con quella domanda a proposito di “Chissà come ci si sente a essere Iman e a ritrovarsi nel letto, la mattina, David Bowie”. Poi David Bowie è morto. Poco dopo eh, tipo due settimane, quindi forse è meglio che smetta di pensare chiunque. Comunque Iman avrebbe ribattuto che lei nel letto non si ritrovava David Bowie ma David Robert Jones e bla, bla, bla.

Stavo dicendo: è difficile essere nel momento Dylan perché neanche Dylan, io temo, abbia mai capito bene cosa voglia dire. Non sono una grande appassionata della sua biografia, a parte le cose che tutti sanno, o almeno che quelli che fanno il mio lavoro sanno, come : che c’entra Woody Guthrie, chi è il Thin Man della ballata e le citazioni tipo ” I don’t believe you, you’re a liar”. Non conosco a fondo la sua intera produzione, inclusi i bootleg, ma Il mio disco preferito, dei suoi,  è Blood on The Tracks. Mi dispiaccio sempre molto per Joan Baez e il documentario girato nel tour inglese del 1965 in cui la tratta come Harry avrebbe trattato Sally se non si fossero mai messi insieme, me lo rende detestabile. Anche se ho sempre pensato che Harry e Sally insieme in realtà fossero una coppia terribile e che Nora Ephron lo sapesse ma che ci abbia volutamente ingannati per vedere se ci saremmo cascati. Ci siamo cascati tutti e quindi , in fondo,  aveva ragione Dylan e Joan Baez s’è salvata la vita. Mi fa molto ridere l’episodio di Urban Myths in cui si racconta la leggenda della sua visita a Dave Stewart che finì nella visita a un Dave qualunque. Dal 2007 mi commuovo sempre quando ascolto I Want You perchè mi viene in mente Heath Ledger. If You See Her, Say Hello è la canzone d’amore più bella della storia del mondo e anche di altri mondi, probabilmente. Questo è quanto a proposito di quel che so di Dylan. Però qualcosa della sua enigmatica espressione mi si deve essere attorcigliato da qualche parte nel lobo frontale, e, quando meno me l’aspetto, allenta le sue spire e fa capolino.  Ieri ero sul terrazzo a prendere il sole su una delle sdraio che il proprietario della nuova casa ci ha lasciato a disposizione. Il terrazzo è condominiale ma l’ha arredato lui. Gli altri condomini, forse gelosi del fatto che fosse toccata proprio a noi quella casa, sfitta per lungo tempo,  con l’affaccio sul terrazzo condominiale, hanno iniziato a pisciare sul territorio come i cani, già dal mese di febbraio. Gente che abita al terzo piano e s’è impegnata l’oro di famiglia per comprare il terriccio per i vasi su all’ottavo piano, ricordandosi improvvisamente dopo forse trent’anni di quello spazio che tanto somiglia al terrazzo de Le Fate Ignoranti. Peccato che in casa nostra di ignorante non ci sia neanche il cane, e anche lui sia poco socievole coi paesani. In questi giorni li vedo farsi gli spaghetti aglio e olio al secondo piano e portarseli fumanti su per sei piani per mangiarseli, già incollati, su quello che praticamente è il balcone di casa mia, sudando più per il sali-scendi che per i trentacinque gradi. Del resto disturbare il prossimo è un obiettivo impegnativo, ci vuole costanza e sacrificio. Rimandando la scrittura  del trattato sulla frustrazione del farsi i vasi con le fragole al Tuscolano, sperando di dimenticare il cemento e la puzza di topo morto, ho pensato che potevo anche sedermici io, per una volta,  sull’affollatissimo balcone di casa mia. Ero in una posizione che conciliava la presa di coscienza: salda dai gomiti ai polsi sui braccioli, con i piedi ben piantati a terra , la schiena accomodata fino al collo e la testa appoggiata sul cuscino. Dopo anni di posizioni precarie del tipo: “Sono solo di passaggio, anzi, fammi andare che ho da fare” credo di aver per un istante indugiato, trovandomi immobile sotto il sole, a frenare le fantasie degli occhi socchiusi prima di aprirli un secondo e visualizzare la domanda del qui e ora, quella che mi ha fatto pensare a Dylan per l’appunto. Me lo sono rivisto nella scena finale del penultimo episodio del David Letterman Show. Già dalla prima visione, lì in diretta, di quel momento così storico per la tv e per un uomo di tv, qualcosa mi aveva disturbato. Non solo me ovviamente, visto che anche David Letterman pareva imbarazzato per l’apparente totale disinteresse di Dylan nei confronti di quello che stava succedendo intorno a lui. In quell’immagine di silenzio e goffe posizioni, m’è apparso finalmente il fumetto con le parole scritte dentro, e le parole erano «Ma che cazzo ci faccio qui?». Ho avuto un sussulto e mi sono detta che poi avrei fatto la prova su Google cercando quante più immagini di Dylan e abbinandole al fumetto in questione, ma ero già certa della bontà di questa intuizione. Il mio momento Dylan è quello di un “Ma che cazzo ci faccio qui?” finalmente convinto, fermo, con la giostra che non gira mentre mi pongo la domanda. Ricordo di essermi chiesta questa cosa più volte negli anni: quando avevo sedici anni, seduta al banco di scuola durante la lezione di Eneide, all’ultima ora del sabato; quando ne avevo venti sul letto della mia camera, aspettando una telefonata che non arrivava mai; a venticinque servendo ai tavoli del pub; a trenta nei lunghi pomeriggi in consolle al Mecs Village, indovinando canzoni per chi passava sulla battigia e poi negli inverni freddi quando diventavano consolle di locali pieni di fumo di sigarette. Ho sempre avuto una risposta, tutte quelle volte. Che ci faccio qui?

Studio per diplomarmi così poi potrò andare all’Università, anche se quel che conta è che domani non ci sia scuola.

Aspetto che mi chiami, così potremo uscire, anche se non so se alla fine gli hanno dato la licenza o se è rimasto a Torino perchè l’hanno messo di corvè.

Porto questo al tavolo 32, così poi posso andare a vedere se è pronta la comanda per il 46, e visto che è l’ultimo tavolo, tra mezz’ora me ne vado a fare colazione con gli altri.

Ora gli metto questa, perchè avrà più o meno quarant’anni e nel 93 avrà di certo comprato questo disco quando era al liceo. 

Non riuscirò mai ad andare davvero a tempo ma punterò sulla selezione. E poi questa piace al banco, così i ragazzi si ricordano che sono qui e mi mandano da bere. 

Risposte del qui e ora che danno un senso, incompiuto e provvisorio forse, di quel che sto facendo. Ecco cosa mi manca da dieci anni a questa parte. Il fatto è che a un certo punto i progetti e speranze e pensieri e avventure devono essere diventati troppi, si sono mischiati e non ci ho capito più niente. Come in uno di quei film dove a un certo punto ti fanno sbirciare un epilogo di vent’anni dopo, prima di raccontarti come ci si sia arrivati.

Ma che cazzo ci faccio qui?

Vuoto totale e frasi sconnesse farfugliate anche ad alta voce che non possono essere una risposta, perchè sono solo inviti a nuove domande.

Sono qui perchè stiamo ricostruendo casa daccapo. Sì il Big ranch. Da tre anni ormai.

Conduco show di televendite e so cosa è l’acido ialuronico a diversi pesi molecolari.

So anche cosa è la Trap.

Papà è morto. Oddio, pare impossibile che sia morto proprio lui.

Ho avuto un’azienda e l’ho chiusa.

Ah no, quello è successo prima. Prima della Trap dico.

Farò i bagni in resina cementizia.

Ecco. D’un tratto l’espressione di quello che ormai chiamerò The Zimmerman Mood deve essere comparsa sul mio viso. Non c’era nessuno a confermarmela ma non c’ero nemmeno io , perchè per una volta non mi guardavo da fuori, come fossi una spettatrice di passaggio, troppo indaffarata per avere opinioni. No , no, ero proprio io, da dentro, perduta e sconnessa, come probabilmente un Dylan qualunque a cui hanno chiesto, in un qualunque momento della sua vita, dal Greenwich Village in poi, «Chi sei e che ci fai qui?». Chissà se questo giustifica il mio esser diventata, agli occhi di chi mi conosce da tempo, così sfuggente, fredda e cinica. Cioè stronza. No, infatti, non mi giustifica, anche perchè nessuno cambia mai, tutti sono come sono da sempre. Ecco, di questo, per esempio, me ne farò in fretta una ragione.

Fatto.

Ho preso il sole ancora quindici minuti e sono rientrata a preparare il riso alla cantonese. Però mentre la frittatina tagliata si freddava accanto ai cubetti di prosciutto cotto, perchè è importante freddare tutto a parte prima di mischiare, ho cercato su Google tutte le foto di Dylan che potevo trovare, e con una App ho messo il fumetto parlante “Ma che cazzo ci faccio qui?” a tutte le immagini. Perfetto. Calzante. Illuminante. 

Che dici, Joan Baez, possiamo perdonarlo ora che sappiamo del suo smarrimento?

No.

Ah sì, in tutto questo, “a parte” è ancora fondamentale per me.

 

In My Secret Life (Ode To Leonard Cohen)

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Qualche volta mi metto per gioco a contare le canzoni che conosco. Perdo sempre. Nel senso che mi fermo alle prime dieci che mi vengono in mente, ci faccio una playlist su Spotify e poi penso a una trasmissione per la diretta in radio. Quando non esisteva Spotify, ci facevo un cd. E prima ancora una cassetta. E’ solo il mezzo che cambia, credetemi, a noi deejays, non ce ne frega niente del tempo che passa e della tecnologia che avanza: abbiamo sempre un cuore di pezza, che continua a scucirsi perchè a volte si gonfia a dismisura. Che strano lavoro, questo nostro. E’ un segreto continuo. La verità è che io non voglio lasciare l’Italia per non dover imparare a fare questo lavoro in un’altra lingua, perchè non c’è nessuna lingua come l’Italiano. Puoi dire una cosa e significarne un’altra, celare un segreto eppure sembrare trasparente come l’acqua. Alcuni amici che fanno questo lavoro mi capiranno. Ci intendiamo. Ognuno conosce i segreti dell’altro solo dall’ascolto delle canzoni scelte, o dalle frasi pronunciate tra un disco e l’altro. Ognuno però, per un tacito accordo, si fa i fatti propri, anche se qualche volta ci mettiamo a vicenda quei like su facebook che significano “Io lo so ma non lo dico a nessuno”. Anni fa erano una pacca sulla spalla, non cambia mica nulla. In questo continuo lavoro di segreti nascosti ci sono tre canzoni d’amore che spiegano il mondo, secondo me. No, non è vero, sono molte di più. Ma queste tre sono le conversazioni che uno col cuore di pezza fa con se stesso in alcuni momenti fuori dal tempo. I momenti fuori dal tempo non capitano tanto spesso. Per fortuna, forse. Perchè quando ti capitano ti cambiano talmente tanto la vita che poi il resto del tempo ti sembra per sempre inutile. E’ come quando stai facendo una cosa importante e all’improvviso tutto si ferma e rimani da solo col mondo immobile intorno a farti domande strane e a guardare come se non avessi mai visto.
La prima è una canzone di Tom Waits che si intitola I Hope That I Don’t Fall In Love With You. Una volta discussi con Ghè, che è un grande autore: lui diceva che per me i testi delle canzoni contavano troppo. Ma poi quando parlammo di questa canzone lui fu d’accordo con me. In quella canzone Tom Waits nella mia testa fa il barista. Uno così o suona il piano o fa il barista. Diciamo che suona il piano, ma per me fa il barista. La cosa certa è che lavora in un locale. E in quel locale con lui lavora una ragazza che forse serve ai tavoli. L’intimità che si crea tra quelli che lavorano insieme in un locale, e si ritrovano a parlare e bere e giocare a carte insieme prima della chiusura è un’intimità senza speranza. Ci si innamora per forza. Il mondo fuori diventa piccolissimo. Poca gente, poco rumore, tante luci e sogni lucidi. Gli spazi si allargano, le parole diventano pesanti, si dice solo il vero, si mangiano cose piene di calorie, si crede a tutto e si immaginano mondi bellissimi. Non so come è che succede, ma succede così e dopo qualche tempo tra un locale e l’altro, quando capisci come funziona il gioco, e dopo aver ricominciato daccapo mille volte, arriva un momento in cui, seduto su uno sgabellino, in un angolo dici a te stesso, guardando verso di lei “Spero solo di non innamorarmi di te”. Però è già successo, è già tardi. Ecco, quella canzone è quel momento. E se io ci ripenso adesso, quell’attimo in cui speri di non esserti innamorato di una persona, anche se sai che quando tornerai a casa ci penserai, e ti metterai nel letto e sorriderai per quella cosa che ha detto, sapendo che era per te e solo per te, ecco quel momento è tutto, e io vivrei altre venti vite solo se mi dicessero che in ognuna di quelle ci sarà almeno un momento così. E Tom Waits ci ha scritto una canzone. Beato lui. Ho sempre pensato sì, beato lui, che l’ha vomitato in una canzone quel pensiero e non ci deve sempre tornare ogni tanto, riascoltandola, come faccio io.
La seconda canzone che spiega il mondo l’ha scritta naturalmente Bob Dylan, ed è If You See Her, Say Hello. Bob Dylan mi sta tantissimo antipatico e a quella storia che dice che è morto tre volte e ogni volta è stato rimpiazzato da un sosia diverso, io ci voglio credere, perchè non posso credere che uno così antipatico abbia potuto scrivere una cosa tanto bella. E’ la canzone che ti canti quando pensi che lei se ne è andata perchè è colpa tua, e che ha fatto bene ad andare via, ‘ché almeno lei s’è salvata, e che quella separazione ha salvato pure te. Ma in cuor tuo speri che lei stia di merda e stia soffrendo senza di te. Speri che qualcuno gli dica che t’ha incontrato e, anche se a quella persona dirai “Falle credere che non mi manca affatto” ti farai un film su come le racconteranno di te e magari lei sospirerà. Tanto a te che t’importa? T’importa, maledetta. Il punto è questo, ed è l’unico punto che abbia mai contato al mondo: ci sono persone che stanno insieme per sempre, anche se si lasciano, anche a mille miglia di distanza. Quella cosa delle separazioni e dei matrimoni con altri, e poi la vita che passa, e gli acciacchi e cento figli, lavori diversi, uno ricco e uno povero, o uno nero e uno bianco, insomma tutto questo semplicemente non è importante. Arriva qualcuno che c’era da sempre, ci parli mezz’ora, poi cammini un po’ e ti racconti la vita, fai l’amore o anche no, tanto è lo stesso, perchè ti riconosci la pelle l’uno nell’altro e non è che te lo spieghi, è un assioma, è solo così. Poi va via, ma continua a esserci. E non c’è nessuna possibilità che di quell’alchimia ti sia accorto solo tu e lei no. Così in isolati e solitari moti di ribellione nei confronti di un Dio, la cui esistenza è provata già solo per il fatto che deve pur esserci un forza superiore che ha pensato tale beffa , altrimenti non si spiega, ti dici che sei solo tu a pensare a lei e che speri stia bene. Quante balle, tutte in un’unica, sola, meravigliosa canzone. Maledetta di nuovo. Lei e la canzone.
La terza e ultima è il motivo di questo post.
L’ha scritta Leonard Cohen che ha scritto molte canzoni bellissime prima di questa, che è del 2001 e si intitola In My Secret Life.
L’altra mattina quando ho letto della sua scomparsa mi sono molto commossa, più che per la sua assenza, motivata comunque dall’età, per il suo saluto al mondo, un po’ come Bowie aveva fatto qualche mese fa. Avevo letto in radio un’intervista in cui presentando il suo disco aveva detto che davvero si trattava di un saluto, che era arrivato il suo momento e che quella era un po’ un’elegia a se stesso. Forse la vanità ci salverà più che la bellezza? Ci ho pensato, perchè sia lui che Bowie non hanno voluto che fosse qualcun altro a salutarli, ma giacché c’erano hanno fatto un gesto del tipo “Scusa, non conosco nessuno che sappia farmi il discorso funebre come me lo farei io, quindi: eccolo.”
Giusto.
Se muoio stanotte, per colpa di questo sushi che ho sullo stomaco, facciamo che questo post è il mio saluto al mondo e che la mia canzone sarà If You See Her, Say Hello.
Ma se avrò invece tempo per ancora far finta che sia in un modo diverso da come alcuni giorni sono, suonerò ancora questa In My Secret Life. E’ la canzone della soluzione, io credo. Mio cugino Johnny, che amo molto, mi ha insegnato tempo fa una cosa: “Devi fare come se”. Quando la vita non è esattamente come vorresti tu, devi fare come se lo fosse. Nel cuore di pezza ricucito, custodisco una vita parallela, una vita segreta, in cui alcune cose sono andate diversamente da come ricordo. In questa vita segreta a volte ho tempo per sedermi sulla spiaggia, per ridere come facevo in quei giorni che non dimentico. Per essere ancora la bimba piccola di mio papà. Nella mia vita segreta ci sono tante cose di me che ora non mostro più. Ognuno, io credo, ha diritto a una vita segreta. Per questo non dirò di più e solo la suonerò domani in radio.
Poi magari un collega metterà un like alla playlist e io saprò che è anche un po’ la sua.
Ma, giuro, non lo dirò a nessuno.

In my secret life
In my secret life
In my secret life
In my secret life
I saw you this morning
You were moving so fast
Can’t seem to loosen my grip
On the past
And I miss you so much
There’s no one in sight
And we’re still making love
In my secret life
In my secret life
I smile when I’m angry
I cheat and I lie
I do what I have to do
To get by
But I know what is wrong
And I know what is right
And I’d die for the truth
In my secret life
In my secret life
Hold on, hold on, my brother
My sister, hold on tight
I finally got my orders
I’ll be marching through the morning
Marching through the night
Moving cross the borders
Of my secret life
Looked through the paper
Makes you wanna cry
Nobody cares if the people
Live or die
And the dealer wants you thinking
That it’s…

Quella cosa lì che si fa con il latte.

Esperienze

Una volta per tutte: sì, esistono fobie alimentari. Sì,  alcuni di noi ne soffrono dalla nascita. No, non possiamo spiegarle in un modo comprensibile a voi che non ne soffrite. Vessati da continue domande, sottomessi alle frasi spesso minatorie dei padroni di casa cucinieri, derisi dagli amici commensali e terrorizzati dagli sputi nel piatto che chissà quante volte abbiamo ricevuto come risposta al nostro divieto d’improvvisazione allo chef, abbiamo imparato a formulare frasi che pongano fine ad ogni discussione e insensata tortura. Sono allergica e potrei morire. Ho una rara malattia. La mia religione non me lo consente. Preferisco digiunare. Ho un chip nel cervello che a contatto con l’enzima attivato da quella sostanza mi fa esplodere. E ogni volta non vediamo l’ora di tornare a casa da mamma. Perchè lei sola sa. Persino la nonna insiste da quando siamo piccoli e si rifiuta di capire. E’ tempo che qualcuno te lo dica, e lo farò io, con parole semplici e povere. Io non mangio formaggio, non posso stargli vicino, non lo tocco e preferisco non vederlo, quindi se tu ne mangi preferisco sederti lontano, perchè potresti contaminarmi. Pensa che non mangio nemmeno la maionese perchè gli somiglia. E quando me lo nascondi appositamente e io ne mangio per sbaglio, mi fai il torto peggiore che si possa fare a una persona. Vuoi sapere perchè? Ottimo, eccoti la risposta. Per me è cacca. Ma se pensi che questa sia una frase da bambina capricciosa, sappi che non uso questo termine come quando a tre anni ti fanno “le ttottò” sulle mani. No, è proprio cacca. Ma non quella carina di Arale. La mangeresti tu? E perchè no? Sei allergico? Ma se non hai mai provato come fai a dirlo, scusa? Nessuno è morto per questo, no? Forza, assaggia e se non ti piace poi puoi sputare. Vedi, per noi è così. Non ti piace come paragone, me ne rendo conto, ma credimi se ti dico che, almeno nel mio caso, ricordo benissimo i pianti per la sola vicinanza di “quella cosa che si fa con il latte” e che faccio fatica persino a nominare, a meno di tre anni di età. Sei sconvolto, lo so, perchè nessuno di noi ha mai avuto il coraggio di dirtelo, ma era tempo che qualcuno lo mettesse nero su bianco, così chi si trova nella mia condizione da sempre, ha finalmente modo di inviarti questo link e metterti a tacere. Un po’ come nel circolo della fiducia, ora sappiamo di essere in molti, e tutti abbiamo lo stesso perenne problema.  Che siano banane, pomodori, spaghetti, insalata, semi per  pappagalli o cocce di pomodoro noi non le mangiamo e facciamo fatica a sopportarne l’esistenza. Così se alcuni turofobici come me sopportano la mozzarella sulla pizza, lo fanno solo ed esclusivamente perchè a un certo punto non ce l’hanno fatta più e hanno ceduto pur di non dover inventare una nuova malattia mortale,  tentando di non immaginarsi nell’atto di mordere la cosa peggiore che si possa pensare. Io no, per me sei tu che sei matto a mangiare una cosa non commestibile. Così se mi chiedi cosa farei se stessi morendo di fame e intorno a me ci fosse solo “quella cosa lì che si fa col latte”, io ti risponderò “E tu, cosa faresti se stessi morendo di fame e intorno a te ci fosse solo “quella cosa lì che…?”… insomma hai capito. Non ho altro da aggiungere. Ah, e non ho nessuna intenzione d’ora in avanti di inventare altre fantasiose spiegazioni, perchè la verità è bellezza. Quando mi invitate a cena dico di no per questo motivo, così almeno voi potete mangiare la lasagna senza che la spiegazione che fornirò rifiutandola  vi ferisca troppo. Buon appetito a tutti.

 

 

Novantadue minuti di applausi (dichiarazione d’amore, recensione semiseria e invettiva annessa)

Convinzioni, new

Questo non è un donut.

Si può avere ripieno di marmellata, al cocco, alla cannella. Ma non è un donut. E’ un simbolo e fa parte di un codice. Non è un donut quindi , ma è un percorso circolare. Se la mia vita, o la tua, o quella di David, il protagonista di questa storia, fosse un inconsapevole percorso circolare, prima o poi egli si ritroverebbe in un punto del donut su cui già è passato. Se il donut potesse essere visto in un contesto multidimensionale, e immaginare l’insieme di tutti i detsini possibili di quel donut, come nel tesseratto di Interstellar, David, l’omino che cammina sul donut, potrebbe continuare a camminare all’infinito, senza accorgersi ad esempio che qualcuno ha mangiato il donut, perché nel passaggio da una dimensione all’altra, il donut mangiato non c’è più ma continua a essere sempre lo stesso donut. In un certo senso quindi il donut vive sebbene sia morto. Esattamente come Laura Palmer. E questo non è uno spoiler. E’ impossibile spoilerare Twin Peaks, poiché si può spoilerare solo un’interpretazione di Twin Peaks. Twin Peaks è come la realtà: si può raccontare solo la percezione di essa, non la realtà. Vi è mai capitato di avere una seconda possibilità? Io credo che a tutti accada prima o poi, ma non sempre è facile accorgersi di essere di nuovo lì, pronti a chiarire finalmente una situazione che in passato era rimasta fumosa.  Esattamente venticinque anni fa David aveva cercato invano di convincere una platea ostile. Fuoco Cammina Con Me veniva appreso come un prequel alla serie tv più discussa dei due anni precedenti. Pubblico, produttori, critica e produzione erano stati per mesi ossessionati dall’unica domanda inutile di Twin Peaks: “Chi ha ucciso Laura Palmer?”. Avevano talmente insistito che alla fine, stremato,  David gliel’aveva detto, tanto era davvero poco importante rispetto a tutto il resto. Tutti,  una volta avuta la risposta, gli avevano voltato le spalle e avevano ignorato  quello che invece era davvero importante: il codice. Twin Peaks era un codice, lo è ancora adesso, ma ora non si può più gridarlo ai quattro venti perchè qualcosa evidentemente è cambiato. Lo dice chiaramente il Gigante al Buon Dale, proprio in apertura del primo episodio della terza stagione :”Le cose non possono essere dette ad alta voce ora”. Al tempo invece, sarebbe bastato prestare attenzione, per capire che era tutto chiarissimo, lì, spiattellato in prima serata nelle case di tutto il mondo. Non chiedetemi ora cosa nel dettaglio, perchè è una storia troppo lunga. Fuoco Cammina Con Me non era un vero prequel, perchè non c’è sequel o prequel in una narrazione in cui tutto accade contemporaneamente, ma questa cosa non la si poteva capire se non si era capito che non era importante chi avesse ucciso Laura Palmer. Forse la domanda più corretta sarebbe stata “Chi ha ucciso Marylin?”, ma anche questa è un’altra storia.

Venticinque anni dopo David torna a Cannes ancora con la storia degli abitanti di Twin Peaks. Lo stesso Twin Peaks che aveva preso i fischi. Quella stessa serie di cui era stata chiesta a gran voce la cancellazione. Quello stesso mistero che una volta svelato non interessava più a nessuno. In ventisei anni chiunque abbia tentato di usare al meglio il linguaggio cinematografico ha saccheggiato Twin Peaks per personaggi, atmosfere, ambientazione, temi, e ha avuto successo. Twin Peaks è un cult. Un nostalgico “si stava meglio quando si stava peggio”. «Sì, dài, Dave, per favore , torna a Twin Peaks. Bene! Bravo! Bis! » . Cinque minuti di standing ovation, lacrime e felicità delirante. Eppure, dopo tutti questi anni c’è ancora chi si chiede: «Ma cosa diavolo è successo a Laura Palmer?». Sarebbe bastata la risposta della signora Ceppo «La storia di Laura è la storia di tutti noi» per mettere a tacere due generazioni di spettatori. Io mi sarei arresa da tempo fossi stato David. Invece lui no, lui ha atteso pazientemente che il cadavere passasse sul fiume. Io lo ammiro moltissimo. Lo ammiro per molte cose ovviamente e lo amo dal profondo del mio cuore, ma non l’ho mai amato tanto come per questa sottile, ironica, velata vendetta.

La terza stagione di Twin Peaks è perfetta. Ed è un atto restitutivo meraviglioso, perchè se tutto è cambiato nel corso di questi ventisei lunghi anni, la sua testardaggine è esplicita nel continuare a dire la stessa cosa in un modo diverso, adeguato ai tempi. Nel 1990 puntava dritto il dito contro il male, nascosto tra le righe della vita al sole. Ragazzi a scuola, gonne sotto il ginocchio, la festa della cittadina, gli intrighi per il potere, la vita in famiglia, torte di cieliegie e caffè dannatamente buono. E un segreto terribile e fondamentale più importante della vita stessa: “We live inside a dream”. Nel 2017 il male è la vita. Guardatevi intorno e ditemi se la profezia non s’è avverata. La storia di Laura è ancora la storia di tutti noi, e siamo tutti nella Loggia Nera. Non c’è stato mai un momento così buio. Guerre, stragi, sangue e morte, sì, ma non parlo di questo. Parlo del male e dell’odio che esiste tra due persone qualunque che non si conoscono e già solo per il fatto di non conoscersi si odiano. Due passanti che si urtano. Un naufrago e il suo ospitante. Due persone vere celate dietro due foto su un social network.  Come cani che abbaiano dietro le sbarre di una prigione, ricordando Bobby e Mike contro James. Homo homini  lupus. Ed è questo tempo qui l’ambientazione della terza stagione di Twin Peaks. La musica non c’è. Non siamo più in un posto solo, e se guardate bene l’ultima scena, sbirciando Jacque Renault che serve da bere al Bang Bang Bar (sì è proprio lui e sì questo è l’unico vero spoiler) , in uno sprazzo di felicità, cercata a fatica nel marcio, tutti sono ovunque. Siamo tutti qui. Morti, vivi, persi, siamo tutti in questo tempo buio, dove tutti i tempi si mischiano. Dove ogni tanto appare un vecchio telefono a tasti a ricordarci che se se ogni tempo è in questo tempo, allora, ciascuna immagine scelta per comunicare un messaggio in sogno, come un nano danzante, contiene già la sua evoluzione, che altro non è che elettricità pura. Un po’ lo immagino ridere sotto i baffi, David. Ah, adesso vi piace. Ah, adesso del delitto pare non vi importi nulla. C’è tanta presunzione, come è giusto che sia, in questa nuova stagione di Twin Peaks. E’ il suo talento lo schiaffo. Ma senza dirlo. Sottolineando invece l’unico altro talento che egli chiama a testimonianza: Stanley. Kubrick è ovunque. Nell’occhio della scatola di vetro che ricorda HAL 9000. Nei corridoi del luogo del delitto, uguali a quelli dell’Overlook. Come al tempo era nelle scarpe di Audrey/Lolita. Non dirà nulla di nuovo, ma lo dirà in modo diverso.

Solo, Gordon, stavolta lo dirà a voce bassa, ‘ché il male urla già da sé. Certo, conservo in cuor mio la speranza di un finale ottimista. Una luce che ci consoli. Ma temo sia solo una speranza.

Bentornato Gardon. Mi sei mancato.

13 Reasons why i didn’t like 13 Reasons Why. Ovvero i miei 13 motivi.

Convinzioni, Esperienze, new

Il primo motivo è che sono in un periodo “no” della mia vita. Non so bene di quale vita, delle tante che ho vissuto fino ad ora, ma sono certa che sia un “no”. Sono la Barbara peggiore che ci sia mai stata fino a questo momento. Mai così cinica, mai così arrabbiata, mai così lucida, severa, e soprattutto mai così antipatica. Mi sto talmente antipatica in queste settimane che mi sta venendo voglia di diventare amica di me stessa. E qui arriviamo al secondo motivo, legato al tema e non alla serie in sé: a tutti capita prima o poi di farsi pena da soli. Io non conosco nessuno che non si sia crogiolato nel ruolo della povera vittima indifesa almeno per una volta, ma quel trucchetto dei “passivo-aggressivi” è anche tempo che venga smascherato, dopo esser sopravvissuti allo sdoganamento dell’adolescenza come ricatto morale, no? Nel mio, a lungo cercato e faticosamente raggiunto, “periodo no” mi sono data una sola regola: prima l’onestà intellettuale poi l’empatia. Obiettivo: un’ empatica onestà. Quindi Hannah Baker non mi fa pena perchè per troppo tempo ho puntato tutto sulla mia capacità di far pena a me stessa e, sebbene in qualche occasione sia stata anche credibile, il siparietto lo conosco bene e la verità è che è solo un altro modo di dar sfogo alla propria vanità. Smettiamola di farci pena da soli,’ché tanto agli altri, giustamente, davvero non gliene frega niente. Punto. Se nel 2017 all’ highschool della provincia americana va così, nel 1992 al liceo di provincia romana, andava allo stesso modo. Non lo chiamavano bullismo e nemmeno me lo ricordo come lo chiamavamo, ma credo che fosse sufficiente dire che eravamo degli stronzi. Visto però che siamo in aria di progresso e che ci siamo evoluti al punto di dare una parola alle sventure quotidiane dell’adolescenza, è anche arrivato il momento di fare un ulteriore saltino in avanti e capire che è poi Hannah Baker a vincere la coppa dei campioni di bullismo. E questa è la terza ragione per cui le fondamenta psicologiche della serie traballano: non la definirei mai, come ho scioccamente sentito fare, diseducativa, dico solo che urlando ai quattro venti la pericolosità del bullismo, ne diventa portavoce mediatico e addirittura invito, quindi più che diseducativa è contraddittoria. Ah la vanità nel credere di sapere cosa “educa” ad una sana vita in società e cosa no, quando la vita in società non può in alcun modo essere sana, perchè non consente la liberazione individuale dell’energia data dalle pulsioni più basse! Finito, ora divento buona. Il quarto motivo per cui non poteva assolutamente piacermi è che ho visto troppe serie tv per farmi fregare così. Suvvia, non siamo ragazzini che scoprono Lost nel 2016, noi nerd dei tempi non sospetti. La cassettina gne-gne, con le cuffiette della Philips, il numero 13 per stare due passi avanti a Undici di Stranger Things, la bici di Elliott a E.T, il recupero di Donnie Darko, che già aveva a sua volta provato il recupero degli anni ’80… Santa Madonna Luisa Veronica Ciccone, che palle! Allora, tanto per essere chiari: se per ogni volta che avessi dovuto riavvolgere una cassetta con la matita pur di non sprecare le batterie, avessi avuto un lettore mp3, col tastino rewind e ffw, avrei detto subito: “sì, grazie, datemelo e ripigliatevi ‘sta monnezza.” La bici ce l’ho pure adesso, anzi è meglio perchè da Decathlon costa 200 euro il super-modello maxi-sprint. La comitiva del tipo “chi ha mai più avuto gli amici di quando aveva 12 anni?” è un’opinione perchè io non ho mai più avuto quelli che avevo a 30. Basta con questa atmosfera, fotografia, ambientazione anni ’80. E se anche non bastasse: basta con la mercificazione degli anni ’80 rivolta alle generazioni che si stanno immaginando una cosa diversa da quella che era. Noi nati nei primi anni ’70 siamo stati molto nostalgici, abbiamo pianto perchè proprio quando avremmo dovuto iniziare a contare qualcosa, ci hanno tolto tutti i soldi, i sogni, il pane di bocca e, ancora piangendo, abbiamo iniziato a morire di fame. Poi a un certo punto qualcuno deve aver capito che era inutile recriminare contro quelli più vecchi di noi, e ha scoperto che per iniziare a guadagnare qualche spicciolo dovevamo vendere la nostra nostalgia dei tempi andati a chi non potesse controbattere perchè non li aveva vissuti quei tempi. Che infatti sono andati. Questo è bullismo! Quindi se il quarto motivo è la banalità, il quinto è l’astuzia disonesta.
Sesto e settimo motivo sono legati a una cosa fondamentale nelle serie tv: i dialoghi sono terribili e i personaggi non hanno spessore. Una citazione su tutte: «Non sei tu, Casco, sono io. Sono io che non ti merito.» Lo sciopero degli sceneggiatori a Hollywood nel 2007 ha fatto danni incommensurabili. E’ da allora infatti che, quella che doveva essere una situazione d’emergenza, in cui dilettanti allo sbaraglio si improvvisarono sceneggiatori, si è trasformata in una consuetudine. Durante lo sciopero degli sceneggiatori, How I Met Your Mother si fermò. E se lo sciopero fosse durato per sempre non sarebbe più ripartito. Questa è onestà, bellezza, purezza. I dialoghi di How I Met Your Mother insegnano agli angeli a sorridere. E ai dilettanti che scrivere è un’altra cosa.
L’ottavo motivo per cui 13 Reasons Why non mi è piaciuto è che a un certo punto inizierai a pensare: «Forse si riprende». E invece no. Non sapevano come farlo finire. Questa è la prima cosa che penserai. Quando invece la cosa evidente è che s’è imposta la necessità di creare aspettative per un seguito. Quanti motivi mi mancano? Ecco, cinque.
Non sto affatto menando il can per l’aia pur di rubare tempo, sto solo dimostrando, con una lista di 13 motivi in un post solo, che tredici ore di serie tv sono lunghe come la merda. A meno che tu non sia JJ Abrams, oppure non utilizzi alla grande la linea narrativa verticale. Come in The Big Bang Theory. La lunghezza ingiustificata, era il nono motivo, comunque.
Il decimo è per forza legato a Twin Peaks ma questo, ormai, lo sanno tutti. Dopo Twin Peaks nulla è stato lo stesso. Portare il simbolismo in tv, in prima serata, in Italia addirittura come alternativa alle partite del mercoledì sera, invitando alla visione quelle stesse famiglie che in apparenza potevano essere la famiglia Palmer, fu geniale, folle, ironico ovviamente. Poco importava se molti non avrebbero capito, se il tormentone “Chi ha ucciso Laura Palmer?” sarebbe diventato più importante del vero significato della serie, lui, David, l’aveva fatto. Chi nel tempo si sarebbe occupato ancora di quell’arte un po’ oscura che è il cinema l’avrebbe capito, avrebbe imparato. Avrebbero tutti reagito in futuro al consueto taglio della programmazione per motivi di audience, ispirandosi al suo colpo da maestro: tornare solo per un’inarrivabile conclusione di stagione, che fosse uno sberleffo, uno schiaffo morale. «Non l’avete voluta la terza stagione? E ora beccatevi ‘sti ventisette anni di dubbi.» E invece no, è andata nel peggiore dei modi possibili, perchè le atmosfere cupe, i dettagli distribuiti ad arte, i colori, le frasi-rebus diventate tormentone, erano solo la coperta che, essendo ovviamente troppo corta, faceva intendere che ci fosse altro a cui prestare attenzione. Così invece di concentrarsi fosse anche solo, che ne so, sulla tecnica di far capire una cosa, mostrandone un’altra, hanno preferito ripetere a pappagallo quelle suggestione per far sentire intelligenti gli spettatori che le avessero riconosciute. Si sono svenduti la coperta di Twin Peaks, ma noi no, non ci avranno mai.
L’undicesimo motivo è un fraintendimento generazionale. A quindici anni dicevo, come tutti i quindicenni, che gli adulti avevano dimenticato come è sentirsi a quindici anni. Eccomi qui, ne ho quarantatré, e non solo non l’ho dimenticato, ma voglio credere di essere migliore dei quindicenni del 2017, come in effetti i miei professori erano migliori di me. Così quando ero ragazza io, noi eravamo quelli che dovevano imparare la vita da chi l’aveva iniziata a vivere da più tempo di noi e ora che gli adulti, dal latino, “adolesco” mi “sono già nutrito”, contro l’adolescente che si “sta ancora nutrendo”siamo noi, veniamo dipinti come dementi che non distinguono una storia di stupro da una di cazzeggio. Paranoici, ossessivi, superficiali per di più. Insomma, sono io che sto sempre dalla parte sbagliata, o forse è tempo che si torni parlare di Brenda e Brendon come di quelli che poveretti, devono ancora mangiare qualche chilo di sale?
Il dodicesimo motivo è la scena in cui Hannah si taglia le vene. Non l’ho vista. Un istante prima mi sono coperta gli occhi perchè ero sicura del fatto che l’avrebbero mostrata cruda come è cruda una scena di vene tagliate. Così poi se ne parla, no? Becero.
Infine 13 Reasons Why è una brutta serie tv, perchè nessuna serie tv davvero bella ha bisogno di un hashtag tanto di moda quanto #13reasonswhy. E mi rode un po’ del fatto che l’uso di questo hashtag renderà questa mia recensione, nemmeno scritta tanto bene, più popolare del mio post precedente, in cui ho messo un racconto breve scritto un anno fa, che trovo molto più bello di questi tredici, sporchi, tuttavia ragionevoli, motivi per dire che, no, 13 Reasons Why tutta questa attenzione, inclusa la mia, non la merita.

A me le Rossana fanno schifo anche se sono rimaste solo quelle.

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 Li ho sempre un po’ invidiati io, quelli che amano le Rossana. Che poi secondo me a loro non piacciono davvero. Già dolce, fatta di caramella caramellosa, in più con dentro la crema zuccherosa. Ma per favore. Orsetti gommosi, quelli verdi prima di tutti. M&M’s rigorosamente con la nocciola, meglio se rossi. Il Liquirone e le Goleador. Cocacole frizzanti.  Le Fruit Joy, se proprio non si vuole rinunciare al vintage e tutt’al più una Halls agli agrumi, per stare al passo coi tempi. Ma le Rossana no, fatemi il favore. Un po’ come i pastiglioni alla menta fresca che avevano in bocca la consistenza dell’aspirina americana. Va be’. Comunque, finite tutte le altre, quando nella ciotola sono rimaste solo tre Rossana, in molti dicono di sì, anche se la sera prima stavano dicendo a un amico che piuttosto che mangiarsi una Rossana si sarebbe lasciati morire di fame. Poi invece, in preda all’ipoglicemia, in piena carestia di Big Fruit, se le ciucciano come fossero gommose ai frutti rossi. La vita felice (immaginata) è dei possibilisti e io non lo sono. Non dico felice. No, no perchè? Io sono felice, ma non tutto il tempo, perchè non sono possibilista. Semplicemente quando non ho quel che voglio, come lo voglio, non voglio nulla. Rossana? No grazie. Ma guarda che c’è solo questa eh. E pazienza, farò senza. Insomma sono felice solo quando lo sono davvero. Quando non lo sono, sono normale, ma se mi chiedono “come va?” dico che va di merda. Però lo dico sorridendo, perchè il buonumore non va mai perso. Eppure, Rossana a parte, ho passato una vita ad essere accomodante. Ciao, buongiorno, ma certo, tutto bene, sono d’accordo, facciamolo, come vuoi tu e se ci tieni per te tutto. Ma perchè invece non ho detto più spesso: fanculo no, non mi piace,non mi muovo, tienitela te sta Rossana che a me fa schifo e muoio di fame piuttosto? Me ne sto seduta qua, con le gambe incrociate che non si incrociano mai perfettamente perchè mi fanno male le ginocchia dopo un po’, a guardare fuori la primavera che è esplosa in questo enorme parco che un tempo chiamavo casa. Una prigione dorata in cui mi sono cacciata di nuovo. Maledetta me. Vuoi una Rossana? No, grazie. Poi ti passano una Rossana con la carta blu, ingannevole e fedifraga, e tu dici “ah be’ allora se ha la carta blu”. E invece no. Bocca chiusa a sigillo e dieta per non cedere al richiamo dello zucchero. Perchè per imparare a dire  “no fanculo, neanche se mi ammazzi”, devo pensare insistentemente a quell’unica eccezione della mia infanzia. La missione è aumentare il numero dei limiti invalicabili e fare leva su quel principio che è la sostanza di cui sono fatta io, e anche i miei sogni: l’onestà intellettuale. Le cose sono cambiate quando ho smesso di  desiderare intensamente e mi sono chiesta perchè desideravo. Fai la prova, su. Voglio questa cosa. Sì, ma perchè la voglio?  E diventi potente in un secondo. Niente orsetti gommosi? Pazienza, tanto non è che volevo una caramella, volevo quelli. Rossana o pesce al forno a quel punto pari sono. E’ una gran presa di coscienza. Non è che faccio festa. Anzi, c’è grande soddisfazione nel dire che sto di merda. Fredda come il marmo sono. Muta come un pesce divenni. Immobile come un sasso mi trovarono. No no no. Anche se intorno a me, in una malconcia posizione di Buddha, uno scroscio di carte di caramelle rosse impedisce ai miei pensieri di fluire. Mi scusi non ho il resto.  Le do anche 400 caramelle “. “in cartone?!?” “no!… sciolte…”. Tenga pure il resto, e tanti saluti.

La La Love ovvero «Vorrei che ci si potesse amare»

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Ma il Magico Accordo è un’illusione. Sai Hubbell, con gli anni sono diventata sempre più certa delle cose di cui sono certa, eppure qualche bugia continuo a raccontarmela. Sono K-Katie, e anche Jimmy, ma oggi mi chiedo se mai potrei essere Seb. E’ un talento quella volontà di amore che trascende ogni altra urgenza. E io quel talento non ce l’ho. Facciamo ordine, adesso che il puzzle è completo.

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La La Land è arrivato a conferma dell’unica soluzione che ho sempre considerato plausibile: se sei così la resa è inevitabile, ma c’è un universo in cui le cose sono andate diversamente e solo lì quel Magico Accordo continuerà a suonare indisturbato.

 

Rimorso!

Esperienze, new

La vita non è perfetta, le vite nei film sono perfette. Ecco una storia imperfetta: facevo radio da pochissimo tempo e siccome al tempo i corsi per diventare conduttore radiofonico non c’erano e si imparava prendendo i calci da colleghi e ascoltatori, non ero capace. O meglio: non avevo quel talento naturale che hanno alcuni in dizione, impostazione della voce e intonazione, in più di tempi radiofonici non sapevo niente. Ma ero più simpatica di adesso. Non c’erano i social, dove tutti sono amici di tutti, e così presi un indirizzo email e scrissi a un conduttore già mediamente affermato per un consiglio. Mi rispose che la radio era un’altra cosa da quella che facevo io, che dovevo studiare ma che probabilmente quell’impostazione così necessaria per fare quel lavoro non l’avrei mai avuta. « Però “sei carina”, prova in altri campi. Hai un’idea vecchia e romantica, che suona un po’ “popolare” e troppo confidenziale… anzi, scommetto che ti piace il film Radiofreccia.» Touchè. Decisi che forse in qualcosa si sbagliava. Non dimenticherò mai quelle parole così insipide. O meglio, adesso capisco quanto lo fossero, al tempo mi ferirono. Non so bene come ma ho imparato quelle cose così difficili da imparare, tanto che i provini più importanti della mia vita sono persino andati malissimo perchè ero troppo poco “confidenziale” e troppo precisa. Però ho lavorato molto. Lo dico sempre: la vita fa ridere. Radiofreccia in tutto questo tempo è sempre stato il mio film preferito, sì. Ma ho trovato estremamente rassicurante poter fare questo lavoro senza dover intaccare di un centimetro quel mio solido totem. Come un segreto prezioso da custodire, che non è che dai via così.
La maschera da Mary Poppins, se sei Freccia te la puoi mettere. Ma il punto è che se sei Mary Poppins, Freccia non ci diventi.
In un mondo crudele dove tutti per anni hanno gridato al miracolo ogni volta che sentivano cinguettare Mary Poppins, improvvisamente va di moda essere Freccia.
Mi sta un po’ sulle palle ‘sta cosa, ma se ci penso bene, fa più ridere che altro. Per fortuna “sono carina”, e il grande vantaggio in questo è quello di sembrare anche scema. Così è più facile continuare a essere se stessi, mentre il mondo intorno, che è un brutto mondo, fa i suoi giri. Io delle mie canzoni mi fido ancora adesso, credo davvero che non puoi sapere un cazzo della vita degli altri e quelle come me sposano sempre Ilaria. O la versione maschile di Ilaria, che si fa i fatti suoi e nelle cose di radio non c’entra perchè sa che sono cose grosse.
Ah, e il Rimorso l’ho passato tempo fa. Che se ce l’avessi ancora, questa sì sarebbe stata una grossa occasione.

Teoria delle chiavi nella borsa shopper e quel che ne consegue

Convinzioni, Soluzioni

L’assunto di base è che le borse shopper siano molto capienti e per questo molto comode, poichè possono contenere tutto l’occorrente allo svolgimento di una tipica giornata femminile. In una borsa shopper è consueto trovare: soldi gettati alla rinfusa; ombretti chiusi con lo scotch da pacchi; rossetti disciolti nel proprio stick per colpa del caldo; antizanzare; un libro di fisica quantistica; palline da ping pong; documenti di secondaria importanza come il passaporto e la patente; una calcolatrice con i tasti grandi;  almeno due telefoni di cui uno rotto; una virgorsol superstite;  gli occhiali da sole e quelli da vista; altri occhiali da sole, ma quelli belli di Jimmy Choo con la custodia; un paio di infradito; il quaderno degli appunti; la custodia aperta degli occhiali da sole Jimmy Choo che credevi di aver perduto; due pennette usb non formattate; le chiavi di casa attaccate allo stesso mazzo di altre tre chiavi di cui non è certa la provenienza; i cerotti; le carote; un peluche con apribottiglia integrato; le chiavi della macchina; un disco dei Kasabian; una maschera da unicorno.

Una delle grandi risorse della borse shopper è che , andando a fare la spesa, alla domanda : “Le serve una busta?” si può anche rispondere “No, tanto ho la shopper”.  Così trova spazio nella shopper anche un cavolo cappuccio, una bottiglia piccola di aceto di mele, il Nescafè  Red Cup e una confezione di petti di pollo.

Secondo la teoria delle chiavi di casa , dopo il supermercato, arrivati davanti al portone di casa, con un rapido gestodella mano, infilata sotto il cavolo cappuccio, scansando la virgosol e la patente, si affererà immediatamente un mazzo di chiavi che, portato alla vista risultarà essere il mazzo di chiavi della macchina. A quel punto, facendo ricadere nella shopper le chiavi della macchina,  ci si stupirà del fatto che non si è riusciti a trovare subito le chiavi di casa e si dirà “Eppure le avevo messe qui”. Non sarà difficile intrufolarsi nuovamente e inciampare nelle palline da golf. Capita. Per questo diventa importante bloccarle entrambe con una mano e aiutarsi con l’altra fermando i manici della shopper con quel gesto che solo l’esperienza rende automatico: l’unione “clic-clac” spalla-guancia, di cui neanche Don Lurio riuscì a spiegare l’importanza. Una volta fermate le palline il resto è una passeggiata. Così, facendosi strada tra il passaporto e gli occhiali, stando attenti anon aprire l’ombretto, si pescheranno… di nuovo le chiavi della macchina. Eh sì, è probabile. La situazione infatti potrebbe essersi complicata per l’accidentale rottura di una sigaretta che, sul pavimento della shopper, fa attrito e non lascia scivolare gli oggetti come dovrebbero. Fortunatamente si ha ancora la presa dentale libera che sarà utile per la defilata dalla shopper almeno della busta col cavolo cappuccio. Mentre la bottiglia di aceto di mele la si potrà reggere tra le ginocchia.

Ora, la teoria delle chiavi nella borsa, dopo almeno altre pescaggi delle chiavi della macchina, nella ricerca delle chiavi dicasa, vuole che qualcuno dei condomini apra casualmente il portone ad un certo punto della ricerca fallimentare e e che proprio in quel momento, sollevando la testa per dire grazie, i manici della shopper scivolino dalla presa facendo cadere in terra le chiavi di casa appunto. Importante far sì che nel recupero furtivo non si richiuda il portone, altrimenti si torna al punto di partenza.

Entrando finalmente in casa si potrà rimettere le chiavi di casa nella borsa dicendo a se stesse “Per fortuna ho una shopper così ce le posso facilmente buttare dentro senza doverle appoggiare all’ingresso di casa”. E’ lì che la persona che aveva voglia di petti di pollo per pranzo ma  che nel frattempo è già al caffè ti dice: “Mi dai le chiavi della macchina che devo andare a prendere una cosa urgente nel cassettino”. Con un sorriso spavaldo, annuendo come per dire “Ce le ho proprio qui”, al primo rapido controllo si pescheranno comodamente le chiavi di casa.

E sarà inutile ritentare. Perchè questa è la teoria delle chiavi nella borsa che dice che “quando ti servono le chiavi di casa troverai sempre quelle della macchina e quando avrai bisogno di quelle della macchina troverai subito quelle di casa”.

Fatevene una ragione come ho fatto io.

Respirate.

Non chiedetevi perchè accade ma partite dalle conseguenze.

Si perde un sacco di tempo alla ricerca di qualcosa di semplice e fondamentale in una vita complicata. La gente dice “elimina qualcosa dalla tua vita come fosse la tua borsa”, ma quella gente non sa che se hai una borsa così è perchè non riesci a fare diversamente. E’ per questo che ti sei comprata una shopper: per vivere pericolosamente. Altrimenti avresti comprato una pochette, ti saresti messa un paio di tacchi alti, anzi, “scarpe da cena” come dice Sonia,  qualcuno ti sarebbe venuto a prendere e le chiavi della macchina non ti sarebbero proprio servite.

Ah, lo stress causato dalle voci continue che ti invitano a non essere stressata! Che meraviglia.

Da una shopper piena, non ne esci così, con uno schiocco delle dita.

Mi mancano gli amici, la birra, le risate e mi manco anche io. Moltissimo. Ma ho dovuto accettare questo momento della mia vita, in cui sono ferma, in una posizione da contorsionista, davanti alla porta di una casa che forse è solo un miraggio, impegnata nella ricerca delle chiavi.

Non ci abita nessuno in quel palazzo e chi ci abita sta cercando le chiavi insieme a me, quindi nessuno ci aprirà per caso.

Sono una perfetta scema della vita, secondo la classificazione di Massimiliano Parente, e per questo le metafore di solito mi vengono benino, ma la cosa triste, ancora più triste delle metafore degli scemi della vita, è che questa non è una metafora. Sto davvero tentando di aprire le porte di una casa. E nel frattempo non sto vivendo.

Se non è una cosa scema questa!

Ma la teoria delle chiavi di casa mi ha aiutato a pensare che se mi siedo, e smetto di affannarmi, prima o poi passerà qualcuno che mi chiederà di spostare la macchina, così io, distrattamente, pensando ad altro, cercherò le chiavi della macchina pescando infine quelle di casa.

Questa sì, è una metafora, ma mi concedo il lusso di dire che funziona.

Ora devo solo ricordarmi come ci si siede.

Forse  mi può aiutare la maschera da unicorno.

Io sono pessima

Convinzioni

Davvero, se mi conoscessi mi eviterei. Lo so, ma non posso fare nulla per cambiare. Stasera m’è salita un grande invidia per quelle che sono amorose e piene di cuori tra i capelli. Che c’hanno un uomo e gli dicono che lo amano, e già che ci sono si godono la vita familiare. E poi ci sono i regali da fare, i compleanni da festeggiare, stare a pranzo la domenica e camminare vicini, eccetera. Senti, io non lo so perché, ma a me non mi funziona così il cuore. Ed è un guaio terribile. Mi pare sempre di perdere un sacco di tempo dietro a tutta questa storia di stare vicini e fare famiglia. O meglio, loro, le donne,  no, non perdono tempo mica, solo io, solo per me è una cosa inutile. E’ inutile perché sento che non mi fa felice. Sono sposata da tre anni e più, ma la “mammitudine” o la “moglitudine”, non m’assale. Faccio schifo, lo so. La vedo ancora come una corsa solitaria, anche se lo amo moltissimo, per quanto posso amare io, che forse non lo so fare. A me questa cosa dell’amore non m’è mai venuta così bene, o almeno mi viene bene solo nel modo che intendo io, ed è un modo troppo diverso da chi mi sta intorno. Lui lo sa e forse è un po’ come me, per questo andiamo d’accordo. O anche no, non ci andiamo d’accordo a volte, ma non ci lasciamo mai. Ci amiamo tanto io e lui e davvero siamo una famiglia. Ma io, che sono la donna, non riesco a fare la parte della chioccia affettuosa che trasecola ogni volta che pensa che lui esiste. Le faccio le cose per lui, così come lui le fa per me, ma mi secca molto farle quando sono scocciata. Così come a lui secca fare qualcosa se non ha voglia. Mi sono chiesta più volte in questi giorni se sono sempre stata così, o se invece semplicemente sono diventata pessima dopo anni di esperienza. Lo sono sempre stata. Anche con la gente intorno eh, con i parenti e persino gli amici a volte. Insomma, voglio bene a tutti, ma non ho  niente voglia di stare a cavillare sulla cosa lì del sentimento. Picci picci, miao miao. E questa è la risposta alla domanda che mi ha torturato per anni: perché tutte mi passano davanti? Perché io se non sono “l’altra” sono l’amica, o la vicina o peggio magari è la volta che sono la fidanzata e loro sono “l’altra”, quella che conta di più? Facile: perchè loro sono migliori di me in questo. Ma se l’ho sempre saputo e non ne ho mai sofferto, stasera, per un attimo, sono stata invidiosa. Non di quel che hanno, ma di quel che sono. E’ assurdo, è come essere un gatto e desiderare per un momento di essere un pollo. Vorrei essere fiera di me e piacere tanto alle mamme e alle zie, e invece sono solo una povera cretina piena di sè. Impopolare in effetti, sebbene convinta del contrario. Fa bene ogni tanto non amarsi affatto, e stasera  sono solo molto arrabbiata con me e con tutte le cose che non ho voluto volere. O con quelle che ho voluto magari, ma ho dimenticato, per sopravvivenza. E domani mi sveglierò e sarò sempre io. E anche stanotte mentre dormirò sarò io, solo io, nient’altro che questa me così povera e così vera. Porgo scuse non richieste, passo e chiudo.

Many Rivers to Cross

Dubbi

La prima domenica di luglio del 2012. Guidando nel vuoto risonante di questa città, che si prepara alla bolgia speranzosa di stasera mi dico che forse, davvero, sono morta. E’ un pensiero faticoso, ce l’ho da due giorni, sempre più presente e pressante. Tra l’altro risolutivo rispetto al numero importante di domande, enigmi e indizi che mi hanno accompagnato negli ultimi anni. Ci penso meglio: durante lo schianto dormivo. L’ultima cosa che ricordo è il bianco dell’air bag, poi fumo e un rumore lontano. E subito dopo ero in piedi, al centro della strada, con le macchine che ancora tentavano di schivarmi, incolume e senza un graffio. Non mi sono chiesta neanche per un secondo come avessi fatto ad uscire da lì. Forse dal finestrino, non so. Non me lo sono chiesto. Non prima di molti anni dopo. Davanti a me, nel primo fotogramma utile nei miei ricordi, c’era Michela che mi guardava fissa. Avevo provato a chiederle se fosse lì perchè qualcuno aveva chiamato aiuto e invece, dormendo, avevo fatto lo slalom tra mille e più veicoli sulla strada a scorrimento veloce in orario di punta e avevo preso proprio lei. Mia cugina. Non la vedevo da un po’, ma le avevo telefonato forse un paio di giorni prima per chiacchierare. Ed era lì. Anche lei senza un graffio. Con le macchine distrutte ma tutte e due sane e salve al centro della carreggiata. Valle a capire certe storie. Certe giornate. Poi ci ripensi dopo anni e ti dici, in una domenica mattina come tante, andando in radio, che non c’è altra spiegazione. Sei morta. Ecco il perchè di tutte quelle strane coincidenze: i numeri che tornano; le canzoni nella mente ascoltate in radio un secondo dopo, come se dall’altra parte qualcuno lo sapesse; aver realizzato cose impensabili e nonstante tutto non esser paghi, come se qualcosa fosse sfuggito; non avere più un soldo e non averne avuti mai nonostante tanto, tanto lavoro. Pensandoci, nei sogni i soldi non si vedono mai, e quando si vedono non comprano niente. Nei sogni è tutto confuso e difficile, esattamente come è per me da molto tempo ormai. La cosa che più mi spaventa è che che forse inizierò presto a vedere gente con tagli alla gola, parti del corpo mancanti, occhi bianchi e roba simile. E’ proprio guidando, adesso, su questa strada vuota, mentre tutti vanno al mare e io vado a lavorare, che me ne accorgo. E in questo strano sogno di vita dopo la morte io continuo a lavorare mentre gli altri vanno al mare, esattamente come facevo quando ero in vita. Forse è per questo che sono ancora qui. Devo vincere il karma e poi andrò avanti con la strana storia lì del tunnel di luce. Comunque, ieri sera ho riguardato Alta Fedeltà, e adesso mi trovo a pensare che mai momento è stato adatto come questo per la top five delle migliori canzoni in un film. Se fossi in un film, e non in un sogno post mortem, i miei pensieri non sarebbero soli, ma ci sarebbe una canzone. Magari anche un flash back sul luogo dell’incidente e poi in dissolvenza immagini degli ultimi cinque anni. Ma la soluzione è dozzinale e nessuno regista figo del 2012 la userebbe mai, piuttosto  uscirebbero dalla radio frasi fuori campo a più voci e, a intermittenza di volume, Many River To Cross di Jimmy Cliff.
Quindi: la top five, in ordine sparso, delle migliori canzoni presenti in un film, non per la canzone in sè ma per la perfezione del contesto.
Raindrops Keep Fallin’ On My Head, naturalmente, da Butch Cassidy and The Sundance Kid. Jorando al Club Silencio in Mullholland Drive, anche se è pertinente alla scena e non fuori campo, come dovrebbe essere. Baba O’ Riley degli Who in Febbre a 90′ (L’ho rivisto due giorni fa e devo ammettere che ne avevo sottovalutato la pregnanza). Mad World di Gary Jules in Donnie Darko. Infine, siccome me ne manca solo una, It Might Be You in Tootsie. Ho detto, infatti: le migliori nel contesto. Ora, non che la playlist mi abbia risolto il problema del rischio di incontrare zombies, fantasmi, mia nonna o gente morta in generale, però il sospetto si allontana man mano che il giorno avanza, e questa vita qua mi appare sempre più giusta, chiara, utile persino, così come è. Poco importa come ci sia arrivata; in qualche strano modo, l’ho fatta io. Più tardi vedrò Michela, devo ricordarmi di chiederle come sta e se ha visto gente morta, di recente. Non si sa mai, meglio una verifica incrociata in questi casi.

E poi, a un certo punto, un cuore muore.

Esperienze

broken_heart_emo-1500 Capita. Un cuore che muore è morto. Basta. Finito. Va in un posto dove stanno tutti i cuori morti e da lì spara sentenze su quello che ha preso il suo posto, spettegolando con i compagni ex-cuori, morti anche loro. «Hai visto? Hai visto cosa ha fatto? E lei..guardala là, non ci si crede! Ferma , impassibile, come se lui fosse stato messo lì proprio per non farle sentire più niente. E il bello è che lei si vanta pure, di averci il cuore nuovo, tutto bello pulito e comodo comodo»
Quando a qualcuno muore il cuore succede in un istante. Dopo quell’istante ha, nel petto , due o tre giorni di vuoto e poi, finalmente, gli nasce un cuore nuovo. Il modello Cuore Personal 2.0, confrontato all’originale in dotazione alla nascita, è molto più efficiente. Non si dispera, è un buon consigliere, valuta con attenzione, raramente sobbalza e soprattutto è studiato per la costruzione di relazioni interpersonali sane, futuribili e stabili. Sistema frenante ripartito per una maggior sicurezza e doppio airbag. Insomma, il nuovo cuore funziona che è una meraviglia. Il giorno in cui il mio cuore è morto non ho sentito dolore. Era inevitabile che succedesse, anzi, logoro e ormai malfunzionante aveva resistito anche troppo. Quella sera me ne stavo a bere nel locale di un amico, mentre la band cantava canzoni di Ivano Fossati e ridevo con lui tra una canzone e l’altra pensando che qualcuno , i ragazzi della band, doveva averli avvertiti se stavano suonando in quel modo. Il mio amico, che sarà sempre il migliore amico che ho, m’ha solo chiesto «Come va?» E io gli ho solo detto «Credo bene, perchè non fa affatto male.». Lui ha detto «Bene.» E io ho detto «Già». Poi siamo andati a fare colazione coi cornetti caldi come se niente fosse. Non so con esattezza quando poi il modello Personal 2.0 si sia autoattivato, ma fino ad ora non ha sbagliato un colpo. L’unica noia è data dai commenti fastidiosi di quelli che avevano conosciuto il vecchio cuore e compiangono lo scomparso, per egoismo. Io sto una meraviglia, dico. Lo dico perchè fa parte del protocollo, che va seguito alla lettera dal momento dell’autogenesi del 2.0. Insomma, mi trovo bene, ce l’ho ormai da sette anni e pare che sia ancora in garanzia. Non sono una persona diversa, sono sempre io, solo molto meglio. Qualche volta ci ripenso a quelle cose lì. Al duemilatre, o al duemilaquattro o al duemilacinque e mi dico che un po’ se oggi, a dieci anni di distanza sono contenta di me è merito di quel vecchio scemo, che un giorno si svegliò e cambiò tutto. Ma poi muovo veloce la testa a dire no, e mi scrollo l’idea di dosso. Oggi è già il duemilatredici, pensa. Non so… sarà ‘sto tre. Ma ho uno strano presentimento. Buon anno a tutti.

Se tu sapessi casomai…

Dubbi

…che sogno te da mille anni. E non è per fare una citazione che poco s’accorda con l’aria da “sono una che ascolta musica figa”. Certo, in effetti io sono figa e infatti ascolto musica da figa, ma la discografia di Claudio Baglioni la so a memoria. E’ anche per questo che sono figa. Ma, a parte l’autoesaltazione a difesa della scelta, il ronzio nella testa di certe frasi a volte è talmente forte che l’intero costrutto che vi ruota attorno non si esplicita senza che le si abbia prime scritte. Eccola. A lettere grosse, perchè sono un po’ più miope dell’anno scorso. Finto il prologo, se tu sapessi casomai che sogno date da mille anni, beh? Che faresti se lo sapessi? Non me lo chiedevo così, giusto per fare un esempio, perché in realtà la domanda è pertinente anche prescindendo dalla richiesta specifica. Se tu sapessi casomai, oggi, quel che avresti voluto sapere ieri e poi potessi svegliarti domani mattina e fosse ieri, che faresti? Io non lo sapevo che questa storia della radio e del lavoro di anni e della passione e della conoscenza persino, mi avrebbe portato qui. Fino ad ora è stato molto faticoso. Mi rivedo piccola, seduta al tavolo della colazione e se solo fossi più onesta di così lo ammetterei che era chiaro come sarebbe andata. Detesto le vacanze dalla radio, mi costringono a riflettere e fare bilanci. Bilancio negativo, va bene? Ecco. Ora posso tornare a lavorare sulla monografia su Syd Barret che sto producendo. Che palle. Tanto non servirà a molto, ma solo ad avere qualcosa di buono da ascoltare in macchina. Fanculo a me e alla voglia che oggi ho di essere un avvocato. O un architetto. Va bene pure un meccanico, anzi meglio. Anche se il top sarebbe un idraulico. Eppure se solo avessi avuto davvero pazienza avrei dato retta a chi mi diceva che era la fisica la mia materia. Se tu sapessi casomai che avresti potuto essere Margherita Hack. Saprei tutto sulla vita, sui pianeti, e avrei tutte le risposte alle domande fondamentali sulla vita l’universo e tutto quanto. Direi:”Uh, vedi, un Bosone! Fantastico! Ora posso confermare il coso lì, il modello classico. E stiamo a posto”. Ma mi metto su un disco dei Doors e faccio le pulizie di casa, ché se l’universo ha il bosone, io ho l’ormone. E quello è immune persino al Cortexiphan. Mpf. Vado.

Ho uno smartphone, ma non il basilico.

Esperienze

Ed è solo l’inizio. Arriveranno giorni bui, in cui mi serviranno le cose più semplici, più banali, quelle davvero importanti, come ad esempio le mollette per stendere i panni o le chiavi di casa, e io non le avrò. Però avrò uno smartphone. Immagino che non sia un’ipotesi troppo remota la realizzazione dell’app “chiavi di casa”, spero solo che la inventino presto, perchè so che tra poco sarò schiava di questo aggeggio come è successo a tutti quelli che hanno ceduto prima di me. E loro, gli imperterriti dell’analogico, ripeteranno ancora per poco la cantilena “a me non serve altro che un telefono”. Lo dici a me? Io neanche lo uso il telefono. Mi da fastidio quando squilla e così lo tengo quasi sempre spento. Ma ora ho uno smartphone, vuoi mettere? Vuoi la ricetta della pasta fredda con sgombro, pomodorini e cremina al basilico? Facile, ho uno smartphone. La cerco e ce l’ho. Anche con le figure. E se invece la invento, allora la condivido con il mondo grazie al mio social network mobile. Anche con le figure. Facile: ho uno smartphone! Lo so fare, lo faccio. Ma la questione esistenziale del basilico resta. Perchè tutta la neve dello scorso inverno ha ucciso le povere piccole piantine, nell’orto di casa mia. Ed è una cosa brutta, perchè senza basilico, la pasta estiva più buona di sempre non si può proprio fare. Ecco perchè, per la prima volta in vita mia, sono qui, al supermercato, con uno smartphone, davanti al banco frigo in cui vendono il basilico perfettamente adagiato su vaschette in plastica analogica. Tre foglie di basilico analagico ben un euro. So’ pazzi. Il mio smartphone digitale ne costa , preso in superofferta, solo sessantanove. Con un po’ di matematica analogica arrivo subito al punto: tre foglie di basilico a un euro per sessantanove, mi dice quante foglie di basilico comprano il mio smartphone. Ecco qua: il mio smartphone vale duecentosette foglie di basilico. Quindi non mi serve ‘sto basilico striminzito qua. Il ragionamento fila e perciò non lo compro. Meccanismo mortale. Che ci vai a fare al cinema se sullo smartphone ti scarichi l’app che ti porta George Clooney direttamente sul divano di casa tua? No Martini? No George, non ce l’ho il Martini, ma ho l’applicazione Party. Però non mi chiedere la “pasta sgombro, pomodorini e basilico”, perchè quella non te la posso proprio fa’. Peccato, è buonissima. Cioè lo sarebbe, se non fosse nevicato così tanto lo scorso inverno. Idea! Aspè che cerco… vediamo… applicazione per non far nevicare.. o piovere… Eppure, deve esserci, l’ho vista, era qui da qualche parte.

Cazzo i Pooh! C’è un errore!

Esperienze

«Filippooo!!!! Qua ci stanno i Pooh in scaletta. Ma soprattutto ci sta quella canzone lì.. Oddio come fa: ” e se  fossi una donna che torna è qui che tornerei.” Capito? Nello spazio dedicato alle nuovissime novità, di una radio che suona solo le novità. C’è un errore!»
Nessun errore. Sono tornati, anzi non se ne sono mai andati. Ma non è questo che mi fa riflettere stasera. In fondo il povero Dodi non è altro che uno che fa il lavoro suo. Magari non è ancora in pari con i contributi Enpals, che ne sai? Che ne sapete voi che non avete idea di  quanto pesa un numero di matricola Enpals nel bilancio familiare di chi fa i conti pure con l’Inps? E sottolineo PURE. Quello che invece mi inquieta è il punto di vista dell’altra me, che vive in Inghilterra, a Londra, e paga l’Inps alla Regina. Dicono che ci sono almeno cinque copie di ciascuno di noi sparse nel mondo. Bene, la mia copia inglese, in questo momento riderebbe di me se sapesse che ascolto ancora i Genesis? Certo c’è da sottolineare che a Peter Gabriel non gli sfiora neanche la mente l’idea di poter riproporre The Musical Box con Michael Bublè, ma sì, diamine, lo confesso: ascolto Selling England e ancora oggi ne godo compiaciuta. La mia altra inglese direbbe forse che c’è un errore nella scaletta in onda, se le comparisse all’improvviso..bho… I Know What i Like? Comunque, ho finto serenità e ho annunciato (rigorosamente in image ramp) i Pooh con Mario Biondi, nella loro nuova canzone, “Ci penserò domani”. Poi mi sono detta: “Mah, ci penserò domani”. Alla fine del mondo, intendo. All’incontrovertibile sorte dell’universo, intendo. E invece no, perchè stasera, dopo essermi sorbita il figlio di Piero Angela (almeno lui ha passato il testimone, anche se l’Enpals resta comunque in famiglia) che parla di Pere-Lachaise, stando attento a non nominare Jim Morrison (per carità), cambio sul primo e dopo lo spot che pubblicizza Sky (sulla Rai? E’ come se la Littizzetto nello spot della Coop dicesse: andate a comprare alla Standa!, vabbè…) c’è la Clerici con i Pooh. Oddio, è una congiura. Almeno cantassero “Notte a Sorpresa”, che mi ricorda tanto dei sabato sera migliori della mia vita, a dieci anni a guardare Fantastico. Invece no. Il dado è tratto: è tempo che decida cosa ne sarà di me. Tutti i segnali sono rivolti a far sì che io esca da questo torpore e decida di espatriare. Ma dove vado? Certo non in America. Persino Prince ha fatto un disco banale e bruttino. Forse è per questo che non lo può ascoltare nessuno e lo passano solo tre radio e neanche si potrà comprare senza inviare fotocopia autenticata del documento. Ma non è questo il punto. Oggi pensavo a Maria Antonietta, che gli hanno tagliato la testa per quella scemenza lì delle brioche al posto del pane, e confrontata alla Minetti che dice che non bisogna essere preparati per fare politica, mi è sembrata una leggerezza da adolescente più che perdonabile. Ora, a mio avviso, la soluzione “Nibiru” è la migliore. Suppongo tuttavia che sia un’invenzione, un sogno, una fiaba insomma tipo quelle che si raccontano ai bambini per far credere che alla fine è il bene che vince e il male che perde. E’ il bene che widget piuttosto. Detengo il copyright di questa minchiata che esprime perfettamente l’esigenza nel 2012 di rendere tutto accessibile con un solo dito, e non è necessario che sia il medio (anche se resta comunque sempre il dito che si fa comprendere di più). Dove ero rimasta? A già, a Nibiru. Arriverà e spazzerà via tutto. Tranne i Pooh. Ma per fortuna non ci sarà più la radio, così almeno non saranno più in nessuna scaletta. Se come dicono i Maya però inizieremo a comunicare con il pensiero, temo fortemente di essere intercettata dalle sinapsi di Facchinetti. Tutto, ma “Dio delle Ciuttaaaaà”, no. Per favore. Dio fulminami prima. Vado a letto che domani ho il turno presto in radio.Sempre che Nibiru non sia in anticipo. Ma spero di no, vorrei indossare il vestito da fiore di Gabriel per quel giorno. A Flower? Notte. Ah! Dimenticavo: ma perchè i tecnici nelle radio si chiamano tutti Filippo? Bho, sarà un segno.

No! I Pan diStelle a forma di albero di Natale non li posso accettare.

Soluzioni

PAN-DI-STELLE-BISCOTTI-NATALIZINo, no e no. A tradimento, poi! Dovrebbero scriverlo grosso così: Attenzione! Hanno una forma diversa dal solito, li vuoi lo stesso? E invece niente, te li mascherano con la storia del disegno sulla busta. Ma chi ci fa caso al disegno sulla busta? E’ come se cambiassero le facce sugli euro. Uno non se ne accorgerebbe finchè non glieli rifiutano alla cassa. “Signora, ma non ha notato che su questa banconota da cinquanta euro c’è l’effige del capitano Kirk?”. Eh no che non l’ho notato, mi passano di mano talmente veloci i cinquanta euro che fatico persino a credere di averli mai avuti. Figuriamoci se sto lì a considerare se in foto Caravaggio è venuto bene o male. Caravaggio? “Ma guardi signora che lei mi sta prendendo un granchio! Sulle banconote dell’euro le facce non ci stanno mica, ci sono raffigurazioni architettoniche”. Non ci sooono? E me lo dice così? Cioè per tutti questi anni io ho inconsciamente dovuto elaborare il lutto per una grave perdita iconografica e non me ne sono mai accorta? E’ come se sui Pan di Stelle non ci fossero più le stelle! E poi perchè non ci sono le facce? Non riuscivano a mettersi d’accordo? Ma, dico io: non ci si poteva organizzare come si fa in queste casi? Certo, sono passati molti anni, ma oggi la soluzione sarebbe stata trovata in un baleno, poichè di moda e largamente condivisa: le primarie. Tutti a votare per decidere le facce sui cinquanta euro. Mi pare democratico. Te li immagini i personaggi storici che fanno la campagna per le primarie su Facebook? “Eppur si muove!, quindi scegliete Galileo per ricordare che nulla è fisso, neanche il tasso”. O anche “Qui o si fa l’Italia o si muore, signora mia,  scelga Garibaldi e le prometto più Italia per tutti.” Altrimenti l’opzione artistica che piace tanto perchè un po’ radical chic: “Scelga Paolo Uccello, signora mia, per ricordare quanto queste cinquanta euro non le dureranno un…”. Qualcuno avrebbe avallato l’opzione rock’n’roll proponendo l’effige di Jim Morrison e abbinando naturalmente un qualunque aforisma inventato che parlasse di fuoco, rettili, vita e lacrime. Io avrei votato per Mazzini, e la diffusione su larga scala della vera ricetta della carbonara. Ecco la frase di campagna elettorale “E’ ora che tutti sappiano che ci va il guanciale e non la pancetta!”.
Sfumata l’ipotesi “primarie per il nuovo volto dell’euro”, eravamo comunque in tempo per le  primarie per “la nuova forma del Pan di Stelle”. Avrei speso ben volentieri due euro per decidere tra forma a “slitta di Babbo Natale” e “forma a pupazzo di neve”. Ma albero di Natale no, giammai! Banale, borghese, inadeguato ad esprimere i malumori del popolo. Tutta questa voglia di cambiare, di rottamare, deve essere il nuovo male del secolo. A me i cambiamenti non dispiacciono, ma sono in una fase nella vita in cui mi accorgo piuttosto facilmente di quando un cambiamento a tutti i costi è solo una fuga, un diversivo. Sarà che troppo spesso nella mia vita mi sono raccontata la favola del bisogno di cambiamento pur di non assumermi le mie responsabilità. Tanto se oggi cambi solo per fuggire, domani ti accorgi che la fuga era solo un percorso circolare. A proposito di circolare, ma cosa aveva la forma a palla che non andava bene più? E poi via, anche questa busta marrone! Rivoglio la mia busta gialla col mulino, e già che ci siamo anche un prezzo decente , perchè se a mia madre quindici anni fa avessero detto che i Pan di Stelle sarebbero costati seimila lire, le stelle gliele avrebbe fatte vedere lei all’alimentarista di fiducia. In tutto questo è quasi Natale dunque.
Che palle, cioè… che alberi!

Vecchie cose.

Esperienze

Il mio computer è deceduto oggi, alle 18:01 di una domenica piovosa. Non ha sofferto, la morte è stata rapida. Ho tentato al rianimazione ma invano, pensando che, in fondo ha avuto una buona vita. Cinque anni non sono molti, ma al ritmo con cui lo facevo lavorare è già un miracolo se non ha levato le tende lui stesso, usando il caricatore della batteria per alimentare la fuga. Ma oggi, mi ha insegnato una cosa che non sapevo di aver fatto mia: non mi interessa più delle cose di ieri. Se fosse successo anche solo qualche mese fa avrei vissuto con disperazione la perdita di un alleato in tante battaglie, ma ancor di più la perdita di tutti quei files, impilati con fatica in anni di lavoro. La musica, il software di missaggio, tutti i podcast, le dirette, le demo, quel che restava di questo blog, due romanzi, non so quanti racconti. Il tempo a Pesaro, gli anni per Antenna1, la compilazione del business plan per l’azienda, le foto del Mecs. Non ho più nulla. Ma perchè non mi dispiace affatto? Questo presente qui è come una palude scura in cui a fatica mi muovo alla ricerca di un appoggio per trovare di nuovo la riva. Ma che senso ha trovare la riva se tutt’intorno non c’è altro che fango e fango e fango? E il fango sono tutte queste cose vecchie. Le vecchie idee, l’impossibilità di vedere le cose in modo davvero nuovo, sempre la stessa canzone. Anche fossero novemila, perchè sì, un archivio organizzato di novemila brani editati è quel che ho perso, sono vecchie canzoni. Anche quelle di un mese fa, sono vecchie. Come la gente che governa questo paese, come i programmi in tv, come la tv stessa. La radio nuova è vecchia e stanca. E io sono stanca di essere vecchia e stanca. Quindi via, nuovi spazi. Tabula rasa. Non ho più paura di perdere nulla, è questa la grande scoperta.  E’ ora di ricominciare.

I Maya guardarono nel futuro. E videro le buste di mais al supermercato.

Convinzioni

per-i-maya-il-mondo-non-sta-finendo-ma-lambie-L-YldCwF-175x130Nella persona del grande trascrittore di calendari si espressero: « E che ce dovemo fa’ co’ quelle? Il mais non tiene nemmeno se lo usi per le tortillas! Io ne ho visti di tacos che facevano casca’ tutto il guacamole sulla canotta. Figuriamoci che disastro se uno abita in centro storico e non ha il parcheggio sotto casa. Prevedo pioggia di uova sul selciato come fossero meteoriti di fuoco. Inversione dei polli in confezioni precarie, dove cosce si mettono al posto delle ali. Bottiglie di Coca-Cola esplose come vulcani in eruzione e fiumi scuri appiccicaticci ai bordi delle strade. Sarà un mondo senza plastica?Be’, di certo sarà l’età dell’oro, perchè potremo permetterci di comprare ogni volta, per evitare l’apocalisse della busta di mais, una bustona da due euro, di plastica, che però potremo riutilizzare, se non fosse per il fatto che certamente la dimenticheremo a casa. In sintesi, saremo dei completi idioti. Questo però fa supporre che utilizzeremo il nostro cervello per più alti scopi. Prevedo, prevedo, prevedo…che, con buona pace dei Jalisse, sostituiremo fiumi di parole sintetizzando ogni concetto in soli 140 caratteri. Ma non saranno sintesi esaustive, poichè per decifrare sigle e parole mozzate l’unica soluzione di comunicazione sarà la lettura nel pensiero a distanza. Anche perchè ci incontreremo pochino, giusto per andare a votare alle primarie. Ma poi, ste primarie, che saranno mai? Le faremo senza dubbio prima di qualcos’altro, ma siccome non si è ancora capito bene di cosa, forse semplicemente si resterà a girare su noi stessi, gira e gira come se il tempo si fosse fermato. Comunque vabbè, dai, questi qui del futuro non possiamo essere noi, saremmo troppo scemi. Saranno alieni, va. E’ l’unica spiegazione. Amici, per avere conferma delle mie previsioni chiederò consiglio a Kukulkan, dovrebbe stare da queste parti, ma mi sa che è uscito e forse ritorna alle 21 e 12, m’hanno detto. E’ sempre in ritardo da quando lavora come drag queen al nuovo locale dell’amico mio Briatore, il Nibiru. Mo’ si fa chiamare il Serpente Piumato, e quando sale sul cubo lui, in pista è l’Apocalisse. Vabbè, io scrivo queste cose sul calendario, ma poi basta, ‘che me so’ rotto. Speriamo almeno che gli idioti del futuro non capiscano male. Mi faccio una foto mentre porto sulla schiena la spesa facendo intendere che s’è rotta la busta, e la metto al centro del calendario a mo’ di didascalia, tanto per essere chiari. Ah, amici, andate a fa’ la spesa, prima che inventano le buste di mais, mi raccomando.»

In disorganica ricerca della bellezza.

Esperienze

Senza un filo logico, come in effetti è giusto che sia, ma allo stesso tempo senza soluzione di continuità tra le azioni. Camminare e sorridere, poi comprare dei fiori e quindi sedersi e accarezzare la superficie liscia di una panchina verniciata da pochi giorni. Mangiare, guidare, parlare con i medici, comprendere e poi citare lo sponsor in diretta prima di annunciare il nuovo singolo dei Daft Punk. Incontrare un amico, pensare alla bolletta da pagare, poi chiedersi dove si va quando si muore. Rifare il letto all’ora sbagliata e accendere la luce. Poi spegnerla passando ad un’altra stanza. Masticare compresse di Vitamina C effervescente per sentire male su palato, entrare al market per comprare la cena, puntare la sveglia ad un’ora qualunque di un giorno qualunque. E solo nel mezzo di azioni singole e incoerenti accorgersi di tale ricerca. Come fosse un unico lunghissimo sonno, senza sogni, solo un dolore strano. E all’improvviso la bellezza. Un sasso bianco scalciato via per caso. I limoni maturi nel giardino che mai più ho visitato davvero. E salire le scale piano, sapendo che sotto il rivestimento in noce ci sono i disegni che facemmo da bambini, sul bianco tra uno scalino e l’altro. Lui deve aver pianto quando li ha ricoperti col legno. Che ironia. Mai tempo per cercarla, e lei mi trova proprio quando non posso sorriderle. Così con quell’azzurro polvere, scoperto, o forse inventato, tra nuvole nere, è iniziata un’incessante ma disorganica ricerca. Era ieri, o forse due giorni fa, non so. Tutte le cose difficili di prima sono ad un tratto facili.  Tutte insieme, nello stesso istante, senza scorrere, sovrapposte e incastrate. Birilli per aria, li afferro al volo e faccio la giravolta, senza scompormi. E’ il sonno, questo lungo sonno da cui non riesco a svegliarmi, la cosa difficile. Pare la vita di un’altra. E la guardo da fuori masticando ancora quelle compresse di Vitamina C perchè m’hanno detto che mi fa bene, ne ho bisogno. O lei, quella della vita che guardo ne ha bisogno. Lei scioglie guai come nastrini da corsetto e cammina veloce senza perdere l’equilibrio tra l’ospedale dove sta lui e il resto della vita. Io solo cerco bellezza disorganizzata tra minuti discontinui. Le quattro e mezza. E poi, un istante dopo stranamente le cinque. O le sei. E ricordarmi senza motivo di quella frase che convinse Tolkien per suono e non per significato: Cellar Door. Pensare alla vita allo stesso modo: solo la bellezza, senza significato. Cellar Door.

Quel che c’è nel mezzo.

Esperienze

Quello solo conta. E’ un’idea che vado accarezzando da settimane e, onestamente, forse il più delle volte è una reazione dettata dall’istinto di conservazione. Ma poi, in serate come questa, tutto mi appare semplice, lucido e liscio, come fosse su uno di quegli schermi ad alta definizione. Così,  io lì davanti sto a guardare la mia vita e a dirmi che solo un’idiota non si accorgerebbe di quanto ci sia di fondamentale in “quel che c’è nel mezzo”.  Nessun pixel bruciato, nè cali di tensione: vaglielo a spiegare, ai maniaci del lieto fine, che c’è lieto fine in “quel che succede nel frattempo”, e non alla fine del film. Dieci anni fa, pochi a dire il vero, quando iniziai a trasmettere in una radio, la prima di almeno sei successive, ero già a metà percorso. Se nasci animatore turistico, poi nella vita, non fai davvero mai altro. Anche se ci provi. Qualcuno si dice attore, altri deejay. Chi presentatore, chi cantante, qualcuno persino giornalista. Insomma, cambia solo l’appellativo. La definizione è quella: sei un giullare di corte, nato così e così resti. Punto. Passi gli anni, i mesi e le stagioni  dopo il villaggio a inseguire il sogno da avvocato o professore. Tutto inutile. I più onesti si ritrovano a quarant’anni ad ammettere che “tanto, sarà così per sempre”. Ci sarà sempre un locale nuovo in cui tentare. Una radio a cui inviare una demo. Un provino, che sarà sempre quello della svolta. L’ennesima produzione discografica che sarà una “one hit wonder”. E le bollette sempre pagate a stento. Con quelle trattenute Enpals che detesti, perchè i verbi al futuro non li saprai coniugare mai. Mentre solo l’indicativo presente del verbo “fare” conta: io faccio. Ce ne sono di leggende a proposito di chi è stato beccato on air, mentre trasmetteva gratis in locale, da Suraci o da Montefusco e poi gli è cambiata la vita. Sono come gli alligatori nelle fogne di New York: leggende, appunto. Poi li incontri, li tocchi, loro ti dicono che erano in etere da due giorni  e ti dici che la fortuna potrebbe girare anche per te. Non succede mai. Passano gli anni. Il deejay anni novanta non prende più  due milioni a serata perchè al quindicenne che non ha l’ernia per i dischi portati a spalla,  bastano cinquanta euro. E’ un mondo di addetti ai lavori che da vent’anni fa sto lavoro, senza essere riuscito a farlo mai davvero.  Qualche settimana fa stavo lì, con LEI nello studio dai divanetti fucsia. In quel momento mi sono detta  che avrei dato un braccio perchè mi prendesse. Basta tasse a rate. Basta affitto rimediato. Basta quattro lavori. Gloria, vendetta, dignità, nome in alto sul palinsesto di una Signora Radio, una con i numeri. Vuoi mettere? Ho vinto! Ho vinto! Ho vinto! Ti faccio la “C” come la vuoi tu. Meno soffiato e più diaframma. Prendimi e sarò tua per trenta ore a settimana a star sulle image ramp come ballerina sulle punte. Ma non è successo. Quindi sono andata ad ubriacarmi con Daria e Pippo. E ho avuto un pezzetto di quel che c’è nel mezzo. Nel mezzo c’è quel che conta. Gli aperitivi con i colleghi. Le telefonate tra amici per scambiarsi informazioni sui provini e ridere di tutt’altro durante le chiamate. Emi, che fa parte della schiera degli attori che hanno tentato l’Fm, che prende info sui nuovi casting per una fiction  in web.  I pomeriggi con Fede a parlare di cucina e altri cazzi (che sono argomenti che non potrei spiegare meglio di come ho detto già). Le playlist e gli scambi di dischi con gli amici di Pesaro. E le battute tra ragazze della radio che : “se solo l’avessimo avuto un programma insieme , allora sì. Ma guarda sto figo a The Voice, non è una prova dell’esistenza di Dio?”. Claudio che fa i liners per me e Daria e noi che pigliamo solo i fuori onda, perchè fanno ridere di più. E poi lui che imita quell’editore lì che solo noi, cioè tutti noi di Roma , sappiamo chi è. Chi la radio la fa Rock perchè c’ha culo, e chi è rock dentro ma fa i lanci su Lady Gaga come fosse Cecchetto a Discoring.  E Lorenzo che ancor oggi mi dice su facebook che sono una hipster di merda  e lui poi pubblica i Fugazi. E poi giù a ridere di quel consulente di radio che sa tutto, e ha convinto editori da Udine a Milano a Palermo,  e tutti sanno che invece non ci ha capito una cippa. E la sera in cui vai a cena, ognuno imita l’altro e allora il Grilli fa il “collegamento da Ostia Antica”. Tutti in radio diverse. Che se solo mai un editore un giorno ci pensasse: “mo’ li piglio tutti insieme, ‘sti sfigati e faccio un’unica radio”, s’arricchirebbe solo con gli ascolti degli addetti ai lavori. Con i fonici che si chiamano tutti o Filippo, o Luca o  Lorenzo. E sono dark, amano i Joy Division, ma suonano la musica techno o house e nessuno li capisce. Sono fantastici, i fonici delle radio: tirano giù bestemmie montando mixati con Guetta e Sinclair perchè quelli, a loro,  dovrebbero lucidare le scarpe. E poi ci sono i giorni da deejay sulla spiaggia a incastrar canzoni tra le richieste e le storie. Gli amici, quelli di fuori che si chiedono dove sei finito e  quando ti incontrano ti chiedono una compilation. Anche ora che esiste spotify, anche oggi: la cazzo di compilation. I giorni nei vari archivi di varie radio a digitare titoli di canzoni. E quelli in cui nevica e in qualche modo ci devi comunque arrivare in radio. I giorni a farsi venire un’idea. I giorni in cui per una distrazione capiti nel capannello di gente sbagliata e ti sorbisci due ore di disquisizione su: bitrate, attrezzature, segnali, frequenze e gabbiotti a Monte Cavo da andare a sabotare una volta per tutte. Noi, tutti noi, sempre qui. Mai arricchiti nel conto in banca, ma ricchi molto più di chiunque altro lo sarà mai. Ecco, questo è quel che c’è nel mezzo dei giorni in cui non vinci. Ma ce ne fossero giorni, abbastanza da farne altri venti, di anni così.

Prendi Tim Curry per esempio.

Convinzioni

boss tattoo A ventinove anni sei improvvisamente l’uomo più sexy del mondo, e , forse solo insieme ad altri due o tre, sarai per sempre nell’immaginario sessuale sia di uomini che donne, i quali almeno una volta nella vita, faranno fantasie su quel che  nascondi sotto la guepiere. Sì il teatro, sì il cinema, il successo, la voce. Ma quel che conta davvero è che funzioni come una calamita universale. Punto. Poi, qualche anno dopo,  ti truccano un po’ di più e diventi il protagonista degli incubi di tutti i bambini degli anni 80, cresciuti a pane e nutella. E il sex appeal viene meno. Talmente tanto meno che piano piano smetti di funzionare anche come spaventabambini. E naturalmente il giorno in cui a quarant’anni ti guardi allo specchio, ti dici che il meglio l’hai già avuto. Così diventi simpatico e tutti ti vogliono bene. Il riciclaggio funziona al tal punto, che decidi di non parlare mai più dei quei giorni da sex symbol.  In sintesi: se hai tutto subito trascorri la vita a dimenticarti di quel tutto.  Se invece la scritta “Boss” sul cuore trafitto, attendi di poterla portare a mo’ di trofeo, ti godi il panorama  nel frattempo, fantasticando di come sarà. Don’t dream it, be it. Ma prima di diventare il tuo sogno, sognatelo un po’. Ecco il perchè di quell’immagine baldanzosa e sprezzante che gelosamente custodisco, esattamente come Vida Boheme custodiva la sua Julie Newmar. Rido del mondo quando la guardo, perchè l’essenza neanche troppo celata negli anni resta, ma la sua esternazione sarà la gloria. Testa alta e spalle dritte, sgambetto su tacchi alti come fossero gambi di sedano e io leggera come una foglia di insalata grido al mondo una nuova consapevolezza. Perchè di coming out ce ne sono tanti, e nessuno ne detiene l’esclusiva. Il mio dice così: so cosa voglio e me lo prendo. Per anni ho morso il freno a testa bassa di fronte a derisioni, strapoteri e giudizi. Giudizi giudizi giudizi. E io lì, tremante e allo stesso tempo insoddisfatta, a chiedermi dove avessi sbagliato. Oggi, amico, o amica, mi permetto cordialmente di farle notare: “lei non sa chi sono io”. Non con arroganza, ma con semplicità. Con quella cosa che mi mancava per il tattoo con la scritta sul cuore: sicurezza. E’ bello che sia arrivata col tempo. Ora vediamo che succede.

E comunque, non c’è pena d’amore che tenga…

Esperienze

mr chuck 5… se soffri per amicizia, soffri di più. Anche fosse solo per la nostalgia di momenti perduti.  Ogni volta nelle conversazioni sbuca qualcuno che dice che non si possono fare confronti quantitativi a proposito della sofferenza. Ciascuno elabora i propri lutti con la dose di dolore più congeniale alla sua soglia di sopravvivenza. Sull’orlo del precipizio  ci siamo stati tutti, poi, quanto alto fosse è dettaglio trascurabile. Io ad esempio, che non soffro di vertigini, ho sfidato cime chilometriche in virtù di un incompiuto harakiri da manuale. Ma se penso a Marcolino, che invece teme l’altezza, mi meraviglio di come abbia potuto persino affacciarsi da quella collinetta scoscesa.  Per questo l’unico confronto realmente ipotizzabile è quello di tipo qualitativo. Azzardo una statistica e lancio l’inutile sondaggio: per amicizia si soffre di più. L’invito alla riflessione verrà declinato dai cuori trafitti del momento. Ma più in là, quando il nuovo amore prenderà il posto del vecchio, in un  meccanismo banale ma di “baglionesca” tradizione, anche il cuore più ferito del mondo mostrerà nitidi sulla superficie solo i nomi marchiati a fuoco di amici di tempi andati. Poi chissà perché si smette di vedersi a un certo punto. Io ho sempre creduto questo: a volte le cose finiscono e basta. Nessuna colpa nè rimedio d’emergenza: ci si trova insieme nella gioia e nella sventura, qualcosa  unisce, una nuova energia guida sorrisi, chiacchiere pensieri e confidenze e, prima che tutto possa nuovamente andare avanti come era prima, ciascuno per sè, il momento si cristallizza e resta immobile nel tempo, in ricordi taglienti come pezzi di vetro. Pezzi di Vetro, come la canzone di De Gregori che fa: E la fine del discorso la conosci già, era acqua corrente un pò di tempo fà che ora si è fermata qua. Io ad Ale ci penso sempre. Non  le voglio mica male, anzi amo quel nostro tempo insieme  è prezioso come poche altre cose che custodisco. Penso sempre ai giorni in spiaggia con Vale, e guardo la foto in cui siamo con gli altri ragazzi dicendomi che mai avrò un amore così grande come quell’amore di risate. Ne piango anche a volte. Io che degli amori passati non mi curo più, mi curo invece di quei giorni d’amicizia folle, perchè solo a un amico puoi dirlo quel che nemmeno a te stesso dici. In queste due settimane in cui non sono andata in radio mi sono preoccupata molto poco del fatto che ancora una volta avessi perso un lavoro. Pazienza, ce ne saranno altri. Ma la mancanza delle cazzate con Fede, Pippo e Daria è come quelle caramelle che non mi sono piaciute mai: un buco con la menta intorno. Faccio fatica a trovare la menta intorno. Glisserò invece sulla questione del buco, perchè sono una signora. Però ecco, ho un vuoto improvviso nel cuore che mi fa pensare che un’altra cosa è finita, o sta per finire. Poi tra qualche anno mi ricorderò di loro sorridendo e ci incontreremo in pizzeria a ricordarci di questi guai condivisi. Non è triste in realtà. Ora, solo ora, penso che la vera cosa triste è che qualche sventurato, questo buco nel cuore non ce l’avrà mai. Figuriamoci la menta intorno.

Cose che ho visto oggi al Mecs Village.

Esperienze

Mecs Village Mood Al Mecs Village il parcheggio non lo trovi mai. E’ inutile che facendo manovra, farfugli tra te e te,  cose del tipo ” è impossibile,  è giovedì , è Giugno e sono le tre”. Significa che non sai cosa è il Mecs Village. Non è mica una spiaggia di quelle che ci va la gente che vuole andare al mare. A volte il sabato e domenica ci trovi anche quelli, che infatti hanno parcheggiato a tre chilometri,  ma nel resto dei giorni è una cosa da residenti. C’è gente che risiede al Mecs Village, non chiedermi come sia possibile, è così. E non chiedermi neanche come siano possibili tutte le altre cose che vedi lì. E’ un posto magico, te l’ho detto. Oggi al Mecs Village la prima cosa che ho visto è Mustafà che mi diceva che il parcheggio per me c’era. Nel salutarmi ha aggiunto “Franco ha detto che s’è stancato e che ora devo lavorare io”. Io ho pensato che erano le solite beghe, non gli ho dato peso così mi sono concentrata sulla seconda cosa miracolosa che ho visto al Mecs Village. Ma questa non la capirai, perchè quando hanno piantato quelle piante grasse strane tra le dune, quelle di cui non ricordo il nome, qualcuno, forse Mario, me l’aveva detto che avrebbero primo o poi dato dei fiori alti alti, ma alti eh. Alti dieci metri mai l’avrei creduto. Forse ancora più alti di così. Dunque sono passati tutti questi anni, e solo quest’anno le piante-grasse-non-so-come-si-chiamano hanno deciso di dircelo all’improvviso. La terza cosa che ho visto al Mecs Village oggi è stata naturalmente Carlo. E ho pensato che somiglia sempre di più a Lebowski. Ma è incredibile quanto fino a qualche anno fa somigliasse a Walter, cioè John Goodman. Questo mi ha fatto pensare che per quanto le persone con gli anni ci appaiano diverse, continuano sempre a far parte dello stesso film e quel film è l’essenza  del Mecs Village. La quarta cosa che ho visto al Mecs oggi è stata Edo, che ora ha diciotto anni ed è alto quasi come il fiore de la-pianta-grasse-non-so-come-si-chiama. E’ inutile che dica che me lo ricordo quando era alto la metà sebbene in piedi su una sedia che cercava di rubarmi la consolle perchè voleva ascoltare le canzoni di Elvis e solo di Elvis. Comunque, quest’anno l’hanno promosso , ma hanno bocciato sua sorella e lui ci ha tenuto molto a precisare: “Eh sì ma mica puo’ essere che uno arriva e si fa bocciare così. Lei è una dilettante, non come me, con dieci materie insufficienti per tre anni di fila e un impegno consolidato anche nel non rispetto delle regole di condotta. E su, ci vuole professionismo per queste cose. Mo’ il primo che arriva vuole fare il ripetente.”. Non mi sono sentita di contrappuntare alcunchè a questo ragionamento che ho trovato molto maturo. in fondo per me è lo stesso. Mo’ il primo che arriva vuole andare a dire scemenze alla radio e fa finta di metter anche i dischi. Mica si fa così, ci vuole professionismo per essere giullari di corte, devi sceglierlo di stare con una scarpa e una ciavatta tutta la vita. Scendendo in spiaggia al Mecs ho intravisto Riccardo. Naturalmente.  Dieci anni fa aveva quarant’anni, era pieno di muscoli, atletico, abbronzatissimo e sembrava un ragazzino. Oggi è identico, ma non è un modo di dire. I-den-ti-co. Tra dieci anni sarà ancora così. Nessuno sa come fa, nè esattamente quanti anni abbia. Al Mecs Village poi, conti fino a tre e arrivano: uno, dieci, centomila venditori di collanine. Ma, attenzione,  al Mecs, chissà perchè, si sentono in diritto di sedersi sul tuo lettino e iniziare a raccontarti la  loro vita. Lo fanno tutti. Finchè a uno a caso non dici: “Dai su lasciami prendere il sole”. E lui ti risponde: “Amico, sole taaaanto grande, non ruba nessuno e tu ancora molto bianco. Hai tempo, tutto tempo che vuoi. Senti storia mia”. Al Mecs Village in fondo ci vai per ascoltare le storie. Come quella di Enrico che domenica scorsa ha dato via due lettini alla modica cifra di venti uova fresche. “E che dovevo fare? Quello i soldi tanto non ce li aveva”. Nessuno ce li ha più, in effetti. Nessuno tranne Franco evidentemente. Oggi infatti al Mecs Village ho visto Franco il parcheggiatore, che fa il parcheggiatore del Mecs da quando è nato, prendere il sole sul lettino. Gli ho chiesto che caspita stava facendo e lui m’ha risposto che basta, ha deciso che è ora di andare in pensione. Io ci ho provato a dirglielo che giacchè andava in pensione , dopo una vita al Mecs, avrebbe potuto godersi la pensione altrove. Ma lui giustamente ha ribattuto che è tutta la vita che vede la gente che si diverte al Mecs e che mo’ è il tempo suo di divertirsi lì. Non fa una piega. A quel punto è arrivato il venditore di ciambelle che urlava gran voce:” Non ce sta più nessuno che capisce che le ciambelle costano poco e durano tanto? So’ il rimedio alla crisi. Pe’ tutti tranne che pe’ Franco. A’ Franco ma chi t’ammazza a te?” e poi cambiando tono “Er tempo t’ammazza”. Quando mi sono alzata dal lettino, sono andata al bar e lì ho visto Enrico parlarmi della sua ennesima rivoluzione artistico-tecnologica. E’ un genio e io dico che stavolta ce la fa. Siamo stati interrotti da una signorina, russa credo, che avvicinandosi alla cassa ha così esordito: “Salve , vorrei dire, questa musica , magari bella eh, ma davvero, qui, oggi, così fa stare tanto male. E’ un po’ come… non so se capisci… una strozzatura alle palle. Ma forte eh. Come uno che ti strozza coglioni.” Enrico con il suo aplomb ha gentilmente fatto notare che si trattava di Vinicio Capossela, ma compiaciuto della pittoresca rimostranza, ha chiesto a Lebowski di cambiare disco. E Lebowski, che per gentilezza non ha fatto notare che sarebbe stato più giusto usare il verbo “strizzare”, ha messo i Police.  I Police vanno sempre bene al Mecs ma quell’idea di Enrico, tirata fuori qualche tempo fa, quella sì che faceva sognare… Cambiare nome al Mecs e chiamarla Ripples Beach. Dalla passerella fino alla spiaggia solo le note di Ripples e poi sempre e solo Ripples  che va a ripetizione per ore e per giorni. Pensa che palle. Ma che ridere.  Infine oggi al Mecs Village ho  visto i miei piedi mentre prendevo il sole sul lettino. E ho pensato che io il sole sul lettino forse non l’ho preso che due o tre volte, in qualche ora di pausa. Quindi mi sono voltata e ho visto il punto esatto in cui prima c’era la mia consolle. Ora non c’è nulla. E’ giusto così. Siamo tutti un po’ come Drugo, sempre in difesa di un tappeto volante, anche a costo di confrontarsi con i Nichilisti, che in quanto tali, non credono in niente. Io credo in molte cose invece, ma credo soprattutto che quelli come me al mare non ci devono andare altro che per mettere i dischi, altrimenti passano la giornata a cercare in testa la canzone giusta per ogni cosa che vedono , senza poi poterla mandar su. E finiscono per canticchiarla sottovoce senza accorgersene. Qualcuno li chiama matti io li chiamo “In pensione”. In sintesi, io e Franco in pensione non possiamo andarci proprio. E poi, mi chiedevo: ma Franco i contributi di quartant’anni, ma come se l’è versati? Mah.

Utilizzi alternativi

Soluzioni

criscoPer mesi ho cercato il Crisco nei supermercati di Roma. Una ricerca iniziata con l’obiettivo di filmare il tutorial per la vera cherry pie, seguendo la ricetta di mia nonna. Finito il periodo delle ciliegie, mi ero convinta che anche una blueberry pie avrebbe sortito l’effetto “sogni di celluloide” passando con nonchalanche dall’ispirazione Lynchiana di Twin Peaks a quella Wongkarwaiana di My Blueberry Nights. Non mi aspettavo certo che Jude Law suonasse alla mia porta, ma un fallimento così davvero sarebbe stato insospettabile. Non solo il Crisco continuava ad essere irreperibile, ma un chilo di mirtilli costava pure come un chilo di plutonio. A Novembre ho pensato quindi che un’apple pie sarebbe stata ugualmente interessante, perfetta per i pomeriggi d’autunno. Non erano le mele il problema, ma ancora e sempre lui: lo shortening. Giorni e giorni in cui non potevo resistere alla tentazione di entrare in ogni supermercato che mi compariva davanti pur di vincere la scommessa con me stessa. Crisco, Crisco, Crisco. Un’ossessione. Poi, per Natale ho ricevuto un dono inatteso: un barattolo di Crisco consegnatomi a mano direttamente dall’America, ma, ormai fuori stagione per ogni possibile “pie”, non ho potuto fare altro che confezionarci dei biscotti allo zenzero che si sono pure bruciati. “No pie no party”, mi sono detta. E ora che ci faccio con questo barattolo di Crisco da tre chili che ha dovuto superare tre dogane e scrupolosi controlli antiterrorismo? Attenderò che tornino le ciliegie, ho pensato. E poi, la scorsa settimana,  la rivelazione.  Come un’epifania a ferragosto: il Crisco lo vendono nei sexy shop. Me l’ha detto un mio amico, che, con dovizia di particolari, mi ha spiegato quali sono gli utilizzi alternativi del tanto osannato shortening e mi ha anche inviato una foto (del Crisco sullo scaffale intendo, non del suo utilizzo alternativo!). E’ stato lì che ho capito almeno tre cose importanti:

1 – Non tutti cercano la stessa cosa per lo stesso motivo, quindi quella stessa cosa non sempre si trova nello stesso posto.  Per anni ho cercato l’amore in tutti i posti più vicini alla mia idea di amore. Condivisione, somiglianza e comunione d’intenti. E solo ora  ho capito che per l’uso che ne faccio io dell’amore, era evidente che l’avrei trovato  in quel posto del cuore più lontano possibile dal mio modo di essere. Eppure, sebbene fosse tanto evidente, io non ci avevo pensato mai. Quindi quando l’amore m’ha trovato, m’ha trovato solo per  un colpo di fortuna. Come se fossi entrata per caso in un sexy shop e avessi trovato lo shortening. Anche se poi nessuno entra mai per caso in un sexy shop.

2 – La ricerca di qualcosa dovrebbe sempre essere preceduta dalla valutazione dei diversi utilizzi di quella cosa. Potrei vivere senza cherry pie, forse anche senza amore,  ma senza radio, io non ci posso stare proprio. Ci ho provato. Ho fatto mille cose negli ultimi dieci anni, alcune anche con discreto successo. Posso inventare altri cinquanta format. Imparare nuovi linguaggi per applicazioni web sempre più originali e divertenti. Aprire altre due aziende. Condurre festival, eventi, sfilate, sogni nella mia testa. Parlare in pubblico, sillabare convinta nomi di prodotti da far comprare e scrivere racconti per bambini e per folletti. Servire ai tavoli, preparare cocktail e persino impastare donuts da friggere davanti ad una webcam accesa. Sono arrivata al punto del “tu mi dici quello che devo fare e io lo faccio“. Tutto questo senza neanche un giorno lontana da una radio qualunque, anche piccola, pulciosa, minuscola e per tre gatti.  Il problema è che, senza radio, a me manca l’aria. Così sono arrivata a dire “tu mi dici quello che devo fare e io lo faccio” anche lì, pur di farlo per lavoro, ed è andata a finire che  i conti manco ce li pago più. A questo punto mi chiedo: a che mi serve un barattolo con la scritta Crisco fuori, se poi dentro c’è il burro del discount? Il punto qui non è cercare altrove, ma sperimentare un nuovo utilizzo. Il primo utilizzo è stato imparare, il secondo lavorare. Avanti il terzo.

3 –  Se hai il Crisco non hai le ciliegie. Se hai le ciliegie vuoi i mirtilli. Quando capisci che i mirtilli costano troppo punti alle mele, ma finisci il Crisco. Entri al sexy shop per comprare i preservativi alla fragola  e trovi il Crisco. Entri al supermercato per comprare il Crisco e trovi i preservativi alla fragola in offerta. Non per tutti va così. A qualcuno dice culo. A me no, evidentemente. Ma a volte la vita ti sorprende: per esempio non credevo che avrei mai osato scrivere la parola culo in un post come questo.

Non è un paese per tacchi a spillo.

Esperienze

todd-burandt-photography-1-600x399_large Troppe strade in sampietrini. Mi preparavo, per uscire di casa stamattina, correndo come solito, e così ho messo su il primo paio di sandali pescati nel mucchio di vecchiume, che non riesco a rinverdire per colpa della crisi. Ho maledetto quel pescaggio sventurato ad ogni passo. Primo sampietrino centrato: tac! Secondo sampietrino centrato: tac! Terzo sampietri.. stunk: fessura e incastro. Il look “Sex and The City” da Fiano Romano a Velletri, non ce lo possiamo proprio permettere. Carrie, con gesto grazioso e sicuro, si sarebbe liberata delle scarpe, voltando poi la testa per sorridere ad un operaio, risalito da un tombino,  che l’aveva ammirata nello strip-tease del piede, e avrebbe continuato dritta per la sua strada, dimenando felice la  sua borsa riutilizzabile della Coop, per fare la spesa al Simply. Certo, al Simply. La borsa brandizzata riutilizzabile, per sfuggire alla busta di mais,  mi costa un occhio quasi ogni volta, perché la dimentico troppo spesso, quindi, quando me la ricordo, la uso dove mi pare. Quella del Simply alla Coop e quella della Coop al Simply e quando mi chiedono se voglio comprare la busta da tre euro io dico: “tie’, l’ho comprata altrove”. Non è un paese per buste di plastica monouso, infatti, questo l’abbiamo capito. Non è un paese per Carrie perché l’operaio nel tombino non ci lavora quasi più, visti i tagli alle opere pubbliche. Pare che i tombini li abbiano sigillati col silicone pur di non rischiare che qualcuno li apra con l’intento di mettersi a lavorare. Lavorare?? Pussa via! Se tu lavorare qualcuno dovere pagare! Via: tombino chiuso. Prima di andare al Simply mi sono detta che, giacché non è un paese per tacchi a spillo, almeno un reggicalze potevo permettermelo e sono entrata dal “sempre sia lodato” tutto-costa-poco-intimissimi. Ho scoperto che questo non è un paese per lingerie sexy. La puoi comprare solo su internet a prezzi stellari. Quel che la grande distribuzione, non cinese, offre è: 1) basic mutanda e basic top. Non lo chiamano nemmeno più reggiseno, poichè potrebbe indurre in tentazioni da perditempo. Che ti metti a pensare a tette e culi con tutti i guai che abbiamo? Mi sono risposta che sì, è un paese per tette e culi, ma solo per alcune tette e alcuni culi, non per quelli che entrano da Intimissimi. 2) pizzo finto per spose novelle rigorosamente in bianco. Non è più un paese per singles: la vita monoporzione è costosissima. 3) varie forme di pigiamoni con orsi. Giustamente il riscaldamento costa, meglio coprirsi bene. Anche in estate , così ci portiamo avanti col lavoro. Io ho giurato sulla testa dei Duran Duran che giammai indossero’ alcun orso su alcun pigiamone. Quindi non è paese per orsi, come le cronache dal Parco Nazionale D’Abruzzo ci mostrano ogni giorno nell’ultimo mese. Sarà invece sempre un paese per i Duran Duran. Ma questa è un altra storia. Tornavo quindi con le pive nel sacco della Coop verso casa, quando mi sono detta  «Chissà che fa Alessia al beershop». Da due, tre cose che mi ha detto ho capito che non è un paese per gestori di beershop. Ho però pensato che la frase  da lei pronunciata “neanche uno scontrino” potesse anche essere un vantaggio. Significa che, se la matematica è una certezza,  il 65% di pressione fiscale applicata su zero è.. zero! Eddaje. Errore. E il minimale INPS dove lo metti? Tremiladuecento. Concilia? Ma il 65% di zero è zero. Eh ma sono soldi tuoi. Ah ok, allora lasciameli. No no, poi un giorno forse te li rido’. Ma io non li ho. Trovali. Ma scusa: zero scontrini = zero meno il 65% di pressione fiscale su zero  = zero gadagno. Dove li trovo?  Allora chiudi. In sintesi non è un paese per matematici In compenso però Ale mi ha raccontato di due offerte molto molto vantaggiose che le sono passate sotto il naso nel corso della mattinata, peccato non averne potuto approfittare. La prima arrivava da Enrico, numero di telefono 34* *** ** 47, come recitava il biglietto da visita che le aveva consegnato, stringendole la mano. Un post-it rosso, stropicciato,  su cui aveva annotato a penna  non solo i suoi dati, ma anche la sua professione: massaggi on-the-go. Ciao vorrei proporti un massaggio. Ma no scusa, sono in negozio, sto lavorando. Dai, ti faccio un massaggio per il mal di testa, tanto chi vuoi che entri? Ma non ce l’ho il mal di testa. Ma magari ti viene. Ma scusa comprati tu una birra no? Eh no scusa, se non faccio i massaggi non ho i soldi per la birra. Vuoi un massaggio? No grazie. E allora niente birra. In due minuti La Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta di Keynes spiegato con un dialogo che avrebbe fatto invidia  Ionesco. Non è un paese per massaggiatori on-the-go. Ma quello che mi ha rattristato di più,  stamattina, è stato scoprire, nel secondo racconto della mia amica, che questo, ahinoi, non è un paese per poeti romani. Neanche per poeti fiorentini probabilmente, ma per poeti romani, in modo particolare. Ciao, sono un poeta romano e vorrei una birra in cambio di tre poesie. Le ho scritte qui, su questo foglio, che ti lascio e non ti decanto. Una è di Kerouac te lo confesso, ma le altre sono mie. Però vorrei un piccolo riscontro da parte tua. Una birra, se non soldi. Ora, chi legge e non conosce Alessia, non sa. Io che la conosco so che lei l’ha guardato senza sorprendersi affatto. Ha solo pensato “Aridaje. Eccone un altro”. Non perchè le manchi la poesia, tutt’altro, visto che poi, a differenza di quel che avrebbero fatto tanti altri, la birra gliel’ha data, pur mettendo in cassa i soldi lei stessa (il che fa -1 scontrino ma sempre tremiladuecento di INPS da versare). Lei semplicemente non si sorprende più di nulla. Guarda avanti Alessia, l’ha sempre fatto. Con gli occhi chiari, anche divertiti da tutte queste assurdità che sta vivendo, negli anni, questa nostra, sexy, passionale, avventuriera, poetica generazione. Io, che l’ammiro molto per questo suo aplomb, sono invece confusa e smarrita, e troppo spesso ultimamente mi guardo i piedi per non finire tra un sampietrino e l’altro, invece di camminare petto in fuori e testa alta dicendo a me stessa che, comunque, sarà un successo. O che alla fine, pur con le pive nel sacco della Coop, ci avrò guadagnato, in cambio di questo racconto, di essermi portata a casa i versi del poeta romano e di aver scoperto in lui un novello Morrison, il quale forse, per qualche strana magia del pensiero, è entrato al beershop stamattina, per lasciare un messaggio a chi leggesse qui. Maktub.

Tre secoli in tre giorni
Regnano ora nel cuore folle di un ragno
e nel pube di sette farfalle stellate.

Anonimo Poeta Romano

Harry, era meglio se non ti presentavo Sally.

Dubbi

sallyPerchè vedi Harry, uno dei grandi problemi della specie umana, è nell’inclinazione, probabilmente genetica, a ragionare sempre secondo la teoria evoluzionista. Pedissequa definizione di evoluzione: “Il progressivo e ininterrotto accumularsi di modificazioni successive, fino a manifestare, in un arco di tempo sufficientemente ampio, significativi cambiamenti negli organismi viventi”. Questo fondamento biologico, comunque opinabile, sembra calzare a pennello anche alle relazioni emotive, sociali e sentimentali. “Tu Tarzan, Io Jane. Noi cena insieme, poi bar, poi parlare di storie passate, poi diventare amici, poi ridere, poi non essere più amici perchè essere innamorati”. Evoluzione. In fisica la stessa teoria è persino più diretta: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.
Ecco perchè il teorema “Uomini e donne non possono essere amici” è fondamentalmente sbagliato se si considera come Wikipedia liquida in una sola frase i 96 minuti di masturbazioni mentali che ci accompagnano da quando Rob Rainer è diventato amico di Nora Ephron. La frase che contesto: “Il film segue l’evolversi del rapporto tra Harry e Sally, rispettivamente interpretati da Billy Crystal e Meg Ryan, in un arco di tempo di oltre un decennio, dal 1977 al 1989, attraverso una serie di incontri casuali, il nascere di un’amicizia speciale e la sua evoluzione in vero e proprio amore”.
In pratica il contrario di quello che il film vuole dire. Forse.
Al fine di procedere con il metodo scientifico sarà opportuno valutare le diverse possibilità, considerando come buona anche quella citata di Wikipedia e cioè il punto di vista “eracliteo” (e anche un po’ “clitorideo”, perché tipicamente femminile), che vuole il rapporto di Harry e Sally come qualcosa in divenire.
In aggiunta a quella elenchiamo:

L’ipotesi Parmenidea, detta anche “dell’Essenza” : Harry e Sally non sono mai stati amici e mai lo saranno; sono solo due persone che flirtano dal primo minuto, a causa di un inganno chimico, e come tutti quelli che flirtano hanno bisogno di dare un nome a quello che stano facendo. Il fatto che prima chiamino “amicizia” la relazione che li lega e poi la chiamino “amore”, non ha alcuna importanza ai fini dell’essenza. Sally è. Harry è. Insieme sono. Non possono essere citati ad esempio di alcun altro rapporto per l’unicità della loro essenza, che essendo infinita non è “in divenire”, perchè tutto ciò che è non cambia. Fine della storia. Anzi, essenza della storia.

La legge del Caos: Harry e Sally, prima ancora di conoscersi erano naturalmente predisposti, per caratteristiche di personalità, ad una certa affinità elettiva. Per questo, quando le condizioni esterne sono favorevoli ( e solo allora), condividono emozioni, tempo e attività ricavandone piacere e gratificando il proprio ego. Nel momento in cui le condizioni smettono di essere favorevoli (allo spettatore non è dato sapere cosa accade intorno a loro di contingente, come tasse, lavoro, soldi, tagli di capelli sbagliati) smettono di essere amici. Il fatto che diventino poi marito e moglie non è in relazione causa-effetto con la loro precedente esperienza di amicizia.

La teoria del piano inclinato (o del quadro che cade): Harry e Sally sono due ragazzi appena laureati che, grazie ad un’amica comune, hanno la possibilità di dividere le spese del viaggio in macchina fino a New York. Potrebbe succedere qualcosa ma non succede. Stop. Si incontrano di nuovo su un’aereo per Chicago. Coincidenza, disinteresse. Punto. Il terzo incontro è quello che avviene in condizioni favorevoli, ma, fino a quando non succede qualcosa di eclatante, i loro destini sono ancora aperti ad ogni possibilità. Quando è che la pallina inizia a rotolare? Quando è che cade il quadro dal muro? Qualunque sia il momento, è solo da lì, da quel piccolo, preciso, minuscolo istante che smettono di avere potere decisionale sulla propria vita. La pallina rotolerà sempre più veloce e nulla fermerà la sua corsa, fino appunto a fine corsa. Il sesso, spinta energetica che ha inclinato il piano e fatto staccare il quadro dal muro, punta alla liberazione dell’energia. Harry e Sally a letto insieme sono a fine corsa. Nessuna tragedia, suvvia. E invece no, perché la debolezza umana è proprio nel non saper guardare alle cose in termini di “inizio e fine”. Il matrimonio a questo punto è l’unica soluzione, se confrontata con una vita passata ricordare “quanto era bello rotolare lungo il piano”. Ed è qui che entra in gioco il principio di inerzia galileiano. Il matrimonio, appunto.

La teoria multidimensionale, detta anche “We’ll Always Have Paris”: Harry e Sally avranno per sempre Parigi. Come Elsa e Rick. Non importa quanto invecchieranno, se mai si lasceranno, se sono stati amici o non amici, se si sono amati o se invece era solo un inganno ormonale, se si sposano o se non si vedranno mai più. Se esistono tante dimensioni quante sono le possibilità, allora Nora Ephron ce ne ha raccontata una sola. In un’altra Sally e Harry stanno ancora lì a decidere se imbucare i biglietti gli auguri di Natale tutti insieme o controllare gli indirizzi uno a uno. E Natale non passerà mai. E’ un po’ come la teoria dell’essenza,  su più livelli. Solo molto più romantica.

Ognuno potrà scegliere l’ipotesi che lo fa stare meglio, anche se ciò significherà mentire a se stessi. In fondo la psicanalisi l’hanno inventata per questo no?
Restano dei quesiti a proposito di Elsa e Rick. Sarà sufficiente obiettare ad Harry, l’opinione secondo cui Ingrid Bergman sarebbe a “basso mantenimento”. Ma questa è la teoria su Casablanca. La formulerò in un’altra notte. Quando farà meno caldo.

L’Uranio 238 decade in 4,5 miliardi di anni.

Soluzioni

red-pin-up-tattooed_pin_up__by_gio_sama-bigBeato lui. La Donna Comune in circa 39 anni. Al contrario della sua copia sintetizzata in laboratorio, detta anche Donna Vip, la Donna Comune vede, al completamento del 39mo anno di età la conclusione di un naturale processo iniziato cinque anni prima, quando, ignara del fatto che ancora poteva salvarsi, aveva sorriso dei primi cenni di sfaldamento adducendoli a “defaillance temporanea”. Come i libri di  fisica ci hanno insegnato,ai tempi della scuola, a proposito dell’irreversibilità di alcuni processi evolutivi, altresì numerosi amici gay, e per questo inspiegabilmente immuni al processo di decadimento,  ci hanno per anni istruito a proposito della possibilità di rallentare il processo. Ricordo benissimo le loro parole: «Ripeti con me: primo principio della gluteodinamica. Così come nulla potrà fermare la corsa della pallina sul piano inclinato, nulla potrà impedire al gluteo di continuare la sua discesa verso il basso, a meno che, per tempo, non si introduca un elemento d’attrito, detto anche “squat machine”.»  Alcune donne più furbe e meno impegnate in mille progetti, hanno ritenuto il consiglio fondamentale per la propria futura salute-psicofisica. Non così io. Ero troppo impegnata a soffrire per amore, o a partecipare ai provini per un network, o a creare una radio web, o a impostare la giusta sequenza di brani, o a prendere lezioni di dizione, o a suonare agli aperitivi, o a scrivere i codici di un software, o a ubriacarmi con gli amici. Dieci anni fa dovetti accettare, a fatica, l’assioma per cui , nella Donna Comune, a partire dai 28 anni, la patatina fritta nel suo percorso dalla bocca allo stomaco devia inspiegabilmente su una corsia preferenziale direzione coscia, restando intrappolata lì, intonsa in eterno, contribuendo all’aumento di volume. Oggi, a 39, una nuova raggelante evidenza: la tanto osannata forza di gravità, della cui scoperta il genere umano continua  a vantarsi, è una trappola, un inganno, un pericoloso nemico, che attenta non più solo al gluteo, cosa a cui ero pure preparata, ma, orrore, al corpo tutto, in ogni suo minuscolo centimetro. Il naso, le sopracciglia, il mento, le guance. Il collo. Le tette. Per concludere con la conferma definitiva dell’avvenuto decadimento: il tricipite. No, il tricipite no! Non a me. Non avrei mai sospettato che potesse succedere proprio a me. Aiutatemi. Scorrono davanti ai miei occhi immagini di un tempo passato in cui tutto mi era concesso. Salutare agitando la manina. Salare un po’ di più l’insalata. Ballare le canzoni dei Blur. Battere le mani a tempo ai concerti. Pigiare con forza sui tasti del pianoforte. Io non suono il pianoforte, ma magari avrei voluto imparare. E ora, per sempre, questo lenzuolino steso, mi starà appeso all’omero, come una bandiera bianca a confermare la resa nella guerra contro il tempo. E tra poco avrò quarant’anni. E allora sarà la fine. Mi narrano di terribili buchi nel penzolante interno coscia. Di gomiti rugosi. Di volti in cui mascella e zigomo non hanno più alcun valore in un contesto di rotondità spugnose e lucide. No! Giammai. Persa nel delirio e nel terrore, recupero la mia dignità e in cerca di uno spiraglio, alzo il dito al cielo come un supereroe nel suo momento di riscatto. La malasorte che mi ha voluto infine anche senza lavoro, dopo aver optato per un allenamento al lavoro, piuttosto che un allenamento in palestra, non vincerà. Avessi un tricipite decente, io che l’avevo splendido, forse avrei anche maggiori possibilità di carriera, giacchè pare che le due cose siano inspiegabilmente legate per la Donna Comune. Per non parlare del gluteo, competenza a quanto pare imprescindibile per l’assunzione in qualsiasi contesto. Oggi è il giorno del riscatto. Approfitterò di questo mese di vacanza per seguire scrupolosamente un programma di recupero che chiamerò: “Rocky Balboa Non Sei Nessuno”
Eccone i punti chiave:
– tu dolce di qualunque forma e tipo: al mio cospetto eclissati. Non esisti.
– tu alcool: neanche mi piaci.
– tu scarpa da ginnastica: sarai mia compagna inseparabile in lunghe corse.
– tu manubrio da due chili chiuso in un armadio: ti metterò le lancette e faro’ di te il mio orologio da polso.
– tu lampada abbronzante: restituiscimi dignità.
– tu computer pieno di codici e di meravigliosi fogli di calcolo e pagine web: mi mancherai molto. Tornerò.
– tu mia meravigliosa creatura radiofonica: stai bene dove stai.

E quello che sto cercando di dirvi è che se io posso cambiare (prima di raggiungere il punto di non ritorno dei 40), e voi potete cambiare, allora tutto il mondo può cambiare. Adrianaaaaaaaaa!!!!

Sotto i ponti di Madison County.

Convinzioni

clint

Ad arrivarci nell’Iowa. Ma poi che ci devi andare a fare nell’Iowa, se sotto i ponti hai un’altissima probabilità di finirci anche qui? Ogni volta che penso all’Iowa, tra l’altro, mi viene in mente Kevin Costner, il baseball e un campo di pannocchie. Se lo costruisci, lui tornerà. Il problema è costruire oggigiorno, perché a tornare, tornano tutti prima o poi. Basta sedersi lì, sotto i ponti di Madison County e aspettare. E mentre aspetti convincerti di non aver mai avuto nulla di quello che hai voluto, senza invece renderti conto che hai voluto solo quello che non hai mai avuto. Ed ecco facilmente spiegato il famoso teorema di Madison County. Posti i due assiomi:
1) Tanto va la gatta la lardo che potrebbe incontrare Clint Eastwood
e
2) Non sai mai dove incontrerai Clint Eastwood e che intenzioni avrà nei tuoi confronti
Ci accingiamo a dimostrare che: l’amore vero è solo quello che non hai, che hai già avuto e poi perso, o che non hai avuto mai.
Per la dimostrazione ci possiamo avvalere di Meryl Streep, ancora sconvolta da un viaggio in Africa dove si era innamorata di uno shampista con la passione per la caccia e il volo acrobatico, e di Clint Eastwood, depresso per il pre-pensionamento e per aver dovuto riconsegnare distintivo e 44 Magnum. Ora, se oggi guardiamo alla pensione come a una speranza lontana, neanche fosse il paradiso, dobbiamo tener conto che nel 1995, per Clint Eastwood quello non era il paradiso, ma era l’Iowa, come da tempo gli andava ripetendo Kevin Costner, tra le pannocchie. Si sentiva pertanto autorizzato a comportarsi in maniera un po’ stramba, fotografando ponti e dando fastidio a donne che avevano fatto una precisa scelta di vita. Per quanto sia discutibile la scelta di lasciare Robert Redford in favore dell’Iowa, avrebbe potuto concedere il beneficio del dubbio ad una donna ormai coinvolta in un ménage coniugale di innegabile routine, ma che sapeva benissimo quel che stava facendo. Per la proprietà invariantiva, secondo cui la differenza fra due uomini non cambia se a entrambi si addiziona o si sottrae una stessa donna, Clint Eastwood sarebbe comunque rimasto uguale all’ispettore Callaghan, se fosse diventato il compagno di vita in Africa di Meryl Streep, ma diventando il loro un mènage coniugale, le sarebbe comunque venuta a  noia la vita con lui e lui morendo le avrebbe chiesto perdono per aver infranto i suoi sogni, vivendo con lei per sempre. Lei, donna di mondo, lo capisce dall’inizio e pensa: “Che mi importa? Ora mi godo questi quattro giorni di vero amore che non avrò mai più, così potrò poi passare la vita a difendermi dalla noia pensando ad un amore che non ho potuto avere.” Lui invece, che ancora non supera il lutto per la perdita della 44 Magnum, non capisce che il motivo per cui lei non scende dalla macchina è che vuole continuare ad amarlo per tutta la vita. Cosa può volere di più una donna, nella vita, dell’immagine ferma nel tempo di un uomo in silenzio, sotto la pioggia, che la guarda andare via, mentre lei deve fingere di non conoscerlo? Cosa può volere di più? Robert Redford, senza dubbio. E infatti viene dimostrato il teorema per cui: anche se hai a casa Robert Redford che ti aspetta per lavarti i capelli tutte le sere, arriverà il giorno in cui vorrai farti fare la permanente da Clint Eastwood, anche solo per un’ora, per poi non rivederlo mai più e sognare in silenzio di “come sarebbe stato se”. Dal canto suo per Clint Eastwood sarebbe stato molto più facile trovare un’altra moglie per poi avere voglia di tradirla solo con Scorpio, che infatti ha ucciso proprio per continuare ad amare per tutta la vita. Ad un attento osservatore infine non sarà sfuggito il fatto che, sia tu Clint Eastwood, Robert Redford o l’Ed Harris amico dei Mrs Dalloway, quando incontri Meryl Streep la tua morte è assicurata prima della sua. Così lei potrà rimpiangerti ancora più a lungo. Spero di non incontrare mai Meryl Streep. Ma Robert Redford a me, andrebbe benissimo anche per più di quattro giorni. Lo tradirei con mio marito per una notte soltanto, tanto all’idea di stare sotto i ponti ci stiamo abituando da tempo. Ma sai quella notte che capelli!

Livin’ la vida loca.

Soluzioni

vidaloca Vale. Cioè: va bene. Anche se poi “Vale” per me significa un sacco di altre cose. Ma questa è un’altra storia. Insomma, amici, io ci ho pensato bene. Sì, d’accordo, siamo la prima generazione di sconfitti, distrutti, disperati, fregati, rovinati dalla generazione precedente, che la storia ricordi, dal primo dopoguerra. Ma, onestamente, anche se è difficile ammetterlo, chi puo’ dire, più di noi, di aver avuto la possibilità di vivere la “vida loca”?. Nessuno. Non vi convinco, al primo impatto, me lo sento. Troppi debiti, dubbi, stenti, malesseri. Vabbè. Vi convincerò così: ho dato 24 esami su 26, e non ho comunque preso la laurea per un cavillo burocratico, dopo dieci anni di lavoro e studio, fino ad arrivare ad aprire un’azienda, con la vittoria di un bando della creatività che mi ha causato molti debiti, a causa dei quali sono dovuta tornare a lavorare per altri, pagando di contributi più di quanto avessi mai guadagnato, nel tempo, per cui non potendomi più permettere una casa, sono tornata dai miei genitori, pur continuando a fare: siti web, format radiofonici, produzioni audio-video, lavori da barmaid, cameriera, maitre,speaker radiofonico, saltimbanco, domatore di rinoceronte, per poi arrivare, nuovamente libera e felice, a campare in un antro di trenta metri quadri, alla giornata, augurandomi che non aver mai acceso i riscaldamenti quest’anno, agevoli il tornaconto di fine anno. Oggi, con orgoglio, ad agosto duemilatredici, posso dire: io non ho nulla. Ma, signori, ho vissuto fino ad ora la vera “vida loca”. Ho trentanove anni. Mio padre alla mia età aveva due figli, un mutuo e un impiego per la vita. Altro che “la vida loca”. Non l’avrebbe avuta neanche in dieci vite della sua, la mia vita imprevedibile, folle, sorprendente, da giocoliere. E stasera (attenzione, qui è la rivelazione) ne sono felice. Forza, scagliate ‘sta prima pietra. Ma come? Invece di ribellarmi? Di combattere per la giustezza degli intenti? Invece di imporre la mia visione meritocratica del sistema, cosa faccio? Dico grazie per il maltolto? Sì. Sono stati dieci anni meravigliosi. Io se li avessi immaginati, con tutte queste sfortune e imprevisti, mai li avrei potuti immaginare così belli. Dio, se mai avessi avuto quelle notti di dolore su quel tetto! Cosa sarei oggi io? E quei giorni di sole e poi di neve? Io sono stata deejay su una spiaggia. E direttore in una radio. E ho messo su una montagna di debiti tutti miei fatti di dischi e di canzoni e colori che non finirò mai di pagare. E parole. E racconti. E gente, tanta gente. Tanti bar, con la “parannanza” indosso che manco me li ricordo. E le notti a ballare quando i locali sono chiusi per tutti gli altri. E una notte, in un recinto fatto a mano, con i rami portati dal mare, sulla spiaggia, ho raccontato a Lorenzo, di sei anni, mentre sua mamma lavorava al ristorante, la storia di Cassiopea e di come c’era finita in mezzo a tutte le altre stelle. Io ho avuto più di tutto quello che mai potessi sognare. Se la mia sorte continuerà ad essere quella di tutti i ragazzi della mia generazione, allora magari, avrò ancora la fortuna di inventarmi una vita in un mondo che non c’è. E se pur ci fosse stato, mai l’avremmo immaginato così. Siamo una generazione di romantici, e nel nostro Sturm und Drang ci crogioliamo, vittime del piacere di lottare ogni giorno contro la tempesta. Voi no, eh? Eh vabbè, ci incontreremo nella prossima vita, quando saremo tutti gatti. E quelli come me staranno sui tetti a godersi il chiar di luna. Miao.

Quasi un sentire.

Soluzioni

virginia-w E invece no. Un forte credere. Più combattivo del camminare sul cemento con i piedi cosparsi di pece. Più duro del cuore, quando il cuore diventa un sasso. Più giovane del vino ancora nella botte e per questo vivace, vivo, vivido, vivente. Tenace come un male che nessuno vuole. Limpido al punto da non essere visibile all’occhio disattento. Luminoso e tronfio ma cupo nel profondo come un’anima rivoltata su se stessa, messa all’incontrario con le cuciture sbagliate in vista. Sola. Solo. Solitudine del salire le scale al verso contrario. Disappunto del vicinato e sussurro continuo come fosse pioggia. Seppur asciutto nei sentimenti e di sentimento. Crudele e incapace di prudenza. Vincitore infine sulla pazienza, sul convivio, sulla sua morte e sul silenzio. Ma in quel momento solo silenzio c’è al suo cospetto e ancora silenzio tutt’intorno, nel vorticoso e rivoltante odore della supremazia innata di questo modo d’essere, marcio, violento, compromesso eppure magnifico. Solo un piccolo, microscopico ricordo di quel che s’era sperato di dare, di imparare , di concedere. Fallito il tentativo di circoscrivere, irrompe naturale e tutto distrugge. Solo la facoltà, in un istante, di poter salvare chi è accanto e non comprende. Via. E’ un gioco privato la vita. Non so dire come e se lo sia quella altrui, ma la mia, di certo. Miei i sassi. Mie le tasche. Mia la corrente. E ovunque mi porti, che io sia corpo leggero e senza resistenza alcuna, perché sola. E non c’è altro. Solo questo.